Marco Baiotto è nato a Chieri, in provincia di Torino, nel 1975 e vive in Friuli, in provincia di Udine. Ha pubblicato i libri di poesia: Duetti Solisti – Frecce di luce (Italia Letteraria, 2005, coautore Claudia Manuela Turco), L’Eredità della Scienza (Campanotto, 2014), La dama di Onirion e altre poesie giovanili (1998-2000) (Campanotto, 2016), Come un bruco assetato di cielo – Poesie 2000-2005 (Macabor, 2018, prefazione di Ivano Mugnaini). Ideatore dell’Iperrelazionismo sensibile, è teorico di Wide Democracy – Oltre la politica (finalista Premio Mario Soldati per la saggistica). Incluso ne La poesia onesta di Vittoriano Esposito (Bastogi), è presente nelle riviste: “Poeti e Poesia”, “Fermenti”, “La Mosca di Milano”, “Capoverso”, “Literary”, “Arenaria”, “Nuove Lettere Elettroniche”, “Scuola Holden” (30×60), “Gradiva”, “Poetrydream”. Coniuga la sua passione per l’informatica con quella per l’arte digitale: tra i suoi obbiettivi la fusione di poesia, filosofia e computer art.

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marco.baiotto@gmail.com

 

POESIE

da IL BALLO DELLE MONETE

Il ballo delle monete
Cangianti le due monete,
con fulgido sfarfallio
torneavano sul piano di vetro,
sfidando la maschera del tempo.

Facce come comete in una giostra,
s’inseguivano
reciproche le code ardenti,
come cuccioli di cane,
in un gioco stellato.

Trottole impazzite di luce,
ora dorature di tramonto,
ora fulminee radici elettriche
tra le spire degli alti nembi,
ora quadrature d’impossibili cerchi,
ora quiete, solide figure vive.

Chiunque avrebbe osato,
decretarne certa la morte,
riverse fredde sull’invisibile e sterile vetro,
eppur furono furenti armonici flutti,
che ancor oggi
danzano assieme.

L’una inseguendo l’altra
roteando e roteando
i loro quattro volti chiaroscuri,
scoprendosi nati ad ogni ballo,
scoprendosi ribelli,
all’inedia e alla sete malsana,
che divora i cuori di tutte le genti.

Invano attesero le polveri dei confini
del riquadro di vetro riarso dal tempo,
nella trasparenza del giudizio universale,
trapassarono infine serene,
le monete eternamente infatuate,
arrestando il vorticoso pulsare,
i loro cuori morirono in piedi.

da DUETTI SOLISTI

Cosa c’è dentro le scatolette Simmenthal
(omaggio al genio di Raymond Carver)
Cosa c’è dentro,
le immense scatolette,
della Simmenthal?

Per quanto mi riguarda,
tutte stipate là dentro,
stavano voragini immense.

Come quando in quel parcheggio assolato,
dopo averle viste divorare nel cuore,
dal mio fulvissimo amico peloso,
ci ho guardato dentro,
ruzzolando in un pozzo senza fondo,
scavato nella mia anima,
che sapeva esser quello,
l’ultimo dono,
prima della partenza.

Uomini senza cassetti
(omaggio a Salvador Dalì)
In un serraglio di fratelli,
come girini ammassati in una fossa comune,
nacqui figlio unico.

Tutt’attorno a me,
marionette dagli occhi di ceramica,
roteavano disorientate,
nel corpo e negli sguardi,
nel fondo d’un cassetto.

E dal fondo d’uno di questi,
raramente vidi sgorgare altro,
fuorché barbare cianfrusaglie
o il desertico vuoto.

Per la gioia,
dell’Oscuro Benefattore.

da L’EREDITÀ DELLA SCIENZA

Anatomico riccio
Esplose.

Auto rapaci
nell’inerzia dei sentimenti sfrecciano,
anziché zampette veloci,
sgattaiolìo tarpato.

Sulla lapide d’asfalto
un cumulo di palloncini:
corpo, cuore, polmoni, occhi
superstiti agli aculei,
d’un tratto motore,
d’un tratto mongolfiera,
issano le vele della piccola anima.

Pare il varo
d’un grappolo di acini di elio
che spandono colori
al gelo del cielo,
contrarcobaleno che abbagliando
senza sosta sale.

Variazioni di stato
Là ero stato prima di angelicarmi,
nell’intestino delle foibe.

Oggetto di muta, spellato
ma solo di zavorra,
librai sull’aerostato dell’anima.

Auscultando battiti forsennati
frullo d’elitre entro gabbie toraciche,
venni poeta aerografo,
aliante.

Quella parola rada,
isoscele seta tra i flutti,
croce astile di me stato,
m’elevò uomo integerrimo,
aeromodello esteta.

E nulla più si seppe,
di chi scrisse la Lettera con Rimbaud.

da LA DAMA DI ONIRION

Giochi di bambini
Bimbo,
che giocavi con le automobiline,
ed i soldatini,
sognando avventure senza fine ed eroiche gesta.

Ora delle prime sei schiavo,
dei secondi nella mente
hai intagliati gli orrori,
dei tuoi compagni morti sul Piave.

Bimba,
che giocavi con i fornelli in miniatura,
e la casa delle bambole,
sognando il tuo principe azzurro.

Ora dei primi sei prigioniera,
e nella seconda trascini la tua esistenza,
perché sai d’esser tu la bambola,
ed il principe azzurro
sai esser soltanto
uno sbuffo di vapore,
su un vetro gelato.

Come appaiono lontani
quei buffi ed ignari
innocenti giochi di bambini.

da DELLA PEGGIOR SPECIE – DELLA MIGLIOR SPECIE

Oh, mio vecchio cuore di cane
Insufficienza mitralica
bocciatura in materia di cuore
senz’appello né debiti
degenerativa, infame scuola di vita.

Indelebile ferro nel fuoco nel rogo del giogo delle mie carni impotenti
incidente senza soccorso la vista
di valvoline bucate impazzite
come ante di saloon sbattenti
ad arginare nubifragi di sangue allo sbando
fiumane di soldati di ventura, disertori che invertono le fila
affrontando mastini i propri fratelli.

Posso credere al Male come premio dell’uomo superbo
ma vedendo il solo bene di cui sei capace
quando con le zampe incurvate, maledettamente non prensili,
tenti di serrarmi in un abbraccio
non posso credere a un Disegno Benigno.

La tua anima porterò in Cielo sulla schiena
a costo di scalare chilometri di vetrate d’aria
di sfondare i Maestosi Cancelli con la testa inerme
di arrestare la lama dell’Arcangelo Michele a mani giunte
perché mia è la forza della Preghiera
mio indimenticabile amico Glenn
riposerai sulla tua cuccia-nuvola
lontano dai dolori di questa vita crudele.

Te lo prometto.
Ti accompagnerò oltre la soglia
mio vecchio cuore di cane cieco e claudicante
a costo di restare eretico spettro vagante per l’eternità.

da COME UN BRUCO ASSETATO DI CIELO

La Redenzione di Lucifero
L’Angelo Nero artigliò le ali
dell’Arcangelo Bianco.

Nell’ascesa inarrestabile
ustionò le sue ali di fuoco
con l’aria pura del Paradiso.

Nell’Empireo celeste
egli trovò la morte.

Di lui non restarono
che tracce di ceneri illuse.

Burrasca nel Golfino d’Ankara
Sull’angolo del letto attentamente riposta
soltanto una piccola superficie d’angora,
arruffata ancora calda,
ancora quasi viva,
le maniche incrociate.

Felino tra le pareti,
mi domandavo come poc’anzi
lì dentro potesse vivere
la tua anima immensa.

Ma so che tornerai,
non mente il golfino,
i marosi non possono che placarsi,
stemperandosi sulle amanti rive.