Zairo Ferrante è nato nel 1983 ad Aquara (Salerno) e vive a Ferrara dove lavora come Medico Radiologo. Ha pubblicato le raccolte di prosa e poesia: D’amore, di sogni e di altre follie (Este Edition, 2009), I bisbigli di un’anima muta (CSA Editrice, 2011), Come polvere di cassetti (David and Matthaus, 2015), Itaca, Penelope e i maiali (Edizioni Il Foglio Letterario, 2019). Nel 2009 ha fondato il “DinAnimismo”, un movimento poetico/artistico di neoavanguardia. Suoi scritti figurano su diverse riviste e periodici culturali, sia on-line che cartacei. È inserito in numerose antologie collettive ed alcune sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo e francese.

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POESIE

INEDITI

Come un radiologo
In silenzio m’affaccio a questa vita
mentre il sole stende le sue braccia all’orizzonte.
Tra il grigio e le sue mille sfumature,
come un Radiologo, cerco una risposta.
Un singolo bagliore, all’ombra della sera,
che possa illuminare la mia mente
e – solo – tra le pieghe della memoria
continuo imperterrito a frugare.

Come un Radiologo, forte io mi aggrappo
al segno rivelatore che mi spieghi l’esistenza.
E quando stanco – pur sembrando strano
per un Medico Radiologo – io prego.
E tra i fulmini che accendono il tramonto,
attendo quell’Arcangelo che m’indichi la via.

E poco importa se la gente – spesso ignara –
mi deride e vede in me un automa.
Una sorta di congegno senza l’anima
che vive al buio per paura dell’amore.
Tanto io , come un Radiologo e senza sosta,
continuo ad esplorare nell’intimo del mondo
portando spesso addosso, non solo per bontà,
le mie e le altrui miserie, a volte anche serie.

E proprio come un Medico Radiologo,
m’immergo in mille volti e mille vite.
Mi perdo in giovani sorrisi, spesso stanchi, e soffro
quando inerme e interrogato giro i miei tarocchi
– che son pixel iridescenti – e non vi leggo la speranza
che il Prossimo vien da me ad elemosinare.

Ma in fondo – e questo l’avrai capito –
sono proprio come un Medico Radiologo,
Uomo fatto di carne e d’ossa, a volte quasi rotte,
che nel cuore della notte ancor si scioglie quando
– desiderando solo la mattina e pure un letto –
incrocia il sorriso di un Bambino spaventato
che, come vento inviato dalle Stelle sulla terra,
di colpo lo riasciuga da tutta la fatica e dal dolore.

da ITACA, PENELOPE E I MAIALI

Itaca: La Bellezza
Anche adesso – che gli dèi del progresso hanno brindato
con milioni di piccole bolle color di zecca effervescenti e
i nostri cervelli, tutti d’un sorso, si son bevuti  –
quando alzo il naso dal mio smartphone vedo ancora
che la luna, sola, resta appesa al filo
– candido –
fatto di pensiero di bambino senza  macchia.
E dondola nella via del latte, punzonata da miliardi di libellule
che son stelle quando a sera, l’Architetto, accende le sue luci.
E nonostante questo schermo, ancora vita e morte si rincorrono
in quel gioco vecchio quanto il tempo, fatto d’anni e di stagioni
e primavere che inarrestabili si susseguono e nuovamente
– continuano a sbocciare –
con prati che profumano di fresca malachite appena colta.
E volteggiano, nella cornice d’una finestra, grandi farfalle
e puntiformi uccelli a dipingere improbabili geometrie.
E passa l’estate e tornano a far rumore anche le foglie
che cadendo ci vengono a donare
il fragore rosso calcedonio
d’un silenzio ormai spesso inascoltato.

E di nuovo perfino anche la pioggia, rigida di freddo, ancora indossa
il maglione suo più bello, bianco color dell’innocenza e si dimena
imperterrita  nel vento, tutto a ricoprire, il brutto e il bello e
i semafori e le canne, il tratto e pur la linea, il vero e l’apparente ombra.

E mentre il Mondo ancora insegue il Sole,
che zitto e quatto corre e
si smarrisce in quell’anfratto
d’Universo che prende il nome di Galassia,
io, che piccolo pur respiro, nient’altro posso fare
se non pigiare forte quel bottone
e riprendermi la Bellezza.
– Itaca –
unico traguardo materiale a cui approdare
spegnendo, come Ulisse, le sirene
leucotomizzanti e impure menzognere,
in quest’odissea ad arte costruita e poi…
spacciata, in pasticche narco-selfie, come vita.

Penelope: La Promessa
Distanze incolmabili s’aprono
su sterminati e feroci silenzi,
come acqua salata divide
coste, calette e spicchi di terra.
Nell’ora più buia dell’uomo
dove parola non viene né detta,
né scritta; la gioia è cliccata.
Un “like”, l’apoteosi del cuore,
espressione perfetta del tempo spietato
che ingurgita i minuti e perfino le ore.
E barbari, dai colletti stirati e
fasulle promesse di gloria e successo,
svendono la vita nel vuoto della rete.
Ma tu, dolce Amore, non perire.
Aspettami nell’antro di quel sogno.
Cercami nella luce dei tuoi occhi.
Penelope tesseva la sua tela e
con speranza di notte la sfilava,
nel ricordo dell’unica promessa:
Saremo sempre Noi e sempre veri,
a costruire su macerie,
portandoci per mano.

Argo: Il Ricongiungimento
A Serraino Fioravante
Ancora mi domando come?
E piego parole in questo lembo
bianco lenzuolo di carta e di stracci.
Accartoccio le idee, ruvide, a tratti
sbiadite, pendenti e scoscese.
Ripide scale che portano in alto
al ricordo di sere di maggio
e sullo sfondo quell’Itaca nostra.
Perplessa ascoltava sussurri e progetti,
giammai un rimpianto o inutili chissà.
E ciliege profumate inebriavano l’aria e
ubriacavano la mente di quei Mariani tramonti.
E forse mai niente ci siamo promessi
ma un Cane sempre ricorda il non detto.
Aspettami sul ciglio di questa nuova casa
nel cielo di maggio torneremo a cantare
come rondini nere a parti invertite
tu Argo io Ulisse, nel certo ritorno.

da COME POLVERE DI CASSETTI

Oggi ho visto Dio
Oggi ho visto Dio
dentro l’ingranaggio
della ruota della vita
poco oleata a denti
stretti e ben serrati.
Dio rideva nel sorriso
fermo, rosso e vero
al semaforo dell’incrocio
tra via morte e malattia.
Eppur oggi ho visto Dio,
quando ho appreso ch’Egli
non diverso era da me.
Quel me ch’ogni mattina,
di sottecchi, guardo in faccia
nello specchio, colle mani
appoggiate al lavandino.
E quando oggi ho visto Dio
mi sono accorto che mai
l’avevo fissato dritto
e scrutato negli occhi.
E così l’avevo rinnegato
per tutto il tempo e
nel tanto, infinito, tempo
in cui dall’uomo mi ero
allontanato, come mosca
con la carta appiccicosa.
Ma oggi, finalmente,
l’ho trovato questo Dio
che dell’uomo s’è vestito.
Con cravatte di pietà
e calzini d’umiltà…
Lui, proprio Dio, Uno,
Trino e Infinito che,
imperterrito, séguita
a radersi la faccia
ogni singola mattina
in infiniti specchi che,
sparsi per il mondo,
volti umani, per magia,
continuano a riflettere.
E davvero… oggi,
te lo dico, ho visto Dio.

Ecocolordoppler
Se potesse, la mia mente,
fare “un’ecocolordoppler” e
consciamente scandagliare
il flusso rimbalzante di
pensieri accartocciati.
Quanto potrei godere
nel vederli glauchi quelli
– già pensati – che leggeri
si allontanano come un filo,
un rigagnolo di fonte chiara
depurata dall’immortale
setaccio del ragionamento.
E fantastico potrebbe essere
riconoscerli perché scarlatti
quelli ch’ancor non ho pensato
e predirli, pensarli, aprirli e…
mangiarli, l’uno chiama l’altro,
come chicchi di melagrana,
senza la vorace e deformante
ansia, angoscia d’improvviso.

Ma io vivo e non esisto!!!

E così, come sublime
e innata dote umana,
vivendo e non sapendo,
mi godo questo scherzo
della mente che s’affaccenda,
a volte aperta e a volte casta,
ad inzeppare vuoti e ingorghi
nei crepacci di memoria.
Senza ch’io possa sapere
come e quando cesserà;
ché sì facendo, a sua insaputa,
certamente ancor disseta
la mia fame di speranza.

da I BISBIGLI DI UN’ANIMA MUTA

Il lampione
Come segno di gratitudine a Fioravante Serraino
per avermi invogliato a cercare i miei miti
Piazza: irta foresta di gente sgomenta.
Che incredula osserva
danzar dolce musica
dai tondi e vuoti
neri buchi d’ottone
e dai legni a fatica
dall’uomo soffiati.
Piovono applausi! Mentre
una grigia voce annuncia
una calda dolce nanna…
… e di nuovo la gente,
muta e sgomenta,
col pensiero si finge
nel lento sbuffare
dei freschi orchestrali…
… e Lui lì, in disparte,
che fissa la folla
mentre illumina l’orchestra.
Solo,
si chiede se qualch’occhio
per errore l’ha veduto.
Sospettoso
si domanda
sulle bocche bisbiglianti.
E quasi infastidito
dalla voce del soprano
resta lì,
fermo e vecchio a lavorare
in rima attesa col mattino
nel suo buio da sopportare.

TRADUZIONI

A trilogy of love, dreams and new-found folly
I
Love, a word sprouted by chance,
growing in the garden of the passions,
sprung up by itself, even if it cost an effort.
In the only uncertain ruby-colored program,
a fantastic painting painted by three hands
and the fourth, left alone, to give
caresses, certainties, words and love.
Alleviating with unexpected and surprising rhymes
the slight as well as heavy sadness.

Of love.

Today I do not speak it but still live IT.

II
Dreams, stolen, torn, sliced to pieces.
Some even sown and flown away
like dangling ribbons, painted
on a sky changed by the perennial
solemn procession of weather that slithers
and runs like a flock
of butterflies, some white, others black,
some full and some empty.
Like ribbons, as I was saying, some
of the rapid dreams have disappeared
by themselves and gathered to make a nest together.
And today I will still scatter my dreams
all over the world, over the earth, the streets and the seas
of my life that sometimes is agitated and
at times stops and withdraws, returns and takes refuge
into the only game that is still permitted.
A foam of salt and sweetness that caresses the beaches
of this world and this universe,
leaving seashells
that are also still my dreams, fortunately
they are open and have been gathered by the hands of God.

III
And I still smile about other kinds of folly,
those that I have partly lost,
but perhaps if I look thoroughly in some
of my gestures, thoughts or words…
… Oh well! I swear to you now I can still find them.
They suddenly appear to scare me,
like a drop that falls in a silent hour
when my heart wants to lighten up and relax.
And I am are awakened by a simple drop, small and single,
to which the clap of a thunder is attached.
It is pure folly and will certainly return.
When it is alone, the saddest thought surrounds you
and punches you in the face and the chest,
and then you get up, you walk around and curse,
in order to return to your place, sometimes defeated and
sometimes victorious, in silence.
You gave in one more time, by chance and by force,
to those kinds of folly the world calls dumb and crazy,
but for you–that we are sure of–they are the things of the flesh
that when they start pushing can move mountains.

For me who is dif-ferent
For me who is dif-ferent
I pour me some verses,
I make grimaces
and sing-out-of normal tune.
For me who is gay
when, alone, I seek and find
the caress of a friend.
For me who is blind
when, boldly, I close my eyes
in the love of a Lady,
savoring this kiss of hers.
For me who is down
when, lost, in my mother’s embrace
I gently squeeze my eyes closed,
getting lost in a smile.
For me who has a beard
when, in the cold, on a bench
I eat bread and drink beer.

And I pour some poetry
for Whovever sows words
all over a world of Equals.
For Whoever in silence,
out of love for the dif-ferent,
is ashamed of the normal.
(English translation by Ute Margaret Saine)

Le Temps
Le temps s’écoule
entre les coudes anguleux
inutilement arrondis
par des souvenirs soustraits.
Presque il rebondit
des tapis de la mémoire
comme une histoire immortalisée
sur la page inutile
d’un essai de vie.
Et pourtant il se meut.
-Le temps-
Comme un chien matraqué
qui glapit au milieu des épines.
Uniques roses d’un jardin
abandonné.
Et il demande la note.
-Le temps-
Lorsque, au comptoir,
tu consommes et tu perds
la face
en voulant masquer ton passé.
Et en prenant ta dernière
monnaie, le barman
-en effronté-
te rappelle celui que tu étais.
Et il sourit lorsque
tu l’attends dans ton restoroute.
Dernier arrêt boiteux
comme une oasis qui t’éloigne
de la mort.
-C’est une illusion stupide-
De toute façon c’est le temps : qui te sert,
vole et te dépasse.
Sur cette autoroute
que freine ton chemin
et qui est la vie.

Voyage dans le silence
Uniquement poussé par le vent
j’entends son chant
et par enchantement je me perds dans le soleil.
C’est le matin!
(Traduction française par Laura Mucelli)