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L’ALBERGO DEI MORTI

Fabio Dainotti, in L’albergo dei morti (Manni), attraversa una successione di vicende e di situazioni lungo gli anni della sua vita, costruendo una sorta di autoantologia che recupera anche i suoi lontani primi versi e ricapitolando temi e modi della sua poetica. La sua è una poesia che mi pare caratterizzata da un’originale chiave illuministica, in cui l’intelligenza è costantemente l’altra faccia della sensibilità; e la scrittura, precisa e minuta, il complemento di una disposizione per altro istintiva all’immaginazione. E tutto in questo libro capitale, pur mirando sempre in alto e oltre, vi si compie senza rinunciare alla mitologia del quotidiano, còlta nel suo paesaggio privilegiato, quello di città e paesi, luoghi insieme della personale autobiografia ma già in una proiezione in qualche modo universale, interni ed esterni popolati di figure che sono sempre “persone”, direttamente legate al proprio destino anche quando sembrerebbero solo comparse occasionali venute ad attraversare il proprio cammino. C’è in queste pagine una componente angosciosa, anche se continuamente esorcizzata attraverso le immagini. È quella appunto che deriva da una lucida analisi della realtà, dalla conoscenza e dalla consapevolezza ma nello stesso tempo dall’esperienza della natura emblematica e misteriosa della vita. E c’è tuttavia, in questo quadro di partenza se non propriamente negativo comunque problematico, l’innescarsi di una speranza, di una possibilità di salvezza, legata all’ottimismo della volontà contro il pessimismo dell’intelligenza. Ecco che continuamente emergono come determinanti e potenzialmente salvifici i rapporti tra gli individui; e le parole d’amore, di amicizia, di compartecipazione ne sono le occasioni vincenti. Perché i rapporti tra le persone, nei legami di sangue, di affetto, d’amore, di simpatia, di solidarietà, possono ribaltare, in qualsiasi momento e contro ogni apparenza contraria, la situazione con la forza rigeneratrice della loro umanità. L’atmosfera di questi versi è quella intensa di una realtà pronunciata tra riferimento oggettivo e interferenza del pensiero, con una nettezza che è la cifra stessa dell’autore. In un linguaggio piano ma coinvolgente, di una incisività direttamente proporzionale all’energia vitale che lo anima dal più profondo.

Paolo Ruffilli

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