Alessio Vailati è nato a Monza nel 1975 e vive a Sesto San Giovanni, in provincia di Milano. Le sue raccolte di poesia sono: L’eco dell’ultima corda (Lietocolle, 2008), Sulla via del labirinto (L’arcolaio, 2010), Sulla lemniscata – L’ombra della luce (La Vita Felice, 2017), Piccolo Canzoniere privato (Controluna, 2018, Premio Poeti e Narratori per caso 2019 e finalista Premio Marineo 2018), Orfeo ed Euridice (Puntoacapo Editrice, 2018), Hirosaki (Lietocolle 2019, plaquette), Il moto perpetuo dell’acqua (Biblioteca dei Leoni, 2020, prefazione di Paolo Ruffilli). È laureato in giurisprudenza.

alessio.vailati@alice.it

 

POESIE

da HIROSAKI

Accovacciata sul mondo
covo l’atomica la sua esplosione.
Hiroshima Nagasaki,
millenovecentoquarantacinque:
il fungo. La storia.

*

Non partorirò dalla mia guaina
l’orribile flagellato dal nucleare:
il bicefalo, lo storpio, il focomelico.
Si introietterà nel mio ventre
il nebuloso fungo, nelle viscere
brucerò il mio male
in religioso silenzio.

da ORFEO ED EURIDICE

Parte seconda – Euridice

20. (…)
Che poi rigira in veloce discesa
con un frusciare di foglie cadute
a intirizzite bordure l’inverno

e incide al ghiaccio del cielo il mattino
con mani svelte e rapaci il suo segno.

Trafilerà da fessure la luce
con ritrovato vigore, sbalzando
da repentini rimandi di specchi
sui marciapiedi e sopra i lastricati.

E giungeranno dai nidi altre voci
a conficcare spine nel tuo canto.

21. (…)
Poco più di un filo teso di luce,
si disfa il tempo sul piano inclinato
questo chiarore sbocciato alla sera
a ricordarmi il tuo passo, il tuo nome.
Con fitta trama il suo mito si innalza
come aquilone in un giro di vento:
si apre il respiro e l’orizzonte è vago
presto per sempre tacerà il suo  volo.

da PICCOLO CANZONIERE PRIVATO

Lampo di vita nascente

VIII.
Quando lo sguardo si affaccia sul mare
insegue lucide scaglie blu verdi,
dentro il moto ondeggiante, ora labile
ora invece impetuoso; e a te non basta
respirare quell’aria, confonderti
al suo ritmo divenuto vertigine.

Al primo respiro di vita sarai
ebbro della sua implacabile essenza:
giostra di luci, di voci, di volti
che trascinano via come fa l’onda
con l’identico mormorio del mare.

X.
Ogni sera l’idea di te consola
il dissolversi rapido del giorno
alla più intima luce della luna.

Al buio spesso i pensieri si fanno
più chiari, nel lenzuolo di stanchezza
che mitiga l’irrequietezza umana;

e sarai tu stesso sotto la luna
una sera come tante a pensare
-dentro il diviso orizzonte, fra le ombre-
questi miei stessi pensieri notturni

sulla vita che nasce.

da SULLA LEMNISCATA – L’OMBRA DELLA LUCE

Sez. seconda -L’ombra della luce e altri inverni -Altri Inverni

VII. Indugia il passo
Indugia il passo ed esita la voce
dentro il crogiolo di strade e parole.
Non so più dove il tuo sguardo arriva
prima di infrangersi contro uno specchio
in un eterno gioco di riflessi
e si smemora la pace dagli echi
delle nostre multiformi guerre.

Sez. Terza – Vapori e maschere

VII. Rischiara il cielo
Rischiara il cielo, le nuvole diradano
dove il cammino schiude strade sassose;
e il tuo passo silenzioso accelera
la corsa come su una coltre di piume.
Il nostro viaggio qui di compagnia,
qualche bicchiere, l’impronta del rossetto:
tutto allude alla foglia dell’autunno
vibrante al vento verso la discesa.

IX. Lo sguardo d’oggi
Lo sguardo d’oggi omologa, uniforma
tutto il diverso si è ridotto al simile.
Ma il fuoco sul fiammifero non è incendio
non brucia come lampo la corsia del tempo.
E questa mia parola svapora già nell’alba,
la senti addosso, mentre divide unisce,
limpida pioggia che circoscrive e bagna.

da SULLA VIA DEL LABIRINTO

Luci e volti

La favilla
Sfarfalla sotto gli alari la favilla
la stessa che candisce gli sguardi
verso i vecchi camminamenti,
i vecchi passi. La giostra non suona
negli orecchi musica. Tu sollevi
il lembo della gonna, il pizzo
smerigliato della notte, angelo
diavolo con la cetra o la forca.
Custodisci in seno il segreto,
a lui come il lattante tendono
braccio bocca e cuore.
E le braccia sono rami già secchi
e il cuore e la bocca a fare ceppi
sotto gli alari, la favilla.

Il giorno della colomba
Nel suo breve brillar d’occhi
il crepuscolo disfa l’inganno
dei nostri giorni, giorni limati
sulle mani curate e sugli smalti
giorni dalle portiere chiuse
ferme le vetture.

Il tassì inchiodato al marciapiede
cercava il giusto tragitto, scrutava
-la notte già volta alla sua fine-
nel lago d’occhi angelicati
(i tuoi?) quel lampo che caldo
cola la cera della maschera

lassù sul pinnacolo una colomba
intenta a covare il nido.

Il crepuscolo degli dèi
Lassù è il silenzio che allarga l’infinito
dove il passo si fa un punto, uno sbadiglio
e nulla più conta di questo crepuscolo
disceso al lume di chi non vede.
Gli dèi siano ovunque: nei bagliori
dei tetti, nelle teche degli ori …

Quaggiù il silenzio è il lenzuolo
che per miracolo ora li avvolge
come un sudario; e ci separi
da loro una rivelazione,
ci sorprenda sulla colonna più alta
un lieve senso del pudore.

da L’ECO DELL’ULTIMA CORDA

Canto – III Parte

Il tendone del circo
M’allieta di parole il canto
questo che in tralice come sguardo
arrossato a notte il cielo accoglie.
Il canto delle strigi in notti estive
quando arrovesci la prospettiva
al baldacchino del letto, al cuscino
di piume. A soffocare un grido, un riso.

E ancora il canto che alla mattina
accompagna il girasole al perpetuo
movimento, alla sua maledizione:
Clizia non è pur mia ma d’altro cielo
e ispirazione…

Eppure sei tu qui, col viso sporco,
tanto da confondere i sensi,
da stordire oltre la luce, oltre il buio
e il tuo canto è la lama sul ricordo.
Il tuo canto di giostre e zingari
che non vale quello delle strigi,
che bene varrebbe un altro giro
un altro amore sotto il tendone
del circo…

La statua
Come una gronda di schegge che
cricchia sui vetri al di là delle tende
è il giro di grandine.
Il rovescio qui non conduce
ad altra terra se non alla tua,
selva che riesce dove l’acquitrino
il cielo estivo rispecchia.
E’ il regno dei perduti sospiri,
dei ricordi d’infanzia, di giorni
trascorsi in climi più miti.
Pochi di questi restarono vivi
quando l’ondata sull’orlo travolse
noi sullo strapiombo…

Una folgore dall’ombra li svelse,
l’impigliò nelle reti. Allo sguardo
di Medusa divennero pietre.

Anche tu fra di loro resisti
come la statua di marmo
al tiro delle intemperie.