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SU “L’ASSEDIO” DI ENZA SILVESTRINI

SU “L’ASSEDIO” DI ENZA SILVESTRINI

Ad alcuni sembra difficile parlare di un contemporaneo: come se non ci fosse spazio oltre se stessi, o in se stessi. Parlarne, studiarlo, canonizzarlo a volte, come mi è capitato di fare per alcuni autori polacchi. Riconoscere il valore di un’altra persona che vive insieme a noi, non in un’altra epoca né in un altro paese: lasciarla agli altri e ai posteri. Avere il coraggio di dire bravo senza alcun interesse. Sento questo dovere, fra gli altri, per la poetessa, critica, scrittrice napoletana Enza Silvestrini, che mi ha passato la sua ultima silloge poetica, L’assedio (Edizioni Ensemble), nei confronti della quale ho cercato di attuare la mia volontà di osservatore, che tenta di ricostruire una poetica altrui, pur, per certi tratti, così affine alla propria. Ricostruire una poetica. Dare un nome, pionieristicamente, ad una poetica ancora non conclamata né, tanto meno, acclamata. Schiva e riservata, la Silvestrini mi ha fatto dono, in privato, della sua straordinaria attenzione critica nei confronti dei miei testi. Abitante di una città molto difficile come Napoli, la Silvestrini davvero, leopardianamente, cerca di opporre al mondo – che pure la incanta – il fiore della poesia. Del mondo coscienza dolorosa che la Silvestrini incarna, questa coscienza è critica ma non aristocratica, sicuramente ortesiana. Il cerchio è una delle sue immagini: il desiderio di una circolarità, di un senso, di un connubio. Tutto questo le è stato tolto. Quella che mi sembra, a me classicista, la poesia più bella della poetessa, quella che chiude il libro, la più lirica (“nel riflesso che hai scordato nell’acqua”) contiene appunto l’immagine dell’anello, che sigilla un’esperienza e una vita, evoca la vita di un’altra persona, di un altro, di un’altra, di figli e compagni assenti; l’anello invoca la presenza di un pieno ma al tempo stesso è pieno: perfetto: tautologico e al tempo stesso evocativo. Evocativo della libertà e della responsabilità di amare. Nel pegno dell’anello due esseri umani si riconoscono. Cosa è stato tolto alla Silvestrini, in una scena invisibile? Tutto. E questo tutto, mai pronunciato, aleggia per le pagine di questo breve ma denso, ricco libro, facendo capolino da dietro un lirismo franto e, dovrei dire purtroppo, smembrato. Nell’immagine la poetessa spera il ritorno della cosa: ma è un processo, che culmina nell’ultima poesia. La poesia, questo canto sincero, ruvido, quasi “scostante” se non conoscessi l’infinita dolcezza dell’autrice, è fatta di momenti (Alda Merini: “ti nutrirei di attimi soltanto”), in una continua, fiera confessione a un interlocutore anche quando questo interlocutore è impossibile. “Non sono utile né bella, / Non ho colori lieti né profumi; / Le mie radici rodono il cemento, / E le mie foglie, marginate di spine, / Mi fanno guardia, acute come spade. / Sono muta. Parlo solo il mio linguaggio di pianta, / Difficile a capire per te uomo. / È un linguaggio desueto, / Esotico, poiché vengo di lontano, / Da un paese crudele / Pieno di vento, veleni e vulcani. / Ho aspettato molti anni prima di esprimere / Questo mio fiore altissimo e disperato, / Brutto, legnoso, rigido, ma teso al cielo. / È il nostro modo di gridare che / Morrò domani. Mi hai capito adesso?” (Primo Levi, “Agave”, in “Ad ora incerta”, Garzanti, Milano 2004, pag.71). La Silvestrini, “destriero ferito che dalla vita non ha avuto nulla” (Dario Bellezza su Anna Maria Ortese), ci riporta la sua esperienza: esperienza con la nostalgia di un dove e di un cosa. Tornare a casa: avere una casa: e nel frattempo, una casa di parole. Rientrare nell’anello, in questa presenza vuota, danzare con esso. La poetessa, capronianamente, vuole tornare in un luogo dal quale non è mai partita, perché la strada ha abraso la possibilità della memoria: l’origine non è ritrovabile perché non è memorabile: ovvero, etimologicamente, non è raccontabile. Storie di schegge senza nome, non-storie sono le descrizioni (fra le meno liriche, fra le più scabre, di testa) che la poetessa fa dei profughi: sembra un destino, invece la parola giusta è sorte. In una fratellanza impossibile, negata dalle stesse condizioni che la dettano, la poetessa quasi con rigore scientifico riporta queste esistenze: sono le sue esistenze, le vite che vive tutti i giorni e che ha bisogno di traslare: i profughi sembrano essere i “correlativi oggettivi”. Il linguaggio della poetessa è di chi ha fatto studi filosofici: in lei poesia e filosofia vivono di un’attrazione e repulsione reciproche. Il nucleo poetico sembra quasi vergognarsi di essere tale: è smembrato, isolato, minato: cerca il soccorso del pensiero, ma il pensiero non riesce a giustificarlo. È la gratuità della vita. La Silvestrini non finge un canto: riporta un nucleo vitale. Se le cose stanno così, assistiamo costantemente a una ferita, come se la ferita fosse un processo e non un fatto: è sempre viva, e la parola è il tempo che la dice. La grazia è la risposta a questo dolore. Enza chiede pietà: e non la vuole. La ferita è un evento che si ripete: e si ripete ogni volta – ogni notte – che un’imbarcazione di profughi prende il mare. La ferita è musica: è addirittura primavera. È ritorno del dolore e della gioia. C’è stato un abbandono: ma non c’è rancore. C’è solo dolcezza, tenerezza. C’è il riconoscimento della condizione, dell’ex-sistere. Poesia e filosofia cercano un assoluto che non riescono a riportare alla terra. Allora è il poeta stesso che intraprende il viaggio. Si scorpora, fa quello che le parole e il pensiero non riescono a fare. Parte verso l’assoluto, verso la ricomposizione (“il più alto risultato che un poeta possa raggiungere è il silenzio”: František Halas) e ne riporta a terra brandelli di nuvole: sono i nuclei di lirismo, i focolari, i focolai, i falò. Da qui parte la vita, da questa primavera. La tensione è verso l’immenso: il mare, che uccide e salva per sempre, l’aria, l’amore. Anche il proprio amante la poetessa vuole accogliere nella propria maternità, per viverla, per esprimerla: e non ci riesce. Da cui anche la furia. Ma questa donna non perde la speranza. Il libro di Vercors si chiama “Il silenzio del mare”: è a questo silenzio, che tutto inghiotte e tutto preserva – all’umiltà e alla grandezza di questo silenzio – che la poetessa si rivolge. Questa donna mi ricorda anche la nobiltà di Antigone, o la maternità di Medea o del personaggio di Brecht. Medea si oppone a tutto. Ma Medea chiama il destino (lo è, lo rappresenta, lo incarna, lo invoca: ne è il nome): la poetessa Enza gli si oppone. Lo canta nei profughi: ma, come abbiamo già detto, alla parola destino preferisce la parola sorte. Perché l’acqua cauterizza. Al regno dei morti si può chiedere di restituirci tutta la nostra vita: possiamo farlo noi sopravvissuti a stento, noi compassionevoli, noi che viviamo sul limite. Il desiderio di essere: la nostalgia dell’essere; dal desiderio di esistere al desiderio di essere: cercare un nome: essere perché si è chiamati. Ma si può esistere per sé. Finché non si scopre quanto teniamo a un altro, e quanto vorremmo che un altro tenesse a noi. Allora cerchiamo il nome. L’amore è chiamare. Il mondo smembrato di Enza Silvestrini. Il mondo dove i nomi si cercano, dove la poesia è molecolare, gli atomi sono “gorghi” (parole sue), e si cerca una consistenza, un consistere, un uscire dallo stato amebico e dal corpo senza corpo (sfuggente come le parole sfuggenti) della medusa. Il lirismo di questa poetessa è a chiazze. Potremmo parlare di macchie di lirismo, su un corpo concettuale e a volte quasi inafferrabile per come è marmoreo: non lascia appigli, la caduta è libera, la superficie a perpendicolo del mare, ma la poetessa non vuole rinunciare alla propria onestà: non vuole inventare poesia dove non c’è, dove la realtà non ne lascia possibilità. Il libro si apre con questi versi: “sulla riva che ci aduna / le vite giungono a strappo / con qualcosa che le inclina sull’opposto”. Si cerca un qui; il qui è subito violentato; diverso, divertito: portato alla sua divergenza, in una opposizione di angoli dove ognuno di essi è convesso; e cosa accade in ognuno di essi? Ciò stesso che accade con la pietà: la poesia che si chiude e che si dà: dà il proprio vuoto. L’angolo si chiude; racchiude; conclude come l’anello; se non fosse che contiene una feritoia dalla quale fugge l’essere. Pudore di esprimersi; coraggio, puntigliosità; desiderio di aprirsi; ripiegamento sulla propria forma; desiderio del pegno: l’anello: la memoria: la storia raccontabile: l’uscire da sé. Condivisione del pane dell’esperienza: le vite non vengono risucchiate, gli atomi si compongono in forma: la musica è componibile, gli astri non sono spietati. Non c’è bisogno del nome per essere: si può essere senza la voce, né propria né altrui: si auspica e si teme un mondo senza nomi. Il silenzio. La musica del silenzio, il piacere del silenzio. La superficie anonima del mare; la profondità del mare, i suoi contenuti. Uscire dall’anonimato. L’origine senza origine. Leopardi: l’essere senza famiglia, l’atomo sbalestrato per il mondo, senza un nome, senza un cognome: colui che si costruisce da sé, come la scrittura. Scrive Leopardi nello “Zibaldone”: “la vita è uno stato violento”. La violenza di Medea, del fato: il desiderio di essere madre; e di distruggere. Morte e vita nello stesso grembo. La furia della giustizia. Non c’è dubbio, la poesia di Enza Silvestrini mi riporta alla memoria il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, il “Cantico del gallo silvestre”, “La ginestra” di Leopardi: l’interrogazione nel vuoto, il rivolgersi alle pietre, lo sgomento di fronte all’assoluto, darsi un nome in un mondo costituzionalmente muto. Il nome che si istituisce all’interno dell’assoluto del nulla. L’infinità del tempo e il dialogo con ciò che non ha forma né essere. In questa poetessa frequente cambiamento di ottica – di lenti – fra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo; fra il caso e la necessità. “Il corpo è il nostro contenitore per le emozioni. La ‘forza’ nichilista antivita, qui impersonata da Lucifero caduto, o Dite, oppone resistenza a quello che Winnicott chiama ‘insediamento (indwelling)’. Come abbiamo visto, il trauma interrompe l’insediamento e ne è compromessa la normale discesa dell’anima ‘portatrice di luce’ nel corpo. Si apre una frattura fra le emozioni ‘cattive’ (cariche di vergogna), nel corpo, e i pensieri ‘buoni’, perfezionistici, nella mente, e così si creano paradiso e inferno nel mondo interiore del bambino e viene a mancare la mediazione fra di essi … L’emozione è scissa dall’immagine, il corpo dalla mente, l’innocenza dall’esperienza; la vita procede a compartimenti stagni … Questo stato di privazione era una sorta di eterno sconforto e alienazione da Dio (in termini psicologici: una scissione dell’asse io-Sé), una preclusione dello spazio potenziale, l’incapsulamento dell’innocenza e, quindi, la perdita della speranza” (Donald Kalsched, “Il trauma e l’anima”). Scrive Enza Silvestrini: “è l’ora che peggio è solo morte / il mondo si disfa / in coriandoli sottili / scaglie di palazzi vanitosi / geli avidi tagliati in grani / timida polvere di senso”; e poi: “e la mente non sa più comprendere / la formula giusta per la ricomposizione”. Mente e corpo viaggiano separati: la poesia ne cerca la ricomposizione; è la formula, come nell’immagine finale magica dell’anello, il legame immortale: promesso. La ricomposizione, la formula chimica, atomica, ma anche alchemica. Un mondo smembrato, una persona smembrata: il trauma, e la ricomposizione (impossibile e ancora sperata) nella parola: una parola che non finge cura. Non c’è musica in Enza Silvestrini: la sua gola è un po’ strozzata dalla vita – dalle cose, che non sono vita –, la musica è lasciata elementare, molecolare, in una poesia al tempo stesso fisica e metafisica. L’impossibilità del corpo, di sentire un abbraccio, di sentire che lo si può dare perché c’è qualcuno che lo accetta: farsi dare il proprio corpo dall’abbraccio dell’altro. L’identificazione con la sorte (altrui): togliersi il peso di sé; sentirlo più forte; questo è l’angolo convesso, che schiaccia e lascia liberi: il sacrificio. Vedersi altra, quello che si vuole dare, che si vuole essere, come alienarsi, darsi: mai altrui, perché non si è amati, e perché si difende gelosamente il sé. Si è nelle proprie parole: che rimangono sospese, nuotano “nella necessità del mattino” (pag.15). Attacco ungarettiano, bellissimo: “ti depongo in una bara d’acqua / dove tutto è smemorato / senza nomi / solo una frana melodiosa di onde”; viene in mente anche “Il dolore”, oltre che “L’allegria”: “e non potrò più smemorarmi in un grido”. L’universo dimentica se stesso, in Enza Silvestrini: è: fa dichiarare ad altri la propria impossibilità di esprimersi: delega il proprio silenzio. Ci muoviamo in una democritea danza di atomi, che il pitagorismo – la poesia – vuole musica, musicale. Gioiamo del nostro stesso dissolverci nell’acqua, se questa vita è invivibile: dichiariamo la nostra vita nella morte delle vittime. Siamo la nostra morte: la liberazione. La vittoria del canto sul tradimento delle cose, che non si compongono mai in immagini. La pietà del decesso: ci liberiamo nell’annullamento. Se il canto parla della morte, il canto è la morte, il canto supera la morte, se il paradosso – l’assurdità – ne afferma la verità. “e ciascuno faccia ritorno / al proprio corpo” (pag.20): bellissimo, e conferma ciò che dicevamo; “sento la struttura dei sogni” (ivi): la freddezza – il marmo – del pensiero si scioglie, si fa struggimento: la Silvestrini mostra il processo, la compresenza. I sogni riappaiono nel desiderio e nel ricordo: si fanno scheletro, speranza. Il concetto può diventare vita. “e tutte le madri correre / su invisibili strade / per accoglierci / di nuovo nel grembo” (pag.22): il ritorno, la ricostituzione, la negazione dell’esperienza caproniana; contro la disgregazione del corpo e della persona. “il mondo è fatto ancora degli stessi elementi? / forse ormai tutto è acqua / e solo i morti respirano ancora” (ivi): la tempesta delle cose, e in esse la perdita e il ritrovamento della possibilità di dire “io” e di essere Sé. Cos’è una persona fra le cose? Una coscienza, un cuore, una speranza nel silenzio? Cosa vuol dire Leopardi? Cos’è la danza degli atomi? Cosa siamo noi nel silenzio? Queste le domande vissute e porte dalla Silvestrini. Cosa ha portato l’esperienza umana – le vittime e la vita – nell’indifferenza dell’universo? Cosa è cambiato? Perché nostro solo è lo sguardo e il sentire? Dov’è Dio? Bellissima anche la poesia “i risvegli sono vapori dell’alba / che svelle la tenerezza dei sogni” (pag.24). Se la poesia è la tensione dell’agave, di fronte alla constatazione dell’inganno e del nulla (“il più piccolo atto di giustizia – non oso dire verità o compassione – vale tutto un libro. Il ritorno della legge, poi, – intendo la legge morale, – essendo la seconda natura stessa, vale a dire la cultura intera. Se tu ci pensi, si scrive infatti perché si è tristi, perché tutto questo, la seconda, natura, con quanto implica di rinnovamento e di gioia, – non c’è, o è tenuto distante: oppresso da un inganno, un potere strano, che ne rimanda in eterno l’avvento”: Anna Maria Ortese, 1978 [Corpo celeste]), eppure ecco Enza, come in un’appoggiatura di Mozart, mostrarci la grazia di cui è capace e la cedevolezza che vive, l’abbandono alle cose, alla vita e alla gioia della poesia, che tutto cerca di riscattare. La poesia di Enza Silvestrini, come una cosa, come uno degli atomi che essa canta e che danza, va rispettata, e letta, più che commentata. Parla, è, non vuole, come l’agave di Levi. A pag.25, bellissimo: “pezzi di aria nascosti negli occhi”; i nomi nel viaggio, del viaggio, per il viaggio. Se la materia diventa immateriale – ariostescamente, baroccamente illusione – e leopardianamente l’unica cosa reale sono le illusioni, se la realtà è irreale, allora l’unica materia è l’immateriale. Nel trauma, come mostra il discorso di Kalsched sull’indwelling, non ci s’insedia: si è e non è. La poesia cerca di superare questa contraddizione: di affrontare il trauma (come nel trauma è l’immagine della Silvestrini: “poi resta solo la paura / legna che sfrigola / al contatto col fuoco” [pag.26]). A pag.34, delenda Carthago: scrive la poetessa (come nel trauma, e nella nobiltà che è sorte, e nel dolore): “mai schiavi / mai vivi”: è la condizione contemporanea, anche dell’intellettuale, quello non omologato. Non è tempo né dell’agire (i Greci) né del parlare (Amleto): non si può fare niente: si esiste, e non se ne può avere neanche coscienza. O una coscienza senza corpo: pura immaterialità, potenzialità, castrazione. Eppure, nobiltà. Lo scioglimento tragico non ci può essere, perché viviamo nel nulla: nella tragedia invisibile. Altro capolavoro è la poesia “fenomenologie”: “le alienazioni dello spirito / non sono visibili a occhio nudo”: ma dove, al microscopio o al telescopio? “cunicoli di noia”; e scrive “ma cosa succede in assenza di noi”, come quel “me di me privo” dell’”Aspasia” di Leopardi. A pag.47, “cavalli di Troia”: “nel ventre concavo tutto si tiene / dentro lucidi specchi”. Nel ventre: l’origine della vita e della morte. Un grembo assediato assediante, come in Medea. Le cose non sono, platonicamente, la proiezione dell’unica vera realtà, ma la nostalgia di essa, la testimonianza di un vuoto, il calco di un’assenza, dove si vorrebbero corpi e non concetti; è con dolore che la Silvestrini scrive “ogni cosa diventa la sua idea / pallido simulacro del mondo.” Quindi siamo di fronte a un platonismo capovolto, dove rimane l’ideale ma si denuncia l’idea. Il nome non è la cosa: non ci riporta niente: ci parla solo di ciò che non abbiamo e non siamo. Un idealismo tenace. La perdita della presenza, del corpo, della realtà, del presente, della storia; rimane la storia ma dove, nell’acqua, nel liquido amniotico, in ciò che è “nato-morto” (Montale): ecco il paradosso. A pag.48: “vibriamo nell’attrazione azzurra”: bellissimo. “Siamo nel puro azzurro” scrive Nazim Hikmet. Forse si può parlare, per la poetessa, di molecole di lirismo. Sembra di vedere Medea in quest’altro attacco: “il melograno dormiente / sibila le parole del destino”; e subito dopo: “sulla spiaggia ci stendiamo come in una fossa // immobili come mai abbiamo pensato di essere / ci fluttuano intorno migliaia di facce / di me di te di quelli che eravamo”: l’inconsistenza; ciò che non si fissa, che non si fa afferrare, che non si fa chiamare, il non-nome, il non-corpo, la non-realtà, la negazione dell’essere, dell’amore, dell’uno, del due, dell’essere chiamati. Pag.52: “un eccesso di realtà estiva / rende tutti troppo veri”: sì; ma è nell’allucinazione, nell’abbacinamento, nell’eccesso di luce – di evidenza / di nulla / di coscienza / di solitudine –, nell’abbaglio, che scorpora e fa dubitare del reale. Non si può essere altro da sé, non si può essere di un altro, mentre al tempo stesso non siamo mai noi stessi, perché non ne abbiamo le condizioni: “ogni altro è già uno sparo segreto”; la rarefazione, la medusa, che non si fa guardare, scrive ancora la poetessa “in un tonfo” “so” “nel mare” “non esistono cose”, e alla pagina dopo “gli occhi vuoti”, “il mare si abbandona / sulle spalle della luce”: è tutto immobile, come in Antonioni, in Montale, negli impressionisti musicali e pittorici, e la poesia è bella e franta, a macchie, appunto, a sprazzi di luce. Tutta leopardiana è la poesia che si apre con “come fanno le isole a galleggiare così lievi?”: domanda che ricorda la prima Merini, e poi Antonia Pozzi: questo è lo stupore del bambino, che ha in explicit l’amarezza dell’adulto, “nel niente che dura da una vita”. È nell’idea di una cosa – la memoria di una storia che è sfuggita ai flutti, che anzi è protetta dai flutti – lì c’è la speranza di ritrovare se stessi: la ricerca dell’epilogo, del ricongiungimento nell’altro: farsi chiamare amore, poter essere chiamati amore. Avere un nome che brilli nel silenzio. E che nel silenzio s’annulli. È con la luce che si chiude questa bellissima raccolta: con la speranza di avere un corpo dotato di peso, di un senso dato dalla propria capacità di amare e di essere amati, fino alla morte.

Marco Bruno

Atelier

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