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PER LE COSE DEL MONDO DI RUFFILLI

PER LE COSE DEL MONDO DI RUFFILLI

Eccolo un libro bellissimo, profondo, nel qui e verso l’oltre, canzoniere bianco e scuro, musica di poesia. È Le cose del mondo di Paolo Ruffilli (Mondadori) – nome titolo pieno di echi lontani e vicini. Dentro ci sono sia le cose, sia l’anima del mondo. Chi vuole inoltrarsi in questa foresta bianca che risuona di rime, fruscii, risonanze, consonanze, passi, ascolti si può avviare con calma, ascoltando. È così che pian piano si manifestano certi poeti, piano piano: e talvolta, quando varcano la soglia dell’età profonda – in questo caso oltre i settant’anni – diventano sapienti e sapienziali. C’è quasi tutto nel libro di Paolo Ruffilli: il treno vita e annuncio dell’oltre, realtà e metafora del viaggio (Nell’atto di partire, primo capitolo della struttura poema).  E c’è La morale della favola (secondo capitolo), dedicato alla figlia, con Lao Tzu a fare da eremita sentinella, e un verso da amare (”però, se perdi, volgilo in conquista”, La scuola, p.54): morale della favola, come dire: ecco, ho capito questo attraverso la mia vita. E c’è, altissimo, il cuore del canzoniere, La notte bianca (terzo capitolo) dove a un certo punto con magistralità da astrofisico Ruffilli descrive e vede il corpo dell’universo (“L’infinito esplodere continuo…/ nel tunnel in salita circolare, / avvitando trascende e si contiene / a replica dell’elica infinita, / codice e radice, cassaforte della vita.”, Universo, p.92). E poi (quarto capitolo del poema) ecco il mondo delle piccole cose, osservate, incise, amate, rivelate (Le cose del mondo, armadio, anello, astuccio…). E poi ecco il corpo, la sua anatomia – straordinario atlante degno di Vesalio – corpo di parole e scienza dell’osservare (quinto capitolo). E poi ecco il finale sulla lingua “(Vola alta, parola”, Luzi) e il suo fuoco: la sua capacità (della lingua del poeta e di quella di tutti) di dare forma chiara al gorgo dell’amalgama oscuro. Parola che viaggia, viaggio della lingua che emerge su dal fondo, esonda, viaggio, di nuovo, a ripresa dopo il primo capitolo del poema, per chiudere la struttura ferrea del libro: che finisce appunto con la nostalgia del mare – nostos e acqua madre, ritorno, termine aperto del viaggio, annuncio dell’eterno (“Cos’è l’eternità? È il mare…”), eterno continuamente interrogato, domandato, chiamato – trascendente della nostalgia e della credenza. Chi va a camminare nelle Cose del mondo si sente confortato – perché è un libro d’ore, e d’orazione. Di grandi silenzi dentro le parole. Conforto di poesia.

Giuliano Scabia

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Commenti 2

  1. Fabio Scotto

    Ho ora letto con vivo diletto la raccolta di Paolo Ruffilli Le cose del mondo (Mondadori, 2020), molto apprezzandone la progettualità e l’ampio respiro, il continuo del discorso frammentato, una sorta di teorema lirico i cui ascendenti, oltre a quelli stilisticamente noti del teatro musicale mozartiano, di Metastasio e di un certo Caproni, così come di un pensiero “critico” di matrice filosofica forse germanica (Adorno e dintorni), sono qui arricchiti da un richiamo, fin dal titolo al De rerum natura di Lucrezio (“Le cose del mondo”), al Ponge del Parti pris des choses e ai rinascimentali Blasoni anatomici (“Atlante anatomico”).
    C’è in queste liriche, oltre al controllo formale e melodico della scrittura, tutta compresa nell’equilibrio di una sua precisa misura, il costante supporto di un “pensiero poetante” che, oltre ad adombrare il dubbio sulle nostre supposte certezze, s’interroga costantemente sul senso del vivere, dell’essere e dell’agire, individuale, familiare (le belle liriche alla figlia), del mondo, inteso come un’entità enigmatica e insondabile, cui forse solo lo sguardo scettico e disilluso dell’età matura sa contrapporre una sorta di singolare e rassegnata- disincantata saggezza, alla Montaigne, con qualche venatura anche dantesca e montaliana, trovo. In tal senso, si tratta forse di meditazioni liriche sull’esperienza del vivere e sul pensiero che la attraversa, consapevoli dell’impossibilità di trovare una ratio che spieghi, che medichi e aiuti, di fronte agli abissi di senso e di non-corrispondenza fra le aspettative e gli esiti cui “l’essente” (assente?) assiste.
    Ecco allora che la ricerca di un ubi consistam non può che ancorarsi alle parole e all’enigma della nominazione (“Lingua di fuoco”) e al “nominare” come strenuo tentativo di vincere “la resistenza delle cose” al non voler essere come le vorremmo, o all’essere, nonostante noi, quel che sono e forse non sappiamo dire.
    Fabio Scotto

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  2. Sonia Giovannetti

    “..lascia che ti attraversi/l’aria della vita” Con questo verso di Paolo Ruffilli sento vibrare l’eco dell’intero canto vitale e commovente che si diffonde dalle pagine del suo ultimo libro “Le cose del mondo” (Mondadori). Un canto che ha attraversato la mia vita con la vita stessa e a cui sono grata per il suono che lo accompagna e che sento molto vicino agli spartiti di quell’“universale” in cui tutti coloro predisposti a tanto aspirano a rispecchiarsi. Le melodie che lo intonano sono capaci di farci entrare in un mondo poetico alto, ispiratore di componimenti che fanno di Paolo Ruffilli un poeta autentico e visibilmente attratto dal mistero. Un mistero, quello della poesia, che trae linfa dall’insofferenza per l’ordinario spettacolo del mondo e che i suoi versi intendono riscattare dall’insensatezza, agognando e disvelando un possibile “oltre”.
    Un poeta, Ruffilli, acutamente sensibile al richiamo di un paesaggio della vita che tende a trascendere le apparenze esteriori e a sospingere passo passo verso il ridisegno di un panorama etico fin troppo alterato dagli atti umani. E lo fa mostrando il cammino impervio che può attraversare la vita umana “nel tunnel cieco, / dentro, nelle grotte… ciascuno, solo, / e tutti quanti insieme in corsa, / proiettili lanciati nella notte”, con un invito all’uomo a cercare invece “la sorgente, / nel cuore della vita, il laccio e / uncino, il continente che addita…” per far sì che lo spirito sia sempre spinto a sollevarsi oltre l’aspetto fenomenico delle cose, a che non ne resti per sempre inibita l’intima, verace essenza. Dalla penna del poeta, dal suo percorso, ci si sente insomma sollecitati al recupero di quelle energie spirituali che permettono di oltrepassare, viaggiando in verticale, la materia stessa e così guadagnare (forse) la salvezza, l’approdo al senso. Nelle sue delicate e potenti poesie si avverte infatti ben chiaro l’anelito ad un innalzamento capace di unire la terra al cielo, il corpo allo spirito, in una vita finalmente consapevole di sé. Vita tanto più “vera” quanto più le sue radici si protendono oltre la datità immota del visibile, perché

    “È proprio andando che si capisce
    qual è il rovesciamento di ogni prospettiva.
    Poiché, restando fermi, sfuggiva in pieno
    che è una questione del tutto relativa.
    Avanti e indietro… qui e là… più o meno,
    ma sui riferimenti sempre circostanti.
    È il movimento a darci in dote la speranza
    mettendo in relazione noi stessi con le cose
    e fa presenti a un tratto le ignote e le distanti,
    rendendo le vicine subito vacanti.”

    “Le cose del mondo” sono “l’atto semplice di mano che scende / e sale al colmo della testa” e da lì arriva al centro del sentire per dare all’esistenza “il nome della cosa”, “il tatto delle cose” come se prendesse alimento e vita da quella “fonte, / di un proiettarsi al meglio, / al positivo.”
    Sonia Giovannetti

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