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VAILATI: NEL MARE DEL SENSO

VAILATI: NEL MARE DEL SENSO

Alessio Vailati Il moto perpetuo dell’acqua (Biblioteca dei Leoni).

C’è un saggio di Michel Butor dal titolo emblematico: «Claude Monet o il mondo capovolto». L’autore si sofferma sulle superfici liquide della pittura di Monet, e in particolare sul riflesso delle acque come qualcosa che fa sì che l’oggetto specchiato si candidi a depositario dell’enigma: il riflesso è principio di separazione che innesca una osservazione puntuale di ciò che è raffigurato nella porzione alta della tela. Nell’acqua, nella rappresentazione capovolta, si scioglie il nodo semantico tra la raffigurazione dell’alto e la scomposizione dei costituenti il suo contesto segreto. Così Butor: «l’alto dà un nome al basso», «il basso svela l’alto». Lo scompone, analizzando le singole forme riflesse sezionate in accordi coloristici nettamente individualizzati, ed enfatizza le loro potenzialità espressive. Se l’alto è nel dominio della pretesa evidenza, cioè «corrisponde a ciò che si riconosce, alla realtà di cui abbiamo l’abitudine» (tr. it. di Massimo Porfido), il basso specchiato e suddivisibile restituisce l’istante intatto delle cose. Il lato riflesso è testimone delle sembianze incognite, del colore delle ombre, allestisce una profondità che non le ingloba. È rivelatore in pittura dei residui di forme e delle tinte così come erano in origine, che non riusciremmo a vedere se non, appunto, in seguito a una condizione di sezionamento. In poesia – Alessio Vailati lascia intendere – la superficie riflessa rivela, nella dissezione, altri accordi, rivela il profilo del mondo, includente i refusi della ragione: «dal fondo lo scandaglio segna / la profondità della nostra essenza». Sui rapporti omologici prevalgono quindi il discrimine, l’ispezione analitica e dissociante. L’esito delle differenze. E Paesaggio lacustre di Vailati sembra davvero la traduzione in sillabe dei fondali di Monet sfilacciati dalla luce. Il codice segnico non è qui figurativo, trattandosi di un’opera in versi, Il moto perpetuo dell’acqua. Così si legge nelle prime due strofe: «La superficie è tremante […] / e un fitto / riflesso di fronde, di sagome d’ombre / s’immerge e riaffiora indolente. // Ogni cosa qui si rivela […]. Ogni cosa è perduta». L’attimo veritativo – inevitabilmente, nell’istantaneismo impressionista – fuggevole e impermanente balena nell’acqua. Paolo Ruffilli, nelle primissime righe della sua Introduzione a questo nuovo libro di versi di Vailati, parla di una «reciproca compenetrazione tra paesaggio naturale e mondo umano a partire dalla vivida dominante del mare». Questo, nella prima sezione, mentre nella seconda, che segue un Intermezzo di tre racconti in prosa, figurano versi dove con la perennità delle acque convivono le strutture del tempo storico – l’acqua è anche stratificazione storica, accompagna «epoche e millenni» –, custodi e garanti dell’inestinguibile vincolo con la memoria delle cose (nell’acqua «qualche traccia di memoria sciama»; «il canto del mare sempre ha nel vento / il sale di altra vita, di altro tempo»). Se insomma nella prima parte dell’opera non eccedono tracce di umano che superino lo statuto di riflessi, bagliori, riverberi che le implicano e le includono, dopo l’Intermezzo assistiamo a uno slittamento di orizzonti: i tre racconti fungono da passaggio simbolico in direzione dell’umano, della storia, e talora dello scontro con le ragioni dell’esistenza. L’acqua, quindi, non procura una cancellazione delle tracce degli echi e dei tratti memoriali. Cangiante, mutevole, flessibile, energia che elabora, flusso vitale se non ostruito nel suo scorrere sempre da sé difforme, secondo il paradigma eracliteo, per Jung è «una delle tipizzazioni più ricorrenti dell’inconscio». I panorami di Vailati non sono mai evanescenti, sono performazioni, talora del sognato calato nella vita. La dinamica fluidità e il trascoloramento delle acque configurano il trascorrere del tempo, quindi la trasformazione, il divenire, cioè, in senso eminente, il tempo che si dispiega quando il flusso non è intralciato a significare un mondo morto e un ritmo non più estensivo. «Si placa dal dirupo il flusso, il tempo / si ripiega dentro il vuoto», sono i versi che chiudono la prima sezione del Moto perpetuo dell’acqua con la prospettiva dell’acqua che si intorbida e, conseguentemente, di una temporalità che coincide con la stasi. Ma, diceva Valéry, «La mer, la mer, toujours recommencée!». Quel mare come simbolo divino così frequentato dalla mistica non è lo stesso di Vailati: qui dominano l’esistenziale, il fenomenico, per quanto immessi in una temporalità indefinibile. Il mare è estraneo alla mistica anche se nell’«Epilogo» viene a confondersi con lo sguardo di Dio. L’attributo supremo che accomuna il tempo e le acque è lo scorrere perpetuo, il «moto perpetuo», appunto. E quindi l’andare irreversibile del tempo della vita, quello «sgranare di sabbia, di anni» che non puoi trattenere. Ruffilli – e Vailati ovviamente – va più avanti, e convoca a tema centrale dell’opera «l’altra faccia della medaglia, la traccia dell’assenza in cui precipitano attese e dubbi», «il confronto consapevole con il vuoto», «lo spettro del vuoto», che per Ruffilli sappiamo essere – quando assunto in accezione generica, e non quale condizione necessaria e sufficiente del profilarsi della pienezza – ben peggiore della morte. E questa vacuità è scongiurata da Vailati, Ruffilli dice, «nel progressivo uso oggettivante e oggettivato dei ‘quadri’». E delle acquisizioni sperimentate, intuizioni o riscontri emersi dalla trasparenza o intrasparenza dell’acqua in seguito a un silenzioso colloquio con essa: anzitutto, il tempo che «sotto scorre come niente, / divinità impietosa, indifferente». Inoltre, il carattere proprio dell’umano, cioè «la vita embrione della morte, il male / e il bene come gioco della sorte». Cui è possibile aggiungere, dall’«Epilogo», la persistenza delle antinomie nell’esistere quotidiano e l’assenza di appigli consolatori: cosa sa di noi il ricordo? Partecipa di un tempo incerto, caliginoso, di sicuro perduto, che ispira una perplessità improntata a «parole in nebbie di paesaggi», le stesse che ci fanno dire, con Mallarmé: «Forse amai un sogno?». Abbiamo mai intravisto delle risposte alle domande radicali? E dall’«Epilogo», senza rischiare di andare controcorrente, risaliamo ai versi inaugurali di Mare. Qui tornano alla nostra memoria i tanti archetipi della rappresentazione marina della poesia occidentale, dall’«infinito sorriso del mare» della poesia greca fino al Mediterraneo di Valéry e di Montale: «mare sempre ricominciato», mare che, dannunzianamente, «a scaglia a scaglia muta colore». Ma il mare non scorre. E assumendo la funzione simbolica che è solitamente ascritta al fiume, è qui comunque spazio emblematico del divenire, mutamento e totalità, fluire ciclico e riandare a se stessa di una forma invariante e insieme impermanente, forma a un tempo definita e dinamica, per rimetterci all’interpretazione che Émile Benveniste dava del concetto di ritmo (forma, più che l’idea di flusso, di scorrimento che l’etimologia greca – ῥυϑμός – suggerisce, ma forma mobile, diveniente, come tempo che assorbe se stesso più che come regolare reiterazione e ricorrere di eventi). Leggiamo dal componimento proemiale: “Sull’increspatura lamina che specchia / antica e viva di epoche e di millenni / una distesa a perdifiato di sabbia […] gli occhi stanchi troveranno mai pace / dai riflessi, dagli echi imperscrutabili / delle nostre travisate identità?” Il mare è identità recondita, appunto, sommersa, e insieme straniamento; distesa temporale che lo sguardo della coscienza percorre e al contempo deserto in cui l’identità si fa sabbia. E allora, come non pensare alla dannunziana «sabbia del tempo», ormai a un passo dal «sentimento del tempo», dall’intreccio – sottilissima increspatura e sfasatura – di tempo contingente e di tempo assoluto, che saranno propri degli ermetici? Da parte loro le scaglie del mare, i barlumi sparsi del suo ritmo ondivago, si ricompongono in un ordinato cristallo – per quanto sfaccettato e multilineare – di coscienza creatrice. La quale tuttavia è sempre protesa sul bordo del caos che lucidamente contempla, se l’acqua, la correntia, simboleggiano anche il caos, impulso ed energia coincidenti con l’irrazionale. Una coscienza sempre insidiata dal rischio di dissolversi in esso, di divenire caos a propria volta.

“Non che il pensiero si faccia più saldo / nell’ondeggiare della correntia, […] fino a quando in un mattino di cristallo / il suo fondo scenderà a impietrire / preso nel folto l’occhio di Medusa.”

Ma i testi di Vailati non si possono leggere a frammenti. Solidi, organici e coesi come sono, da lambire – anche nella liquidità sottesa al Moto perpetuo dell’acqua – una neoclassica impassibilità, o viceversa un manieristico gusto dell’enigma, tanto più nebuloso quanto più è compiuto e fitto di richiami da decifrare e di elementi da ricomporre. Non ultime, le contaminazioni poetiche diffuse. Ad esempio, nei versi di chiusura vediamo il soggetto della tensione lirica far interagire Montale («Forse un mattino andando») con Mallarmé («il soffio artificiale […] dell’ispirazione che riguadagna il cielo»). Prevalgono le misure endecasillabiche. A volte l’endecasillabo è inframezzato da cadenze dattiliche e trocaiche che ricordano l’ipnotica oscillazione del novenario pascoliano (come, di nuovo, qui: «un fitto / riflesso di fronde, di sagome d’ombre / s’immerge e riaffiora indolente»). Anche limitandoci a tener conto della struttura strofica, per altro mai incrinata o pregiudicata dalle rifrazioni sonore e luministiche e dalla dimensione ondivaga propria dello stato liquido, la poesia di Vailati sembrerebbe nobilmente epigonica – con tutto il coefficiente di positività implicato in una definizione siffatta. Perché in questa epoca di postmodernità al declino ogni forma di poesia culturalmente consapevole non può che essere tale.

Elisabetta Brizio

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