Pasquale Balestriere è nato nel 1945 a Barano d’Ischia, in provincia di Napoli, dove vive. In versi ha pubblicato: E il dolore con noi (Menna, 1979), Effemeridi pitecusane (Rassegna d’Ischia e Rivista Letteraria Editrici, 1994), Prove d’amore e di poesia (Gabrieli, 2007), Del padre, del vino (Edizioni ETS, 2009), Quando passaggi di comete (Carta e Penna, 2010), Il sogno della luce (Edizioni del Calatino, 2011), Oltrefrontiera (Edizioni Confronto, 2015). Per la saggistica ha pubblicato Assaggi critici (Genesi, 2018). Laureato in lettere classiche all’Università Federico II di Napoli con una tesi sull’Orfismo. Studioso di dialetto, usi e costumi della sua isola. Nel 2015  l’Università Pontificia Salesiana di Roma gli ha assegnata la Laurea Apollinaris Poetica.

pasquale.balestriere@libero.it

 

 

POESIE

da E IL DOLORE CON NOI

Senza farti male
Bevi.
Altri vini ti diranno
il tuo destino
e altri silenzi
e altri dolori.
Ma la morte
è come quando
in un sogno
cadi nel buio
col cuore in gola
senza farti male.

da EFFEMERIDI PITECUSANE

Naufragio
Sul mare lamato
barche e gabbiani.
Una lattina.

S’affonda nel crepuscolo.

da QUANDO PASSAGGI DI COMETE

Mystica
Durasse il giorno pieno
oltre la sera
col sole assorto ai tremiti del vento!

Agli uccelli canori offriremmo
uno spicchio di mare,
il silenzio di un vecchio,
un pugno d’erba viva
che ci odora nel cuore.

da IL SOGNO DELLA LUCE

(Di reti e rètine)
I
Già t’eri preparato a questa prova,
ad esser muto d’occhi,
—————————quasi spento,
com’albero che vive per le foglie.

III
Nella rete caduto delle rètine
chiedi luce ai sapienti
che invadono i tuoi occhi di colliri
e di fulgore artificiale e dicono
diagnosi severe.

Ora, antenna percossa dai marosi,
cerchi qualunque cala sottovento.

VIII
Scandito secco passo che alla porta
appari e al rischio e al dolore mi chiami
-numero uno, in sala operatoria-
hai del destino il tempo inderogabile,
il ritmo necessario, ineluttabile.
Ma non mi trema il cuore, ormai persuaso
all’evento e volto al riacquisto della
——l——u——c——e .

(Colloquio con la madre)
XI
Mille volte siamo morti,
madre, quando la pelle tua di  cera
ci minacciava il trapasso
-occhi chiusi e bocca serrata-.

Ma siamo ancora qui,
con te, a bere la luce
tu a piccoli sorsi, noi
come capita. Ed ecco
tu mi chiami,
riemersa a stato di coscienza,
perché controlli la giustezza
dei farmaci. A guisa di fresco
lavacro ogni tua
parola dilava il mio volto
d’aride rughe che, se tu potessi,
vedresti col dolore della madre
che d’improvviso scopre
il figlio già canuto.

da OLTREFRONTIERA

Venerdì
L’autunno soffia grigio,
secca pensieri e panni
che danzano in insolite figure.
La strada e il cielo vuoti.
In silenzi di seta
giace l’ampia tristezza delle case,
la memoria trascina
leziosi fantasmi di sole.
Il nudo clavicembalo dell’ore
distilla voci e note di preghiera.

Tre rose alte sul gambo
ganze si danno al vento.

Sortita,  con ritorno
…oppure potresti
uscire dall’ovvio dei perimetri,
lasciarti alle spalle
il clamore più nitido dei muri,
il mare dei libri scudato
da venato chiaro legno
nel molle silenzio;
e mettere nel cuore sensi d’aria
che il volo e l’allegria delle farfalle
carezzano, ed anche
il petto pieno,  affannato, ben erto
d’una ragazza occhi blu  che in tumulto
alterca col giovane,
mani nervose e loquaci.
———————S’annulla
nel sole infocato
ogni storia di giugno  sulla crosta
della terra che all’uomo generosa
si dà come madre
o fervida amante
e lieta porta il frutto.
———————Poi ritorni
al mare dei libri
quieto e silente che ti culla piano.
E semina rotte
per nuove avventure.

Scorrere la vita
Dunque accadiamo.
——————Per altrui disegno
o caso. Ma deposti nella storia
per falchi o per colombe
sul dorso della terra
cogliamo amare bacche di fatica.

Il tempo inquieto sbalza
sbuffi di vento, il sole
è chiarità sonora.
Con  una nube ferma all’orizzonte.

Eppure è dolce scorrere la vita.

Tramonto a Paestum
A baciare templi ed erbe, del cielo
si piegano le labbra azzurrorosa.
Già cade il sole e già risveglia i fiati
tenaci della notte, le presenze
numinose, diffuse
nel cantico del tempo che si spiega
per bocche di  poeti.
——————–E sono i templi,
arpe d’oro, che forniscono suoni
alle dita del vento:
de te narratur  soffiano leziosi,
perché davvero questa storia antica
ci appartiene da sempre,
sale per scarni pani, duro groppo
di radiche e di ruderi,
seme d’umano.
—————Io qui tra i templi,
ostia designata, piego il capo
al dovere della vita
che mi strappa lontano.

Labuntur anni
Il nichelino che ancora ci resta
da spendere è moneta ormai da niente
che a valutare sonante t’ostini.
Presto, roche lucerne, abdicheremo
al soffio d’aria ch’ora ci appartiene,
che svanirà d’incanto per comporsi
in nuove incarnazioni e sentimenti.
Perciò non ti accanire più a sentirti
radica ruderale, antico ceppo
ubriaco di polloni,
cuore pulsante d’agreste vigore;
e lascia stare ogni sopravvivenza
ché, come sai, troppo spesso la storia
nel suo svagato e vano
andare divinizza immeritevoli
parvenze, semplici giochi di luce.
Ed ecco, muore il giorno  appeso a larve
di colline, oltre crinali avvampati
rotola il sole. E nell’acre sospiro
del tramonto c’inseguono
effigi primordiali di memorie,
ardenti archetipi, muta feroce.
Ora poi che l’ostiario s’è assopito
infilano la porta e al largo sbandano
senza rispetto d’icone sbrigliati
pensieri: seminato
pianto, infruttifero grido di giorni
che
il pio occidente
——————–accoglie.

U O M I N I
Ciechi saettano nel cielo dardi
di vento, lieto ognuno dell’altezza
raggiunta e tutti paghi dell’ impresa.

E sono solo stoppie pronte al debbio.

INEDITI

Memorie di Ulisse
(Di navi e lombardi navigli)
E giaccio qui sul cuore di Penelope
alla tardiva fiaccola che brucia
l’ultimo buio della notte. Stanca
è però questa donna della tela.
La trama della vita anch’io ripongo
e ancora il tempo misuro tra luna
e luna, nel ricordo di violenti
schiaffi d’onda sul ben contesto guscio
che sbanda e salta e affonda con sussulti
di cuori e tenui speranze d’approdi.
Ah, pianure di Troia, dove in neri
grumi s’estinse tanto chiaro sangue,
dove i migliori compagni lasciarono
la vita, sciolte membra, per la via
maestra! Torti e canuti sentieri
a me il fato prescrisse, senza gloria.

(Ogni viaggio è compiuto. Sei venuto
a capo d’ogni rotta, i tanti sfagli
di cuore dominati dai ricordi.
Le stelle non ammiccano, silenti.)

Ci sono storie di navigli, presi
dalla terra e domati dai bardotti,
vènule di città, invasi un tempo
da grida di fatica, ora dismessi,
d’alzaie spenti e vedovi. Neppure
in quelli c’è più respiro di vento.

È tempo d’acquietarsi nella sera.

Il viaggio
E andiamo noi nel tempo e nello spazio
incerti e fragili, e anche dubbiosi
che l’avventura non finisca presto.
L’immenso è tutt’intorno, su noi preme
col suo passo pesante, e freddo è il cielo
che si mostra lontano per la nostra
minimità.  Né  ci conforta il volo
virato delle rondini a ripetere
scontate ellissi, trappole del cuore.
E diventati siamo fauni, Rosa,
di bosco e di campagna, che raccolgono
e piegano in bell’ordine la vita,
come la legna al fuoco i contadini.

Forse dovremmo attendere che cada
col vento anche la tenebra notturna
per scuoterci di dosso questa terra,
che già somiglia al fango, e del dolore
il grido. Ci daremo allora a coltrici
insonni, come i padri che temevano
le furie d’acqua e il crepitio di grandine,
che alla zolla adunchi arroncigliavano
scabre speranze, in petto una preghiera.

Sarà breve il riposo, come pioggia
che ratta sfugge al cielo, vorticosa.
E calzeremo i  sandali da via
perché la nostra storia è ancora questa:
andare, spalla a spalla, sempre andare.

Fin quando il tempo
———————non ci prenda il cuore.

Se a me in forma di soffio
Se a me in forma di soffio vi svelate
e mi toccate con le vostre dita
di vento, benvenuti entrambi, padre
e madre, a questo vostro figlio giunti
da lontano ( ruggisce nella piazza
mattutina un furgone di lavoro ),
a questa stanza che pur sempre quieta
al sole rise della vostra vita.
Fiorì d’alba ogni notte; ed a voi sempre
lieta s’aprì la zolla generosa
di primavera al canto, e vi sorrise
l’austera messe del vino d’autunno.
Vi attraversò la vita, corpi pieni;
e vi scandì obblighi, tempi, lune
per la vostra fatica; e religione
del campanile fu per voi la mole.

Non spengo più i clamori delle stelle
né più del buio bramo il buon riparo,
miei cari,e allora mi produco cauto
all’abbraccio di luce che mi resta,
fino a incontrarci tra filari, padre,
di lune ed astri, questa volta uniti
a compiere vendemmie senza affanni,
ed a sederci, madre, intorno al desco
che col tuo cuore domini e alimenti
sotto un tetto di cielo luminoso.
Con me verrà la Rosa, primo fiore,
da voi amata, figlia tra le figlie,
ché in alcun luogo senza lei starei.
Così io spero e voglio,
————————-così sia.