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VITTORIO COZZOLI PER DANTE

“tra Beatrice e te è questo muro” (Pg.XXVII,56) 

Queste sono le parole che Virgilio rivolge a Dante, vedendolo fermo, restio ad entrare nella barriera del fuoco, e passare avanti, uscendone purificato. Questa barriera, che potrebbe divenire impedimento a passare oltre, è detta muro, perché separa ancora lo stare di qua, cioè legato a ciò che vorrebbe trattenerlo in uno status imperfetto e colpevole dallo stare ormai di là, liberato da ciò che impedisce Dante dal trarre la propria personale lezione dal compimento del viaggio nel Purgatorio. Si trova nel Purgatorio dei salvati, non più nell’Inferno, dove i dannati rimangono prigionieri del “muro de la terra”, che li separa per sempre dal Cielo, che è lo Spirito. Ma dalla materia, la scelta invece dello spirito, essi non hanno voluto uscire, avendo la loro anima scelto di dipendere dalla buia inerte materia e non dal luminoso vivente  spirito. Questo Virgilio vuole che Dante capisca, che è un altro muro, un muro ‘altro’, che ancora impedisce alla sua volontà di far passare l’anima dalla dipendenza grossolana e riduttiva dalla materia a quella altrimenti appagante dello spirito. In questo modo può, liberandosi dell’impedimento, passare di là, e giungere perciò nell’al di là della materia, alla parte spirituale della propria anima. Poiché l’anima, nella sua realtà,  è unione  di una parte bassa, animale, quella che fa nodo col corpo; e di una parte alta, lo spirito, che è la parte divina dell’uomo. Perciò, se fosse l’uomo solo anima, resterebbe un animale; invece l’unione dell’anima con lo spirito rende l’uomo ciò che è, fatto ad immagine e somiglianza di Dio. Questo muro separa l’anima di Dante dal suo spirito, come a dire tiene ancora separata la sua ‘res nova’ dalla ‘res beatrice’. Ma Dante, ritrovato sé nella ‘selva’, vuole ritrovare tutto sé, e senza la parte ‘Beatrice’ non potrebbe riguadagnare tutto sé. Tra la parte anima/corpo e la parte anima/spirito è posto questo impedimento, questo muro.  Cosa vuole, arrivato a questo punto e vedendo il proprio status, qui giunto? Non entrare nella barriera del muro e patire la purificazione del fuoco e rimanere al di qua di Beatrice? Ecco perché Virgilio gli rivolge queste parole. Attende da lui la sua risposta. Ma la domanda avrebbe potuto altrimenti significare, senza mutare significato e valore: “Vuoi tu, Dante, diventare ‘Dante’?”. Ne può essere aperto il significato partendo dalla considerazione che Dante ha avuto il proprio straordinario incipit dal vedere carismaticamente la propria ‘res nova’, che è la sola appagante ‘res beatrice’. Da qui viene l’incipit del suo essere poeta: dall’aver avuto in visione la realtà della parte divinizzata della propria anima, il suo spirito, di essersene totalmente innamorato in modo che realmente spirituale proietta fictivamente nella vicenda dell’amore per una donna chiamata Beatrice. Ne consegue, di necessità, che nessun’opera poetica di Dante è concepibile senza il cantare la sua ‘donna’, la gloriosa donna de la mia mente. Non vuole altro che cantarla, lodarla; celebrando la gloriosissima, non fa che glorificare Dio, in quanto Beatrice è loda di Dio vera (Inf. II,103). Dante confesserà, a testimoniarne il vero:

“Dal primo giorno ch’ì’ vidi il suo viso

in questa vita, infino a questa vista,

non m’è il mio seguire al canto preciso;

ma or convien che mio seguir desista

più dietro a sua bellezza, poetando,

 come a l’ultimo suo ciascuno artista.” (Pd.XXX,28-33)

Può cantarla solo dopo averla smarrita, allontanandosi dopo la sua morte e il progressivo allontanarne la memoria. Perciò, solo ritrovando sé avrebbe potuto ritrovarla. Smarrendo sé, si era fatto ‘selva’, scendendo al punto più basso di sé. Ora, rispondendo al suo grido d’aiuto, e gridando il proprio “Miserere di me” a Virgilio, aveva ottenuto dalla Provvidenza un viaggio di salvezza che gli ridonasse il guadagno di tutto sé: corpo anima spirito, ciò che fa l’uomo uno senza soluzione di continuità. Il suo altro viaggio tra gli status animarum post mortem gli avrebbe concesso il progressivo riguadagno di sé. Al termine della salita al Purgatorio, eccoli di fronte a questo muro, a questa barriere di fuoco che impedisce il suo cammino. E qui la Guida, preso atto della resistenza di Dante ad entrare nel fuoco purificatore, la vince con queste parole di cui Dante conosce bene il significato: “tra Beatrice e te è questo muro”. Comprende infatti cosa stava alle spalle di questo muro e cosa significasse ciò che stava al di là: ‘Beatrice’. Cioè, comprendendo più a fondo, spiritualmente, la parte di sé (la ‘res nova’, la ‘beatrice’), che, conosciuta nella prima giovinezza e poi smarrita, ora aveva la possibilità di ri-trovare, ri-guadagnando finalmente tutto sè: corpo, anima (Virgilio) spirito (Beatrice). È questo che vuole? Se sì, vuole non solo riguadagnare la ‘Beatrice’ e tutto sé, ma così facendo, portare a compimento tutta la sua missione scrittoria. Senza Beatrice, la parte ‘cielo’ di sé, come potrebbe salire ai cieli del Cielo, guidato non più da un ‘naturale’ Virgilio, ma dalla sua stessa parte divina, la Beatrice, lo spirito? Senza riguadagnare Beatrice, come avrebbe potuto portare la sua poesia a divenire una gloria letteraria ma la sola gloria che Dio chiedesse a lui, avendogli donato la novitade della sua condizione (Cv.II,vi), gli speciali episodi carismatici ed un incredibile talento (“tutto mio ingegno” Pd.XXII,114; Cv.II,xii) a ciò reso idoneo? Ciò significava dare sola gloria a Dio, restituendo il tutto con umiltà, riconoscendo, cioè, vero quanto il profeta Osea aveva apertamente dichiarato: “il tuo frutto è opera mia”. Da qui l’umiltà, così contrastata da Dante con quella certa superbia che altri in vita gli avevano riconosciuto e che lui stesso ammette come proprio male nel Purgatorio (Pg.XIII,133-138). Qui comprendiamo per quale via Dante potrà riconoscere sé come strumento di Dio: ond’io son fatto scriba”(Pd.X,27). Ecco la barriera che ancora impediva Dante nel continuare il proprio ‘cammin’ per mezzo di questo ‘altro viaggio’. Questo fuoco lo avrebbe purificato, così come altri poeti, e non solo Arnaut Daniel, dal fuoco della lussuria per disporlo a ricevere il fuoco dello Spirito Santo.  Beatrice, che ancora è al di là di questo muro, lo attende. È questo che anch’egli vuole? Vuole portare di là di questo ‘muro’ il nodo anima/corpo non più alla ricerca dei piaceri del corpo, ma dei piacer de lo Spirito Santo”(Pd.III,53)? Dante, vinto, entra, e per consolarlo da tanta sofferenza, Virgilio gli rivolge amorevolmente queste altre parole, ugualmente necessarie a Dante: “già li occhi suoi veder parmi”. Con questi ‘occhi’, finalmente e definitivamente purificati e tornati ad essere i propri come nell’incipit Vita nova, Dante potrà non solo vedere di nuovo con gli ‘occhi’ della sua ‘Beatrice’, cioè con gli occhi dello spirito, ma portare a compimento la sua missione scrittoria.

Vittorio Cozzoli

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