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IL SENSO DELLA POESIA IN RUFFILLI

IL SENSO DELLA POESIA IN RUFFILLI

La poesia vive accanto al poeta, respira con lui, lo accompagna in ogni esperienza, conoscenza, accadimento della vita.  Una presenza costante, quasi una parte di sé, a cui si può rivolgere per trovare forza e significato. Una sorta di compagna di viaggio che aiuta a decodificare la realtà, ma anche accettarla per quello che appare: una possibile risposta ai tanti interrogativi che affollano la mente. Scrivere poesia comporta una sensibilità particolare, un terzo occhio che osserva il mondo esterno, strettamente collegato al mondo interno, attraverso una continua ricerca e una permanente riflessione su quanto accade. Paolo Ruffilli è da sempre intensamente consapevole della forza della poesia come arma di vita, tanto che il suo progetto poetico, che ha poi prodotto questa suggestiva opera Le cose del mondo (Mondadori), nasce molti anni fa: un cammino di parole che si dipanano nell’arco di oltre quarant’anni. Parole che si sono stratificate, unite una accanto all’altra e lo hanno accompagnato nel suo desiderio e necessità di “… perlustrare il concreto mondo”, parole tenute strette, seguite passo dopo passo, lasciate crescere nel tempo, per poi offrirle oggi in tutta la loro maturità e completezza. Un percorso durato a lungo, certamente non concluso, forse in attesa fremente di continuare con una prospettiva ancora più vasta.  Vivere accanto alla poesia significa avere un confronto con il continuo cambiamento che nel corso della vita inevitabilmente ci attraversa e induce alla non sempre facile esplorazione di se stessi. La poesia non è un percorso filosofico, o meglio è più di un percorso filosofico, poiché essa include la realtà e la ricerca del suo significato, ma anche il sogno, la follia, il delirio dei sentimenti non domati dalla ragione. Nella vita procediamo accanto a situazioni ed eventi di ogni giorno, spesso diversi, percorriamo strade per lo più ignote muovendoci con il nostro corpo che continuamente muta. Ci perdiamo in continuazione per poi ritrovarci e, accolti da improvviso spaesamento, ci riperdiamo e poi ancora… La poesia è anche incessante movimento: vedere e rivedere luoghi noti, scoprire e riscoprire luoghi sconosciuti con la certezza che tutto è una meta, ma che in realtà non esiste nessun traguardo da raggiungere. L’atteggiamento del poeta è anche quello della serendipità, ovvero della ricerca/non ricerca che conduce alla scoperta di cose non attese, di intuizioni imprevedibili, con la mente libera di vagare ovunque la conduca un pensiero. La raccolta di Ruffilli ha quasi le caratteristiche di un poema, una narrazione che si propone con una prospettiva lucida, dove è presente la grande consapevolezza non solo di percorrere, ma soprattutto di sentire “vivere” la vita. E questo sentire appare come una cosa preziosa a cui va prestata la massima attenzione, senza perdere nessun particolare.  In un’intervista Paolo Ruffilli dichiarò: “Perché scrivo? Scrivo per dare pronuncia al mio interesse per me stesso, così almeno mi pare; perché, di sicuro, l’unica cosa che mi abbia davvero interessato in maniera continuativa fin dalla più tenera età è questo interesse verso me stesso: il resto rientra nella mia ottica solo in quanto si riflette su questo specchio.” Parole che apparentemente possono quasi disturbare e turbare il lettore che vede nel poeta un portatore di sogni, o forse di verità, poiché, secondo l’immaginario collettivo,  le parole del poeta non sono altro che un’immagine dove ognuno può  trovare la forma della propria anima. Ma questo “interesse per se stessi” non significa certo allontanare l’altro da sé, ma bensì viverlo fino in fondo nella ricerca di senso tra ragione e follia all’interno di un percorso di vita in cui abbiamo un unico strumento a disposizione: noi stessi.  Per il poeta l’inizio è appunto il viaggio perché “È il movimento a darci in dote la speranza/mettendo in relazione noi stessi con le cose…” ed è un viaggio esistenziale, onirico, ma anche reale. Un treno ci porta lontano, attraversa città, paesi, campagne, paesaggi marini e boschivi e dal finestrino possiamo cogliere flash di vita quotidiana “…il letto sfatto, un bagno e la cucina. / il gatto e un vaso, al pavimento. / (….) Ombre tra le ombre che fuggono di scena, / col treno che riprende il movimento.” È un viaggio solitario, una corsa all’inseguimento di se stessi con lo sconforto di comprendere che spesso ci perderemo e certamente non riusciremo mai ad afferrare l’esistenza: “Scoprendo che la vita ci precede/ nel mentre stesso che rimane indietro.” Infatti viaggiare con la poesia è più un girovagare per cercare, e possibilmente trovare, un qualcosa di diverso che riempia di cose nuove il pesante bagaglio che ci portiamo appresso: non importa che sia reale, non importa che sia dolore, angoscia, tormento o morte, perché sarà sicuramente amore, emozione, sarà desiderio, delirio, bellezza, sarà illusione o speranza di conquistare finalmente il sogno originario: “Di corsa, inseguendo se stessi, / la propria figura smarrita, / pensandosi in fondo lasciati/ soltanto un poco più indietro. / E andando lanciati in avanti/ metro su metro, in questo/ spreco di sé nel mondo fuggendo, /intanto mutando in gara infinita/ -intravista e perduta- la vita.”  Ruffilli si lascia consapevolmente trascinare da questo girovagare tra le cose della vita senza aspettative, liberando la forza delle parole svincolandole dalla ragione, senza pensieri o attesa di raggiungere una qualche salvezza. E questo viaggio, intrapreso con un “incerto andare”, prosegue “fino al suo finire” con la chiara consapevolezza che “non dovrà arrivare da nessuna parte.” Il viaggio continua e vengono incontro esperienze e nuove sfide, come quella difficilissima di essere padre. La sezione dedicata alla figlia è intensa e intrisa di tutta la complessità e lo smarrimento che si prova in una situazione che ci cambia la vita. Si svela un’autobiografia che non vuole celarsi e scopre la fragilità del faticoso percorso di genitore: “Come eroe, lo sai, mi sono/ defilato: non ho la faccia per sostenere il ruolo, timido e/ impacciato, incerto di ogni verità.” Il poeta non teme di esporsi e rivelare la sua emozione che ben si avverte nella bellissima poesia “Salvezza”, dove raccoglie amore, forza e determinazione per offrire alla figlia parole che si stampano sull’anima: “Non avere fretta, sii paziente, aspetta/ e, proprio quando non ti importa/ più di niente, lascia che ti attraversi/ l’aria della vita. Quando ti sarai/ riempita, ecco che ti sostiene:/ si gonfiano le vele e ti rifà volare. / E, più sei stata disperata, più ti riprende. /Tu non lo sai, ma ti sei già salvata.” La notte bianca della terza sezione è una notte senza sonno, è quella degli antichi cavalieri medievali che trascorrevano la notte vestiti di bianco in attesa dell’investitura, è la notte delle preghiere, la notte dei pensieri che vagano ribelli tra il sonno e la veglia. Ruffilli non poteva trovare nome più significativo per il capitolo che raccoglie oggetti sparsi della mente e dove spazia in considerazioni sulla vita, il suo senso, la sua fine. Troviamo qui molto più che una mera riflessione filosofica.  La poesia si discosta dalla filosofia, poiché pretende e ha sempre preteso di più, come ben dice Maria Zambrano nel testo Filosofia e poesia: ”La cosa del poeta non è mai la cosa concettuale del pensiero, ma complessissima e reale, la cosa fantasmagorica e vagheggiata, quella inventata, quella che ci fu e che non ci sarà mai. Vuole la realtà, ma la realtà poetica non è solo quella che c’è, quella che è, ma anche quella che non è; abbraccia l’essere e il non essere in ammirevole giustizia caritativa, perché tutto, ma proprio tutto, ha diritto ad essere, finanche ciò che non ha mai potuto essere (…) Il poeta non teme il nulla” (pag 45). E proprio questo “non temere il nulla” che dà al poeta la forza della leggerezza, quasi una soavità, che permette la trascendenza e quindi la possibilità di dirigersi oltre i confini dell’arte. La poesia si insinua nei luoghi più oscuri e più luminosi, dove la bellezza e la gentilezza si incontrano con l’osceno, l’intelligenza e la sensibilità con l’insensatezza, la logica e la ragione con la pazzia. La poesia è luce e tenebra, è favola, dramma, storia, psicologia, racconto, può essere tratteggiata da una pennellata di un dipinto o trovar suono con le note di uno spartito musicale. Questa leggerezza permette a Ruffilli di rivisitare un componimento precedente “La gioia e il lutto” che parla di morte, ma in realtà diventa un canto alla vita poiché la gioia e la felicità, che “si confonde/ con la dissolvenza stessa…” trovano spazio e pace anche dentro il lutto: “L’orma appassita eppure, / nel contempo, rifiorita di ogni cosa. / L’ombra e l’odore, / neppure più il colore, / il pensiero pensato della rosa.” E termina con una considerazione sul suo cammino, affermando non senza stupore: “Io partito debole e incerto sui bersagli/ senza vera meta e senza una ragione, / capace invece contro la mia attesa/ di trarre energia dal vuoto e dal dolore/ (…) diventato con sorpresa (strana, mi dico, / la mia sorte) via via più forte per la vita/ avanzando e avvicinandomi alla morte.” Colui che è in viaggio è certo che si imbatterà sempre in qualcosa durante il tragitto, ma soprattutto, anche se a volte è inconsapevole, è sempre attorniato da cose di ogni tipo. Gli oggetti che ci circondano e fanno da palcoscenico alla nostra rappresentazione, non sempre destano attenzione, li guardiamo distratti, come se la loro presenza non interferisse in nessun modo con noi. Li tocchiamo, li guardiamo, li usiamo, ma poco li pensiamo. La quarta parte del libro, che dà titolo all’intero libro, è dedicata alla descrizione anche minuziosa di oggetti di uso comune. Per descriverli però prima devono essere pensati, bisogna soffermarsi su di loro, saper cogliere particolari o attinenze mai considerate, girare e rigirare tra le labbra il loro nome, ripeterlo ossessivamente fino a quando non prende forma. Significa raggiungere la consapevolezza del loro esistere, al di là della loro uso comune, ma come Cose in quanto tali. E poi ribattezzarli, esattamente con quel nome.  Al poeta nasce anche il dubbio che tutte queste cose del mondo che ci fanno da scenario in realtà potrebbero essere animate: sono libere o sono vittime della nostra attenzione? “Ma cosa fanno le cose quando/ sfuggono di vista al controllo/ che su di loro esercitiamo? / (…) Aspettano giorni inchiodate nel silenzio/che torni ad animarle un po’ la nostra presa? / O basta che solo le pensiamo/ e di per sé succede che il pensiero/ nominandole faccia da tiranno/ ad annullare la loro libertà?” Questi versi dedicati alle cose, di contenuto apparentemente considerabile poco “poetico”, raggiungono momenti lirici che lasciano spiazzati e confusi per la magistrale abilità con cui si manifestano. Le cose si usurano, probabilmente ci sopravvivranno. Cose su cui ogni giorno posiamo sguardi distratti, cose che ci stanno accanto mute, ma concrete nella loro forma, colore, consistenza, come la matita che ci passiamo sbadatamente tra le dita: “Il piccolo cilindro smozzicato, pendolo/ appuntito calato nel pozzo della sera.” o il bicchiere che noncuranti teniamo in mano: “Fragile, freddo, cupo, colmo, trasparente:/ fonte di pace e di ristoro, schermo e/ diga al niente, tramite fermo intanto/ al liquido scorrere del mondo.” Questa descrizione attenta delle “cose del mondo” rappresenta anche una minuziosa ricerca di sé, un’ossessione che si srotola lungo tutta la vita e che, portata davanti a uno specchio, trova: “L’immagine diversa dall’immaginato. / E, nel gioco tra differenza e identità, / svelata il poco di verità, nella scoperta/ che il mondo noto non è l’unica realtà.” Ci osserviamo, a volte, sorpresi allo specchio, cerchiamo di riconoscerci e guardiamo attenti il nostro corpo, perché siamo corpo e così sicuramente ci vediamo apparire. L’anima è nascosta, o meglio, forse è anch’essa il nostro corpo: un’anima infiltrata tra le nostre cellule, definita dalla chimica dei pensieri.  Il corpo lo vediamo, lo sentiamo, lo tocchiamo, lo annusiamo. Siamo soliti considerarlo nella sua interezza, così lo pensiamo: una rappresentazione di noi stessi. Invece Ruffilli, quasi come una magia, afferra il corpo e, con un passaggio veloce e rapido, lo spezzetta, lo seziona e ne fa una mappatura in versi, appunto un “Atlante anatomico”. Il lettore spaesato si cerca tra i versi, quasi a volersi ricomporre, ma poi si lascia affascinare dalla follia dei pezzi staccati che si raccontano, rigorosamente in ordine alfabetico: ascelle, bocca, capelli, caviglia, cervello, collo, cosce, cuore, denti, ginocchia, gomito, labbra, lingua, mani, naso, occhi, ombelico, orecchi, pelle, pene, piedi, schiena, sedere, seno, spalle, testicoli, ventre, vulva. Ma in realtà questo è molto più di un elenco o di una descrizione, infatti ognuna di queste parti prende vita e significato, si colloca nella storia e nella cultura, evoca riflessioni e ci rende consapevoli di come il nostro corpo è l’espressione di noi stessi, o meglio del nostro essere nel mondo. Infatti il corpo vive le situazioni del mondo e le situazioni determinano la forma del corpo.  Quindi più che un “atlante anatomico” sarebbe più giusto definirlo “espressione anatomica” del nostro io. Colpisce ad esempio la poesia dedicata all’orecchio: “(…) Li accoglie interi e netti, i suoni,/ il padiglione aperto nel suo invito/ e li convoglia incontro alla membrana:/ ospiti del vestibolo in cui però spogliarli/ di ogni superfluità, più che si possa./ Ed ecco che, invasa dal di fuori, con l’udito/ l’interiorità raggiunta è scossa”  o quella che ha come protagonisti gli occhi: “(…) capaci di dar forza e di pietrificare:/ il sole e la Medusa, la sorgente sacra/ dell’aria e il suo vivido splendore/ per cui si arriva penetrando/ al fondo dell’animo e del cuore.”  In entrambi i componimenti si coglie il movimento tra fuori e dentro, fuori si capta un suono, un’immagine, che dentro (ma poi cosa è il dentro?) si trasforma magicamente in un’emozione che “scuote l’interiorità” o “penetra al fondo dell’animo e del cuore”. Ruffilli pagina dopo pagina descrive, o meglio racconta, un corpo apparentemente ridotto a pezzetti, ma infine si comprende come in realtà sia strettamente unito, poiché nell’ espressione di sé improvvisamente si ricompone il puzzle che disegna lo spazio della vita. Tra le righe si coglie bene anche la dimensione erotica delle descrizioni, l’eterno desiderio di una sfida a duello tra maschile e femminile, perché, si sa, parlare di corpo significa parlare di carne, e quindi di eros: “…è con il nome nel suo stesso pronunciarlo/ che il desiderio riesce a concretarsi/ spinto con foga sulla pelle a invaderne/ e permearne ogni rilievo e anfratto/ con le parole che aprono la carne/ amplificando la vista e il gusto/ l’udito, l’odorato, il tatto.” Alla fine la vera protagonista di questa raccolta, e del fare poesia in generale, è la parola, “lingua di fuoco” che “rompe il silenzio”, a cui è dedicata l’ultima parte del libro. Il poeta quasi corre sulle tracce di Rudolf Steiner che affermava: “Nel linguaggio non giace solo la parola. Nella parola sta tutto l’uomo come corpo, anima e spirito. La parola è solo un sintomo dell’uomo più ampio.”  La parola è infatti centrale, perché è un contenitore di pensiero e di senso, che arriva da molto lontano e può racchiudere mondi diversi a seconda di chi la scrive, di chi la legge e di chi la pronuncia. La parola del poeta ha un peso e un grande spazio che la circonda, un libro intonso che può essere riempito da chiunque e da qualunque cosa. Uno spazio che risuona di valore e di armonia musicale e si manifesta in tutto il suo potere: “Fatale è il gelido potere che la parola/ ha in sé, più nuda e più crudele/ di qualsiasi altra cosa in bene o in male./ E, nel suo uscire fuori dalla bocca,/ ecco che di colpo dà pronuncia e vita/ oppure con i suoi colpi dà ferita e morte/ a ciò che si vede pensa sente gusta o tocca.“ La parola vibra nella bocca e fa vibrare tutto il corpo, completamente coinvolto nel mistero del linguaggio, che affonda le sue radici nella notte dei tempi: “Ha filamenti lunghi la parola, /radiche chiare e barbe nere/che pescano nell’utero del tempo/ tra le melme di quel limo viscerale/ che ha dato soffio e corpo musicale alle cose ancora sconosciute…” Perché la parola è la musica della vita che ci penetra, arriva in profondità del nostro essere e con una potenza immane evoca le cose del mondo, rappresenta sentimenti ed emozioni per consegnarci significati e appartenenza.

Patrizia Riscica

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Commenti 1

  1. Alberto Di Raco

    ALLA RICERCA DEL SENSO DELLE COSE
    Non è stata per me una lettura facile, quella de Le cose del mondo di Paolo Ruffilli, una raccolta quarantennale, come si legge nella presentazione in seconda e terza di copertina.
    Una prima parte narrativa, divisa in brevi capitoletti; una seconda parte sommessamente e amorevolmente didattica rivolta alla figlia; un’altra decisamente meditativa; e poi altre due parti rivolte alla ricerca di un senso: delle “cose” e del corpo come “atlante anatomico”. L’ultima, infine, di nuovo meditativa , caratterizzata da frequenti cambi del registro musicale del verso.
    Come può il lettore orientarsi in questi scarti narrativi, quale filo rosso può aiutarlo nel cercare il senso poetico della raccolta? Un possibile aiuto ci viene seguendo il linguaggio utilizzato nelle diverse fasi. Il tono prevalente è quello di una versificazione volutamente “bassa”, da conversazione familiare, con espressioni stereotipate. Ma ci accorgiamo ben presto che si tratta di una astuzia del poeta, da cui non dobbiamo farci ingannare: basta infatti che il treno del viaggio iniziale faccia una curva che “…ecco / l’insieme di tutto quanto il treno che / ci si mostra in corsa al di là del vetro. / Scoprendo che la vita ci precede / nel mentre stesso che rimane indietro.” È bastato sporgersi dal finestrino nel momento di una grande curva fatta dal treno per avere immediatamente uno scarto della narrazione, una riflessione-constatazione che ci invita ad una lettura diversa, malgrado venga fatta in tono quasi aneddotico, da proverbio popolare. È, questa, una modalità costante in tutta la raccolta, in cui la ricerca “alta” del senso delle cose viene pudicamente smorzata, quasi per farsi accettare più facilmente. Troviamo quindi un continuo salire e scendere, un alto-basso che accompagna il lettore nella ricerca poetica del significato della esistenza. Mi sembra infatti che sia proprio questa la chiave di comprensione de Le cose del mondo: una ricerca forse fallimentare in se stessa, (in quanto, per dirla con Ruffilli, abbiamo a che fare con la resistenza delle cose) ma altamente riuscita da un punto di vista artistico. Di questo glorioso fallimento conoscitivo è testimonianza l’Atlante anatomico, in cui il corpo umano viene preso come mappa di navigazione e di naufragio e viene fatto quasi esplodere in tutte le sue parti, come pezzi indipendenti (mi ricorda la fine di un celebre film di Antonioni, in cui saltavano in aria i principali simboli di una società consumistica), in una visione surrealistica, a volte orrida e a volte sarcastica, che nasconde la delusione e l’amarezza. L’anima del mondo forse non si potrà mai riconquistare, ma spiare attraverso la poesia, come ha compiutamente fatto Ruffilli.
    Alberto Di Raco
    Pino Torinese, maggio 2020

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