Massimo Rossi è nato a Venezia nel 1956, vive a Mogliano Veneto (Treviso), giornalista pubblicista, esperto di autografi e manoscritti antichi. Le sue raccolte di poesie: Aritmie Metriche (Grafic House, 1992), La mano sulla carne (Arcari, 1993, antologia di poesia erotica con altri tre poeti, prefazione di Dario Bellezza), Minima Poetica e altri versi (Edizioni del Leone, 1998). Nel 1999 ha vinto il premio nazionale di teatro Sottopalco e nel 2001, presso le Edizioni del Leone, ha pubblicato il testo teatrale La sorte dei poeti (o dell’ironia). Sue poesie compationo in riviste e antologie italiane e straniere. Ha pubblicato sotto pseudonimo due libri di narrativa.

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POESIE

****
Pur di starti accanto
essere vorrei il tuo sogno
che  dimentichi al risveglio.
Sono del mare il suo segreto cielo
ma dal sole ho in dote che un lampo.

ti parlerò di me e della gioia andata
delle stelle cadenti dalle ciglia
delle nuvole svuotate di pianto
della conchiglia che fu amica
amante mia d’amor mai detto
che sussurri il rumore dell’onda.

******
Sei come la biglia intorno al pozzo
che gira gira senza mai cadere
nel buco dove i colombi vanno a bere.

anche il dito che la spinge sei e sei volte
ti amo riamo riamerei rimando rime.

può tornare e tornerà
—————il tempo mite della biglia
iride di vetro a tutto tondo.

******
Scorre il tempo tra le chiuse del fiume
stavamo lì astratti e ritratti invernali
erano il tuo e il mio volto rovesciati
a ponente mentre il cuore tachicardico
e un dorso di mano formicolavano
in consonanze vocative.

nelle stanze infinite negli atri muscosi nei fori cadenti
soggiorna non il sentimento ma la sua contemplazione.

intuizione lirica pura crociana intuizione.
ispirazione ribelle che belle
origina parole ma sole.
sole parole di sole.

In un contrario naturale

In un contrario naturale c’è un fiume ribaltato
dall’oceano alla sorgente: scende.
non d’acqua dolce o salata è il percorso
neppure d’acqua meticcia ma biologico intruglio
dove anche un’anguilla  nel contrario naturale
per scelta zitella e misantropa
bramerebbe discendenza.
al di là di ogni intenzione ti osservo
con pinna caudale di gloria trasparente: nuoti
da branchie di dolore meno evidente: respiri.
dalla sorgente all’oceano: sali.

******
Lascia che l’imbrunire
inghiotta le nuvole bianco latte
punta lo specchio e rifletti te stessa
nel disco aranciato del giorno che s’addormenta.

da qui ti vedrò simile ad Afrodite
a un’apparizione divina che toglie il fiato.

respirerò a pieni polmoni per non morire
pregherò il sole sfinito
di allontanare per sempre il suo sonno
starò ad adorarti così  in un eterno tramonto.

Da qui tutto comincia
Da qui tutto comincia.
L’andirivieni di deboli tramonti
e d’albe malate di buio
segnano l’età dei miei figli.
vivere sembra una convalescenza
senza fine : l’attesa
unico rimedio alla pazzia.
oppure somiglia ad un banco dei pegni
dove ti prestano un terzo del bene
e rinnovi ogni sei mesi il coraggio
per un indifeso sorriso.
mi accorgo di invecchiare
dai prestiti restituiti
dalle bollette pagate e impagate
dal preventivo del dentista sempre più alto
dall’usura dell’auto e della caldaia
dai gratta e vinci inutili
dalle sere trascorse immerso nel Web
cercando nel virtuale il reale.

ti credo sempre Leopardi
ma non più al vigore del passato
è una condanna pietosa il ricordo
senza tempo senza dimensioni
la malinconia ha ceduto la cattedra
al maestro dei maestri : l’attimo.

da lui dipendo da lui apprendo
ora  l’arte amica.

*****

Ma per quanto
e per quanto perduto o sperduto sia
lo sguardo grigio invano dal celeste
scende e non rivela giammai luce
che ribelle  brilla produce e stilla
gocce-cristallo d’incontrollato pianto
e non per rughe incolori e tortuose
aride idrovie marziane
tracce di un trascorso paradiso.
ah! chi sei dunque che t’appresti
al sincrono respiro degli amanti
come donnola all’ignaro pollaio?

*****
E’ una faccenda di bilanci dicesti
per tramortire anche ciò che di sacrosanto resta.
il caffè macchiato era ed è amaro l’orzo macchiato pure
e una ragione c’è: non mettiamo lo zucchero.
ma tra mille e una diversa o differenti conclusioni
solo i nostri sessi hanno valore assoluto
non certo il cornetto che ci facemmo
vagheggiando nell’orgasmo  un’alba nuova.

Fu cenere
Fu cenere ancor prima di ardere
l’intesa meditata perenne.
avevi intenzioni velate
tronchi perché piane emozioni
fini fiammiferi sdruccioli.
con la testa china
in attesa di cenere
insisti ad incendiare il domani
ignifugo quanto l’oggi.
e dal quartiere dormitorio
dove la notte distendi il mio
corpo abbandonato
risorge la noia dell’insonnia
ed il sospetto che al nulla
si opponga  sconfitta  la parola.
.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
piantarsi in terre che amplessi non videro
provoca ustioni appena visibili.
Potresti  pensandoci  chiamarle
così:solitudini stratificate.
formano direttrici oblique
allo stesso modo di sguardi indifferenti.

*****
Penso: “Nel bene e nel male io ti amo!”
ma forse più nel male che nel bene oggi.
——————–domani notte
—————————baciarti il sesso
———————————mi auguro abbia più senso
rimane dunque un sonetto incompleto il mio amore per te.

Io non ho mai amato!
Io-non-ho-mai-amato-nessuno!
Dai cirri del primo piano
sono disceso quale anima dannata
all’interrato accompagnato da un Virgilio in sottana
conosciuto una sera d’agosto alla stazione.
l’inferno è il giusto castigo agli ingiusti
(o bonus ) al dolce far nulla?
Io non ho mai amato!
Io-non-ho-mai-amato-nessuno!
pozzi i tuoi occhi neri . abissi.
precipizi. ma doni di femmina
premi che vorrei in perpetuo alla carriera
di testardo fannullone.
sai o non sai che il mio interesse per te sta lì
sotto l’abbozzata coppa del ventre?
tra i seni intravisti di sguincio?
non è d’amore che parlo
lasciamolo ai poeti quello
ma di carne e passione
di orgasmi ripetuti
di calori animali e pelli sudate
di umori rinsecchiti sulle lenzuola.
e non chiedo perdono per la mia lussuria
ma reni robuste.

*****

Tutto è inconfessabile nei miei pensieri
il sentimento più alto s’impregna di volgare:
murmure di tinte annacquate già ieri
arcobaleno ai miei pochi capelli. Andare
dove nessuno o chiunque s’avventura
ecco per un attimo semplicemente ti amo.

Ah  Wagner !
Mi muovo come posso in quest’inferno!

la memoria l’abbandona ogni giorno!
ah  Wagner !
mi muovo come posso  in quest’inferno:
tra tagliole e corde di violino
tra ottoni e inganni coperti di rose
inseguendo la memoria che l’abbandona.
è  la solita storia senza storia
affanno una ragione che non c’è :
la morte  la sua  inevitabile
la vita  la mia  evitabile.
ah Wagner!

*****
————————Della tua oscurità non ho che un flash:
———————————————————————-io che suono tu che non rispondi

*****
Se nel 1907 avessi avuto Parigi come dimora
che so, magari in Rue Ravignan
di rimpetto a Max Jacob
e fossi stato un’avvenente ventenne
un po’ ballerina e un po’ puttana
schiava della fatina verde e dell’ hascisc
qualunque cosa avrei fatto o detto
per un mio ritratto dipinto da Amedeo.

Peccato
Era ieri, che a meno di dieci anni
pensavo il mondo fatto di canali
e calli strette e campi e un’unica piazza.
Ogni mattina a scuola all’Accademia
solcando in vaporetto
la ferita d’acqua dalla Ca D’Oro;
poi a rincorrersi come cani
dietro alla lepre e sorridere certi
che il tempo mai  ci avrebbe scambiato
gioia d’essere al mondo con tristezza.
In quale anfratto della mia memoria
in quale crepa sulle fondamenta
che ogni sei ore si scoprono al sole
stanno riposti i ricordi della nostra pubertà?
Non so. Non ne sono sicuro forse
somigliano al calore della pietra
emersa che odora d’alghe e miele.
(Molte volte vidi dalla finestra la neve sopra i tetti della Misericordia stringendo nella mano l’orgoglio)
Con cuore pronto alla vendemmia, ignari
tra filari d’emozioni ed insonnie
gustammo i primi amori:
mani infilate tra le mutandine
rosa, lingue anguille  lampo inceppate.
Carbona ! regno della libertà.
dai barbagli viola. dalle finestre
chiuse. dalle dieci paia di chiavi.
entro i tuoi confini di canne e stoffa
sopra il cadavere di un materasso
violai la sua verginità
mentre ancora stringeva
i libri sottobraccio!
Lei  attrice del rimorso puberale
invano cercò di disinnescarmi
la coscienza divenuta ordigno
ficcando la lingua nella mia gola
o stringendomi forte al seno
o guidando la mano inesperta
tra le sue cosce d’albicocca.
Baciarle le labbra appena affogate
nella fontana del piacere maschio
dividere il frutto dell’erezione
a nulla servì e la mina esplose
con un tale fragore che più l’acero
rosso dei suoi capelli rincontrai.
Peccato ascolta.  piòmbati gli occhi e ascolta:
una stomìa crudele si creò
tra noi e i giorni a venire
ed anche il primo dolore arrivò
il primo di una moltitudine
spalleggiato dalla paura
e dalla solitudine.
Vomito dello spirito questo sei
tu stravizio gradasso abominio
lacerazione del cervello  bestia
immonda che tutta circonda
l’anima mia perduta. Rovina
peste  colera flagello indovina
di giorni infausti procuratrice
di pianto rabbi  assenza di rimpianto
essenza di malvagità questo sei.
Tende ancora la Mano Santa Iddio?
Cerco salvezza  pentimento e amore.
Intanto  vinta da un sonno straniero
mia madre muore.

*****

All’alto cielo protendo  ignorando
il sole rissoso un pensiero cavo.
Ed attendo che lo sgomento cessi
quando si inerpica umile la luna.

Elegia per Nèrige
Nèrige.Valgono poco le parole.
Sono lampioni in un deserto viale
e lo spazio tra loro è immenso e inutile
spazio che tra i suoni è silenzio.
Cosa ancora vuoi sentire Nèrige?
Neppure quel rinnovato miracolo
genera giusto peso alle mie sillabe
che vivide scandivano illusioni.
Se solo potessi spiarmi l’anima!
Intendere se entrambi siamo despoti
di noi stessi o del destino le vittime.
L’alba sul Terraglio giunge ogni giorno
impietosa e misura implacabile
la distanza che ci annulla il sorriso.

Affinché gli amori sul nascere uccisi
Affinché gli amori sul nascere uccisi
o peggio sepolti ancora in vita
abbiano un velo di giustizia per sudario
e radi ricordi a far loro da croce ignota
per tutto questo io ora ti scrivo.

accendo un’altra sigaretta
la seconda del mattino e nello sgomento ti rivedo.

ascolto la Grosse Messe e-moll KV 427
così risento di nuovo il suono ricostruito della tua voce.
atri ventricoli ed emisferi bagnati di luce
illuminano lo schermo del computer
tutto è veramente pronto adesso.

accendo un’altra sigaretta
la terza del mattino: comincio.

non sono l’uomo più adatto a vendicare
amori assassinati nel nome di mature coscienze
coltelli affilati li porto alla cintura
rasoi nelle tasche dei jeans pistole sotto le ascelle
bombe nella mia ventiquattrore di Fendi
gas nervino in ampolle di fine alabastro.

——–eppure al cospetto di un verso di Rimbaud, piango.

schizofrenia cronica dell’uomo
che uomo non è mai stato.
Peter Pan con l’ernia al disco
Narciso cresciuto nel deserto del Sahara
Ciclope dai tre occhi caduto nel buio più buio.
sono io. mio Dio! sono io!

non dimoravi allora nel visibile
ma nell’immagine di ciò che sempre si perde
incatenata da ginestre e gladioli vermigli.
rigogliosi li ho visti crescere
dissetati da lacrime tue fonti inquiete
illusione disillusione mie inquiete.

et voilà !

mentre scrivo questo memoriale
un flash d’agenzia agita l’intima redazione
merita un’altra sigaretta e poi un’altra ancora
la tua dichiarazione si trasforma
in uno sbilenco e un po’ stracciato sipario
ma sembra più l’ultima pagina di un diario.

adieu.

MINIMA POETICA
Parte I°
Tu dovresti non credere
a nessuna delle mie parole?
proprio a nessuna?
ascolta questi tuoni verità
e chiedi: ” amore siamo dunque poeti? ”
mia bella chioma rossa penserei
che in te vive Poesia!
sì! e vorrei berla tutta dal calice
forgiato da Cupido
e cesellato da Eros
poiché il desiderio di averti
non abbandona il senso del mio verso
questo devi ancora capirlo. Aspetta!
non coprire le nostre nudità
dovrai sentire il fremito
barbaro che nasce dal roseo ventre
ed in quel mentre egli t’apparirà
bufera intima brutale e corrotta.
la poesia penetra nei nostri corpi
in ogni possibile buco o fessura
e raggiunge i misteri del perenne.
travolge e purifica senza paura
l’anima; squarcia il velo
d’un indefinibile colore dove si intrecciano
in un amplesso antico quanto il mondo
pensiero e azione.
Pensiero e Azione!
e fare il pensare e pensare il fare
edificare inclite architetture
alte cattedrali pagane in versi.
marmi mattoni e mosaici di sillabe
allo scopo di donare un rifugio
inviolabile e sacro
tra le righe di un libro.
inizi a capire
l’importanza del canto?
Dynamis eterna della parola!
per comprendere tutto
sulla natura delle cose umane
il segreto non è solo nel verbo.
c’è un suono ovattato soffocato
dai crescenti rumori
di ingranaggi e motori:
il perpetuo respiro del creato.
ciò da coscienza della vita eterna
poiché nulla veramente
ha un destino di morte.
ma l’uomo
seppure cosciente che nulla muore
nel corso della sua esistenza
vede e sente la morte
la invoca nella disperazione
la ripudia nella gioia.
solo se uniti
in una assoluta e mesta armonia
il pensare e il fare sostengono
quella forza vitale ed interiore
d’accettare la propria natura
senza porsi perché.
io in questo preziosa amica non riesco:
pormi perché mi occorre per vivere.

Parte II°
Nel mare delle umane incertezze

sto navigando sospinto da un alito
verso la terra dei sentimenti
governati dall’anima e dalla ragione.
Mi affanno in una sterile
ricerca del ritmo del verso chiuso
del verso libero del verso malchiuso
e bacio e ribacio Eugenio Montale.
e di sicuro sbaglio capisci? Sbaglio
e sbagliando sbadiglio
poiché mi annoio a morte.
meglio sarebbe riprendere a fare all’amore
scoprire insieme ogni ruga dei nostri corpi
o percorrere con le labbra
le vie che portano ai tuoi accelerati sospiri.
rileggendomi
in queste ore di fine d’anno
mentre qualcuno anticipa l’inizio del nuovo
con castagnole e razzi solitari
il dubbio si è fatto più forte
se in questo momento scrivo poesia
o uno zibaldone
con pochi ingredienti conosciuti
non sono pazzo
appena in tempo
arrivo alla conclusione
guardando il tuo corpo nudo
che non mi importa un cazzo
se scrivo poesia o prosa.
lo ammetto.
fino a due ore fa
mi importava e tanto
della forma della musicalità
e della lunghezza del verso
ma ora?
ora che le mie dita battono fonemi al computer fonemi che generano sillabe che generano parole (e se ne fottono dell’a capo), voglio partorire qualcosa di indefinibile messo al mondo solo per discutere. Pensi serva qualcosa la mia opinione se questa che stendo come panni al sole sia Poesia? Che importanza può avere per noi, per chiunque di noi, stimarsi poeti? La presunzione in arte non significa un difetto perché dispone ad una affermazione e infonde apparente sicurezza. Però credimi, il giusto prezzo da pagare è esattamente il contrario: infinita incertezza, infinita fragilità. Non esiste modo per sfuggire al pegno. La maturità in Arte sta nel convivere con la certezza del dubbio nel tenere in equilibrio il mondo interiore con quello quotidiano. Bada, non può essere mai un equilibrio stabile: in ogni istante è d’obbligo verificare i pesi d’anima e ragione; spostarli continuamente da un polo all’altro e tu sei l’asse, il fulcro e la padrona delle forze in gioco. L’Arte non è certo figlia o madre della serenità.

Parte III°
La funzione del poeta
pensando bene
gocciola misteri.
se vuoi forse una funzione
è quella di percepire infinite realtà.
per primo grido che un mondo senza poeti
non potrebbe essere né vivo e reale
la parola è necessaria all’uomo quanto l’aria.
e il poeta essere dai mille occhi ed orecchi
osserva ascolta trascrive condensa
il fare e il pensare dei mondi.
ma tutto ciò a me importa?
o importa a te che ascolti indifferente
la mia piatta infantile lettura?
accetto il compito che l’Arte mi ha affidato?
scrivere per essere compreso dagli altri
è veramente ciò che voglio?
la parola quanto spazio e silenzio
invade di me stesso?
la forma rimane lo stimma
dell’uomo incarnato poeta?
dal basso dei miei anni
vorrei capire capire di più
forse conoscermi meglio
cercare di comprendermi
affinché altri possano comprendersi.
leggendo ancora una volta
questi liberi versi il loro senso e suono
scopro del mio delirio l’inutile grandezza:
il bello e il buono devono in Arte
attraverso una mirabile metamorfosi
trasformarsi in utile.
un verso inutile
non ha ragione d’essere immortale.
anche se scritte le mie parole
e tremo per questo
avranno un futuro
da donare al maestrale.

Parte IV°
Ed il nostro vento soffia impetuoso
alberi antenne e versi
dondolano come impazziti pendoli.
anche i miei animali preferiscono
restare dentro casa.
noi dovremmo uscire
sentire l’aria di gennaio gelida
frustarci viso e mani
eppure molti
il cui destino disegna in astratto
andranno alla chiesa
per ascoltare messa
convinti sia una prova d’amore
verso Dio ed il suo casuale ministro
e l’astratto divenga figurato.
il prete sarà grato ed orgoglioso
di sentire tanto calore in chiesa
ma non ringrazierà.
migliaia di peccati
verranno perdonati.
l’urgenza di essere puri
almeno per un paio d’ore
candeggia le coscienze
di deboli e vigliacchi.
il poeta si confessa nei suoi versi
e più si confessa meno è sincero
non vuole un perdono
piuttosto una tregua agli effetti
della sua naturale ambiguità.
siamo dannati condannati
a non avere pace
a non godere come vorremmo
di modeste umane gioie
a comprenderle
a farne canto quasi senza viverle
prostrati da una sofferenza
continua e strisciante
da un fastidio sottile
che bene espresse Baudelaire.
quando un ragazzo
mi offre i suoi versi
non li leggo li sento e respiro
sono aliti sonori di una spontanea tristezza.
la giovane melodia assume
una forza liberatrice
un tentativo di graziare
la pena esplosa dal cuore.
quanto mi sono cari
i versi semplici degli adolescenti!
sono verdi arbusti di salici
ignari d’essere piangenti
cercano la purezza del crescere.
il loro spleen si nutre ancora di speranza.
l’intimo dolore l’intima privazione
si canta più della gioia
alla penna si affidano testimonianze
che mutano come dal sereno in tempesta
e spesso mutando lasciano godere l’anima
di un’effimera quiete
ma dietro lei si nascondono orribili
rassegnazione
sete dell’invisibile
rimpianto.

Parte V°
Ora non parlare
perché è giusto domini il silenzio ai suoni
i tuoi occhi urlano
la rabbia per l’assenza d’amore.
forse il poeta
uomo o donna che sia
non riesce ad amare
(un’altra dannazione)
poiché comprende dell’atto l’origine divina.
quando dal sonno risvegli l’ispirazione
qualunque cosa tu scriva
è all’amore che stai pensando.
potrei adesso trovare il coraggio
per dirti: “Poesia è Amore!”
o se vuoi ne è la vera voce.
no. no. no! mia occasionale compagna
che serve ti sussurri con docile rabbia
ciò a cui per primo non credo?
se tanto valgono le sillabe
non chiamarmi poeta
non scaldarmi con i tuoi rossi capelli il petto.
diffida. sono un nemico astuto
che cerca la propria sconfitta nei baci
negli amplessi furibondi
consumati nel sottoscala o sopra la lavapiatti.

ma sono così stanco.
dormire indifeso sulla tua pelle
sperando nella tua vendetta…
voglio arrendermi
ad un sonno senza sogni.
prima permettimi d’immaginare
il nostro verbo vele di un vascello
in rotta verso una terra
che mai raggiungeremo.
Si vis me flere, flendum est.
Primum ipsi tibi…*
* “Se vuoi che io pianga devi piangere prima te stesso” dall’ Arte Poetica di Orazio

*****
Ricordo la foresta cingalese
e l’avventura di trovare
un vecchio hotel coloniale inglese
abbandonato da ottant’anni nel sud dello Sri Lanka
che se sapevo cosa mi aspettava
restavo comodo nel mio paese.
la guida Sanchez
(molti lì hanno nomi spagnoli o portoghesi)
seguiva un sentiero inesistente:
aveva un radar nel naso o nella mente…
uncaldoumidoinimmaginabileinsopportabile:
sudare è naturale.
la vegetazione è
tropicalintrigantestraripante
oppone una forte resistenza.
per mezzo miglio
costeggiamo
un torrente d’acqua bruna.
a monte rivela Sanchez
i cercatori di pietre
dragano il letto del torrente
e questo è il risultato.
poi come per miracolo
appare
una statua in legno di San Sebastiano
Lì chissà da quanto.
lefreccecisonotutte
mi avvicino, la osservo incredulo, la tocco con la mano.
cosa ci sta a fare un San Sebastiano
nel mezzo della giungla?
chiedo a Sanchez una sommaria spiegazione:
Saranno stati i conquistatori
forse per segnare una via.
qui c’era una strada
molti anni fa
conduceva
ad un villaggio di cercatori di zaffiri e rubini
rincuorato da quella presenza si prosegue.
ancora un’ora di cammino accidentato.
Il sole e la pioggia penetrano deboli nella vegetazione
sento oscuri fruscii venire da ogni direzione
qui vi sono migliaia di animali
che volano camminano strisciano.
da lontano s’intravede tra gli alberi
finalmente
una massa chiara quasi ospitale
è lui
l’antico albergo coloniale.
la costruzione sarà lunga almeno settanta metri
ed alta non più di quindici
un corpo centrale e due strutture gemelle ai lati
tre piani.
non c’è più un vetro alle centinaia di finestre
non che siano rotti
proprio non ci sono.
la giungla ha invaso tutto anche la hall.
entriamo.
un grosso serpente di almeno quattro metri,
scivola leggero e veloce verso sinistra
dietro a quello che probabilmente
doveva essere il banco dell’accoglienza
bellaccoglienzabellaveramente
sarà il nuovo portiere dell’albergo?
mi si gela il sangue.
odio i serpenti.
tutti indistintamente
anche i vermi
ho il cuore che va a mille:
what snake is it …?
balbetto.
mannaggiamechenonsol’inglese
la guida sorride:
Python. No problems sir…sure no problems
mi guardo intorno.
doveva essere una costruzione affascinante
nella rovina ancora si avverte ancora lo sfarzo
la hall è estesa come un campo da basket
il soffitto molto alto
faccio un po’ di pulizia con il piede
per scoprire il pavimento
marmo sembra marmo
bianco
dalle venature delicate
quasi acquerellate
qualche stucco e i rosoni di contorno ai lampadari
alle pareti brandelli di tappezzeria pesante
viola blu
ocra verde
hanno staccato tutte le luminarie
intorno alle colonne
dovevano esserci stati dei divani di velluto
rosso rosso
delle tende rimane qualche tirante sfilacciato.
il progetto prevede la ristrutturazione del fabbricato
e rifare un nuovo hotel per ricchi arabi .
comincio a scattare foto con il flash
l’esterno lo lascerò per ultimo.
il pitone sarà ad attendere che ce ne andiamo
che resti lì dov’è.
dovrei ora salire ai piani superiori.
maledico la volta che ho accettato quest’incarico.
mi sento
senza via d’uscita.
la grande scalinata è lì davanti a me
noto tracce di animali negli scalini impolverati
spero
orme di scimmie. di scimmie?
ma ci sono le scimmie?
intanto ci siamo io e  Sanchez e il pitone…
a metà circa della scalinata
questa si spiega in due come ali di gabbiano.
mi sorge pure il dubbio se tengano il peso di un uomo.
sarebbe una tragedia rompersi qualche osso
a quattro ore di cammino dal più vicino villaggio
e altre due in auto da Colombo.
l’istinto è quello di tornare nella capitale
mandare tutto all’aria
ma ho un contratto che mi impedisce la recessione
se non pagando
una cifra superiore
:
furbi veramente i miei attuali padroni!
devo fare il lavoro e devo farlo anche bene.
per risparmiare ho preteso una sola guida locale:
che coglione sono!
Sanchez aspetta disposizioni.
sto riflettendo in fretta. c’è ben poco da riflettere.
guardo l’orologio :
quasi mezzogiorno.
tra un’ora bisogna prendere la via del ritorno.
go up Sanchez!  came on!
Sanchez si tiene dal lato destro della scalinata e mi fa cenno di seguirlo
molto lentamente
sale uno dopo l’altro gli scalini e poi continua tenendo la destra.
io come un automa
guardoinbasso guardoindietro guardoinalto guardoasinistra guardoadestra
saliamo al primo piano.
la guida mi fa cenno di fermarmi .
ho di nuovo il cuore che va a mille.
Resto paralizzato.
Look sir , many bats! careful! Silence!
pipistrelli ! Oh cristo anche i pipistrelli ci sono e grandi pure.
sono bestie inoffensive
si cibano di frutta ma se ti vengono addosso
non è bene.
anzi è male.
sono addormentati
ma basta un non nulla
che si sveglieranno tutti.
se uso il flash si innescherebbe un caos.
devo scattare la foto del corridoio con una esposizione lunga
e mettere
la macchina fotografica sul cavalletto
che ho dentro lo zaino.
qui l’unico vero rischio
non sono i serpenti o i pipistrelli .
a parte qualche rara tigre
sono i Tamil.
se hai la sfortuna d’incontrarli
al minimo ti lasciano nudo
al massimo ci lasci la pelle.
un fratello di Sanchez
è stato assassinato
con una raffica di mitra al mercato
ma nel nord del paese non da queste parti
comunque non c’è limite alla iella.
con la delicatezza di un orologiaio
o di un chirurgo
apro lo zaino prendo il cavalletto
lo monto giusto in mezzo al corridoio
dimentico che dovrò andare anche in qualche stanza
quindi dovrò valicare il corridoio
sotto i pipistrelli.
l’obiettivoaduevirgolaotto  tempounsessantesimo
va bene va bene va bene
ho scattato una decina di foto al corridoio.
ora devo entrare almeno
in una stanza
meglio quelle più vicine
meno strada da percorrere sotto i pipistrelli
e porte delle prime stanze
sono chiuse o socchiuse
cazzo  cazzo cazzo e ancora cazzo
ma in che razza di casino mi sono cacciato?
non possiamo forzare le porte
se no si svegliano i pipistrelli.
non resta che andare avanti
sperare
di trovarne qualcuna aperta.
Sanchez è tranquillo:
cinquanta dollari per tre giorni di lavoro
come guida e accompagnatore
di un occidentale
tranquillizzano
uno come Sanchez.
lui e la sua famiglia
camperanno per sei mesi.
con cinquanta dollari anticipati.
ai piedi porta delle ciabattine da mare
calzoncini corti quadrettati
giallo canarino
maglietta polo  quadrettata
azzurra e gialla
Io ho delle pedule da montagna
alte venti centimetri
calzettoni sino al polpaccio
pantaloni lunghi e spessi
guanti e cappello a falda larga.
sudo come in un bagno turco
o in un  bordello-fumeria  di Hong Kong
Sanchez fresco di bucato e stirato.
sembra in vacanza:
gli manca solo
l’ombrellonelasdraiolaborsatermica.
io un esploratore mancato e vigliacco
senzafuciledacacciasenzaspiritod’avventura.
avanziamo nel corridoio
mentre si sente qualche verso
Monkeys!
sussurra Shanchez
l’avevo capito che erano scimmie!
bugiardo che sono…
ecco vediamo
grazie a Dio
una porta non aperta
spalancata!
Su forza On y va!
la stanza è spaziosa
non c’è nessun mobile tanto meno il letto
al suolo foglie escrementi pezzi di giornale
i resti di un piccolo falò
una lattina vuota di coca cola
(rinuncio a scoprire il pavimento)
i muri sono scrostati
si intravede un colore
rosa pastello.
appeso qualche pipistrello
foglie che entrano dalla finestra
luce zero o quasi.
comincio ad avere molta fretta
click click click click click click more click
fatto
si può uscire adesso.
fuori fuori fuori!
I pipistrelli dormono beati
riscendiamo le scale
molto lentamente.
raggiungiamo l’esterno
ora il pitone può scorrazzare di nuovo per la hall.
e fare il portiere
scatto foto all’esterno:
l’ingressolealigemellelefinestreiltetto.
devo andare dietro adesso
spiego alla mia guida necessaria
le intenzioni
Sanchez dissente :
no good sir….it shadow dark!..but if you want…
insidie nascoste  forse mortali.
Sanchez sa il fatto suo
sarà anche affamato ma non scemo:
e’ molto esaustivo e convincente
malgrado il suo pessimo inglese-cingalese.
accetto il consiglio
forse perché non desidero altro .
prendiamo la via del ritorno
non vedo l’ora di fare una doccia
di sana acqua piovana
nella stanza 436 del Gradari Meridien di Colombo.
uncaldoumidossessivodamettersiadurlare
potrei togliermi almeno i guanti
meglio di no
non si sa mai
che qualche megainsetto
adocchia la mano straniera
per assaggiarmi.
per fare uno spuntino inatteso
cammina dai cammina!
ho le orecchie come due antenne:
sento più distinti oscuri fruscii.
faccio segno di aumentare il passo
Sanchez capisce che ho paura
molta paura.
sono lontano da tutto qui
nella foresta del sud dello Sri Lanka
ottomilachilometridacasanonsonobazzeccole.
no problems sir… all finish
relax sir! Relax!
con le sue ciabattine da bagnante
calpesta la vegetazione
quasi fosse un panzer.
cosa non fanno i cingalesi
per una cinquantina di dollari anticipati.
riecco il torrente d’acqua bruna
tra mezzo miglio
rincontrerò il caro adorato San Sebastiano
conancoratuttelesuefrecce
allora grazie a Dio è quasi finita.
quasi?
ma sì esagero:
è davvero finita.
per un mesetto e mezzo a casa si mangerà carne
e scarpe nuove per tutti.

(28 luglio 1996)
E’ un giorno dal colore asprigno
questo. dal suono grigio alluminio
dal gusto sordo.
la pioggia riciclata da un lontano
temporale non mi chiede il permesso
d’essere ospite al mio compleanno:
poco male. non ho preparato la torta.

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