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LO SPIRITO CRITICO DI RUFFILLI

LO SPIRITO CRITICO DI RUFFILLI

Il volume di poesia Le cose del mondo di Paolo Ruffilli, edito da Mondadori nel mese di gennaio di quest’anno (disponibile anche l’e-book), può sembrare una specie di albero genealogico della famiglia dei libri scritti dall’autore, o almeno di parte di essi. A questo progetto il poeta ha lavorato dal 1978 sino al 2019, ma anche per altre opere scritte in parallelo egli ha dimostrato grande perseveranza. Una vena creativa illimitata, che si riversa nei propri libri e pure nel lavoro di valorizzazione di altri autori o nel lavoro di traduzione. Sin dagli inizi della sua attività letteraria, Paolo Ruffilli ha messo a fuoco una propria visione e concezione della scrittura, mantenendosi poi sempre coerente: «Non ho mai creduto agli esilii aristocratici e alle torri d’avorio. Per quanto mi riguarda, nel più profondo, io sento di vivere e di essere quello che sono nel mio ambiente e nel mio tempo». «Il modo di rapportarmi al mio tempo si affida» … «allo spirito critico». Così egli si era espresso in Oltre il mare ghiacciato – I poeti e l’oggi (Campanotto Editore, 1996), rispondendo al Questionario proposto dalla curatrice Luciana Notari. E aveva ammesso: «Scrivo per dare pronuncia al mio interesse per me stesso», perché «La riconciliazione con l’essere e con la vita passa attraverso la conoscenza profonda di sé. Dare pronuncia a questa conoscenza con la poesia è un atto sociale. Proprio perché, rivelando, rende partecipi e unisce. L’universalità della poesia è anche la sua natura autenticamente sociale».  Le cose del mondo rispecchiano le tappe principali del viaggio esistenziale e poetico dell’autore. Egli, senza fare rumore, riesce a catturare “il rumore del tempo”, affrontando il nemico silenzioso che ci attende al varco (cfr. Osip Mandel’štam, I lupi e il rumore del tempo, traduzione e introduzione di Paolo Ruffilli, Biblioteca dei Leoni, 2013). Il libro risulta leggibile quasi come un poema e al tempo stesso le varie parti che lo compongono sono dotate di una certa autonomia. Queste, le tappe principali del percorso delineato: “Nell’atto di partire” (Cfr. Preparativi per la partenza, Marsilio, 2003), “Morale della favola” (sezione dedicata alla figlia), “La notte bianca” (cfr. Boris PasternakLa notte bianca – Le poesie di Živago, traduzione e introduzione di Paolo Ruffilli, Biblioteca dei Leoni 2016)), “Le cose del mondo” (cfr. Les choses du monde, Edizione L’Arbre à paroles, 2007), Il nome della cosa, “Atlante anatomico”, “Lingua di fuoco”, “Interrogativi”. La gabbia metrica, che sostiene la struttura dell’opera, contribuisce a generare una sonorità che è armonia tra peso e leggerezza; tra le parti è stato creato un efficace bilanciamento. Da “Sveglio” risulta possibile contemplare la vita in ogni sua forma: «Aspetto sveglio il mondo / nel momento del suo stare più deserto / per spiarlo meglio a cielo aperto / in ogni suo girone di miseria e di splendore / al vento della pura esplorazione / e con l’effetto di imparare, sia pure / nell’errore, i trucchi del mestiere / per mangiare e bere i molti pasti e succhi / che si è offerto di darmi in concessione, / da provare intanto su di me / alternati nel piacere e nel dolore». Dunque, si può fare un “Piccolo inventario delle cose notevoli” (cfr. Natura morta, Nino Aragno Editore, 2012), ma anche di quelle solitamente stimate di poco conto. Il poeta abilmente cattura, in categorie universali, l’essenza della complessità del vivere. In ordine alfabetico cataloga e descrive una serie di cose considerate importanti nella nostra quotidianità, o che comunque solitamente possediamo, e in un altro capitolo, in modo analogo, si sofferma sulle varie parti del corpo. Nella misura del singolo frammento viene radunata una grande varietà di spunti: non di rado pare quasi di trovarsi dinanzi al seme pronto per un nuovo libro. Per esempio, un po’ come Le cose del mondo di Paolo Ruffilli, il “Vocabolario” è «Miniera, cascata, sorgente e serbatoio / del bene e male, del vizio e del talento, / il continente nel suo tratto emerso / e la parte inabissata, sintetico sommario, / sistematico schedario di tutto l’universo». Il modus operandi dell’autore è ben raffigurato dalla poesia dedicata ai capelli: «Strapparseli, metterci le mani in mezzo / per la disperazione e averne poi / fin sopra da non poterne più, / farseli rizzare già solo nel timore / di una previsione o di un consiglio, / e tirarci qualcuno a far qualcosa / che non dovrebbe o non vorrebbe fare, / avere guai, più debiti o pensieri, / e attaccarsi intanto in pieno / alla più piccola possibile speranza / a quell’appiglio minimo ad oltranza / e poi spaccarli ognuno in quattro / in nome della vana sottigliezza… / resi comunque unici dalla tagliata / sia corti o lunghi a dismisura, sciolti / ubbidienti al pettine o ribelli / la natura morbosa e appassionata… / il capriccio, l’ebbrezza dei capelli.». Anche se assegnare un nome a ogni oggetto serve a creare l’illusione di poterlo dominare, in realtà in queste pagine viene celebrata “Ogni minima creatura”, perché la parola si dimostra capace di dare forma sia a ogni aspetto del reale, sia alla materia dei sogni. Nella sezione dedicata alla figlia compare la poesia che si intitola “Paura”. Come nella parte finale del libro, in questi versi campeggiano i grandi interrogativi, quelli che ci lasciano irrimediabilmente senza risposta: «C’è che dovrò morire anch’io?», «Quel che sento non sarà più mio?». Quando Paolo Ruffilli parla della dimensione della morte e del lutto (la poesia “La gioia e il lutto” è inclusa, in una forma leggermente diversa, nel poema omonimo, pubblicato da Marsilio nel 2001), i suoi versi chiamano vita e non altra morte. Malgrado tutto, infatti, al lettore viene consegnato un messaggio positivo: anche se alla fine rimane solamente «il pensiero pensato della rosa», «intanto è geiser, / soffione boracifero, spumante».

Claudia Manuela Turco

Ilpopoloveneto

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