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DIARIO DI NORMANDIA DI PAOLO RUFFILLI

DIARIO DI NORMANDIA DI PAOLO RUFFILLI

Nell’agosto del 1975 Paolo Ruffilli trascorre alcuni giorni nella regione del Calvados (subito prima della penisola normanna, venendo da Parigi). Ne nasce un Diario di Normandia (Amadeus, 1990, Premio Montale), tradotto in varie lingue tra cui lo spagnolo, nell’edizione bilingue Diario de Normandía (tradotto da Martha Canfield, Ediciones El Tucan de Virginia, 2007). La cifra strutturale dei componimenti consta di strofe vivacemente descrittive di alcune delle cittadine più caratteristiche del luogo: Trouville, Honfleur, Saint-Aubin, Bernières, Caubourg, seguite da altre, dal contenuto più personale (forse, per questo, racchiuse tra parentesi), messe a confronto con la sua (e nostra) realtà interiore. Tutte le liriche sono precedute da due terzine – sempre bellissime per scelta lessicale  – così strutturate: la prima in riferimento alla terra, la seconda al cielo, eccettuata quella del 14 agosto, nella quale entrambe guardano in su, quasi a contrastare il tono particolarmente accorato che la pervade: una tensione verso il “mehr Licht”.

Trouville, Calvados: 8 agosto. Siamo sui luoghi di Flaubert, Dumas, Corot, Boudin e Monet: larga la spiaggia, imponenti gli edifici storici. Nell’aria aromi esaltanti di pasticceria all’idromele e di vento salmastro avvolgono “tavolini di ferro / che sanno di ruggine lavata”, vanno su e giù indaffarati camerieri (par di vederli, con i loro grembiali stretti in vita, lunghi alle scarpe), si affollano avventori (Boudin: “La plage de Trouville”, 1884).Questa la cornice e il fondale. Poi, tra parentesi, flussi della mente al difuori del colore locale: “nulla tra le mani, […] ti accorgi all’improvviso / che le cose [già emerge, dal tessuto compositivo, quell’interesse per le “cose” che scandirà, fino a tempi recenti, la vicenda poetica di Ruffilli] riescono a distrarti, / a tratti per lo meno dall’ansia / e a porre tra te e la vita / lo spazio necessario a contemplarla. […] In fondo, se ci penso, / tra riflessioni e piani / che faccio scivolare / volentieri a domani, / per dare ordine  e senso / al caso [quello, sempre incombente, di “Porte per ba” di Sergio Doplicher (Doraldi)] su cosa poggia /  l’idea che ho io del mondo?”. Sapientissima la poliritmia: 21 settenari e 10 ottonari, fra altri, diversi e sparsi, metri – ma quanto lontani, nel ritmo e nel senso, da quelli in voga nel melodramma settecentesco: qui si tratta di ricondurli a “un naufrago / che cede, inerte e nauseato […] su una zattera alla deriva”. “En passant”: il prevalere, anche in altre liriche, degli stessi metri testimonia l’inclinazione di Ruffilli verso ritmi meno impegnativi (rispetto, per esempio, all’endecasillabo), l’uso dei quali consenta, più agevolmente, occasionali divagazioni nel campo di una – comunque sempre attigua al dramma – ironia. Son tempi, quelli della seconda metà degli anni ’70, di dislocazione esistenziale, conseguita alla crisi di quel postmoderno che non molti, allora, percepivano, essendo ancora avvinti al mito della “trasgressione da” (molto, molto prima, tuttavia, le sensibilissime antenne di Albert Camus avevano registrato la pericolosità dell’indeterminato: i giovani, egli ammoniva, fanno esperienze – certo per diventare esperti –, ma di che?, ciò che li poneva e li pone, comunque, in una condizione d’infelicità.

Honfleur, Calvados: 10 agosto. La cittadina storica non era, devo supporre, ancora stata assediata dai condomini, dai negozi e dai parcheggi ribaldamente proliferati intorno al celeberrimo porto (anche qui memorie di Courbet, Boudin, Dubourg, Jongkind, Monet, Dufy, Friesz, Gernez. Hambourg, Herbo, Baudelaire, Monet…). “La punta della scogliera / è una balena nera” [la parola Calvados viene da “dos”, dorso, e “calvo” – basta quindi aggiungervi il colore…], / e soffio d’acqua è il faro” (quali felici immagini!). Quindi l’improbabile realizzazione d’un progetto, “il diradarsi progressivo / delle presenze care o note […] man mano che si fanno / falle e vuoti / fra le file, […] sogni avventure / vecchie speranze e paure […] piante parassite: sanguisughe”.

Honfleur, Calvados: 11 agosto. Difficile trovare la taglia esatta di un maglione da acquistare, mentre, al porto, scaricano pile di cassette. E qui il poeta confessa un generale stato d’animo: quello “di non avere fedi […] e di trovarsi, una mattina / indifferenti a tutto”. Di fronte alla Manica egli si conferma “viaggiatore di terra ferma piccolo pesce […] finito tra le zampe della gatta“: non del gatto, si badi bene, ma proprio della “gatta”. Siamo in Francia e la parola “chatte”, gatta, sta a indicare, in gergo, la vulva; come appare chiaro subito dopo, quando il poeta, significativamente rimando, appunto, “gatta” con “gratta”,  tenta un consolatorio riscatto che riequilibri i rapporti di forza all’interno della relazione maschio-femmina, parlando di “possesso mio su di te / quando lo tieni / in mano”: situazione che apparentemente rovescia l’assunto che quando uno ha qualcosa in mano detiene il potere.

Tra Trouville e Honfleur, Calvados: 12 agosto. Dalle colline dietro al porto “c’è una discesa di meli” (alberi famosi: danno quell’idromele – l’antica bevanda degli scaldi vichinghi – e quel “calvados” che sono il vanto dei “magasin d’alcool” della Francia intera). “In una vecchia trattoria / sedendo e mangiando [prelievo ironico dal leopardiano “L’Infinito”], / si vedono passare / navi tra i rami / e si distinguono sempre / marinai alle ringhiere”: par d’essere di fronte a due celebri quadri: “Trouville, le port”, di Eugène Boudin e “Bateaux à Port Honfleur” di Claude Monet. Un lucreziano – attenuato rispetto alla drammaticità dell’originale (“Suavi, mari magno turbantibus aequora ventis, / e terra magnum alterius spectare latore” Dolce è guardare dalla riva quando / l’equorea vastità i venti assaltano / e altrui si carca di gravoso assillo” – De rerum natura II, 1-2, mia la traduzione) – equivalente si ritrova nei versi “Che stato di piacere / quello in cui, da fermi, / si segue con lo sguardo / qualcuno in movimento / più lontano”. Sintomo di un’insicurezza, frutto di una diffidenza rispetto al genere umano (erano i tempi in cui si apprezzavano, di Montale e di Borges, i piccoli cinismi, come vuole la Valduga) forse irredimibile: “Resto di sasso / ogni volta – poche / da contarle sulle dita – quando incontro qualcuno / con una  missione vera / nella vita”.

Saint-Aubin, Calvados: 14 agosto. In “The lee shore”, opera notevole del 1941, Edward Hopper figura dei battelli a vela che sembrano sfiorare, con le loro gonfie vele, il colonnato di una casa sul mare e Ruffilli: “La casa sulla spiaggia / è un trampolino, / ultimo salto dalla terraferma. / Venendo dalle dune / si vedono le vele / slittare via / tra le colonne”. Dal “trampolino” il poeta, ventiseienne, dovrebbe prendere l’aire, come vulgata esige, per un futuro ardimentoso. Sennonché: “Dove corre, ora, / la mia avventura? / A quale passo / si è lasciata… / forse, è cascata, al / lento suo abbandono, / nel cono d’ombra / che l’ha tradita / adesso e per il resto della vita”. La personale avventura dell’autore sembra, quindi, riferirsi a quella del protagonista de “La linea d’ombra” di Conrad. Solo che il consuntivo che il poeta, ventiseienne, fa della sua vicenda giovanile è giovanilmente (quindi comprensibilmente) negativo – e, tuttavia, essendo “linea” e “cono” enti assai diversi in geometria euclidea, se la linea si muove dando origine ad un piano, l’ombra diventa un oggetto fisico molto più complesso da descrivere in termini matematici (ancor più se si tratta di superfici curve…). Fuor di metafora (o entrando in meta-metafora), la metafora sta lì a testimoniare la consapevolezza di una persona il cui “ubi consistam” viene virilmente, ancorché dolorosamente, analizzato in piena coscienza. Subito dopo quel 1979 che il titolo menziona arriveranno, sul boccascena nazionale, nani, ballerine, un capocomico socialista che introdurrà, nel sentire degl’Italiani, elementi di postmodernità talmente accentuati da cancellare definitivamente il ricordo dei padri fondatori della Repubblica. E saranno delitti…

Saint-Aubin, Calvados: 16 agosto. L’odore del mare, che “sa di melone / […] porta di lontano / rumori indecifrabili / […] qui, sulle dune, / fu sgozzato un marinaio / e ancora si risente / l’urlo tremendo, / nelle sere di tempesta”. Vai a sapere: torbide storie di sesso, di gioco, di droga e di omicidi accadono in tanti porti nel mondo; anche nella così vicina Bretagna (cf. “Querelle de Brest” di Jean Genet). Gl’incubi e le ossessioni rupofobiche che Ruffilli confessa sono quelle dei personaggi de “La metamorfosi ”di Franz Kafka di fronte allo spettacolo del trasmutato Gregor: “ossessione di sporco, / di viscido, di scuro. / Dei ragni ho orrore / solo a vederli , / degli insetti. / L’idea di un contatto / mi mozza il fiato, /  è come se picchiassi / contro un muro” (il giorno 14 il disagio era già emerso: “la mia paura del viscido, / della poltiglia. / L’orrore, addirittura, per la condizione anfibia”, dalla quale è bene uscire con enunciazioni nette, squadrate [11 agosto]: “resto, si vede, / viaggiatore di terraferma”, in cerca di un terreno solido su cui posarsi). E l’”ossessione di sporco”, forse, non fa da “pendant” all’ossessiva contabilità di una lei che, “piccola fanatica, / annota sul diario / le volte che scopiamo” scambiando viscidi secreti? “Odi et amo”: la proiezione operata su oggetti connotati da una forte valenza simbolica rimanda al terrore per una condizione costrittiva che può abbattere contro un muro, facendo uscir di ventre quello che di più viscido vi alberga e che nel coito è soltanto sublimato.

Bernières, Calvados: 18 agosto. “Il relitto / sul lido delle dune / poggia sul fianco, / inerte e gonfio. / Lo sfascio dei legni / dei ferri e delle funi / non  è fuori posto / sulla costa tormentata. / Ha un che di sacro, / fermo nel tempo. / È un altare”. Ferro, altare: immagini che rimandano a “The forge” di Seamus Heaney: “iron hoops rusting” (cerchioni rugginosi) e “ an altar” (un altare). “Passa la forma, / muore si dissolve / per sempre ci scompare. […] La cosa consolante, bada, / è il distacco / che uno sente, / quasi incosciente, / da ciò che accade. / Comunque vada”: disimpegno controcorrente, quindi, proprio nella fase storica in cui essere “engagé” era un abito mentale irrinunciabile.

Cabourg, Calvados: 20 agosto. Ancora il vecchio battello in secca, cariato dalla ruggine. L’immagine patetica di quel capitano che, ogni mattina, va a lucidarne le ringhiere è simbolo di un’accanita ”vanitas”, di un ostinato delirio di eternità che corrisponde ai belletti, agl’interventi di chirurgia estetica e al culto fanatico dell’apparire – tutto quanto corrispose perfettamente all’ideologia postmodernista. Nel rifugio privato (ma allora, per molti, la dimensione privata “doveva” identificarsi con quella politica) si poteva confessare: “lo sai, mi piace / sarà il mio modo / tutto di testa  / che tu tenga le scarpe, / almeno una, questa / col tacco a punta / che mi porto dietro: / toccarla, intanto, / sentire che mi calpesta”. Erano anni di esternazioni totali: “contro […] vincoli e divieti” e pro “l’insolito, il proibito”, fino alla pornografia psicologica, cui faceva, da perverso contrappeso, una censura cinematografica, televisiva e giornalistica, di stampo cattotalebano (ma ci fu anche il referendum sul divorzio…).

Calbourg, Calvados: 23 agosto. Prevale, in questo componimento, il tema del sogno e, dal sogno,  emergono un amore “d’antan”, il paese natio, una bella primavera, il mare. Ma ecco, a raffreddare umori eccessivamente spiritualistici, ecco la citazione feuerbachiana: “D’accordo col filosofo, / […] sempre e ovunque siamo / quello che mangiamo”. Nondimeno “ci fu un periodo / della mia vita / che rimanevo a letto / giorni interi / per non distogliermi / dai sogni”. Finita è la vacanza e l’ultimo canto lascia aperte le questioni poste nei giorni precedenti. Il ritorno in Italia finisce, quindi, per coincidere con la riproposizione del quesito di Trouville: “Nulla tra le mani, / nulla che ti assicuri, / per dispetto? No, / piuttosto per fortuna, / di un luogo, di una storia. / Di un domani…”.

Michele Arcangelo Nigro

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