Irene Santori è nata nel 1973 a Roma, dove vive. Ha pubblicato le raccolte di poesia: In tempo e disparte (Gazebo, 2006) e Hotel Dieu (Empiria, 2015, Premio Lorenzo Montano 2018). In preparazione: Il Libro dei Liquidi. Tra le opere di critica: Jean Racine. Poesie Sacre. Introduzione, traduzione e commento (Leo S. Olschki, 2011), “Hélas! Trop éclaircis”. Inganno, autoinganno, disinganno dal teatro ai Cantiques Spirituels di Racine (in Rivista di Storia e Letteratura Religiosa, 50/3, 2014, Olschki). Autrice e conduttrice di Radio3-Rai (Uomini e Profeti, Storie, Vite che non sono la tua, Wikiradio) e della Radio della Svizzera Italiana (Laser). Dal 2011 è socio fondatore e membro del Consiglio Direttivo della Libera Associazione Vasco Bendini (Archivio).

irenesantori@tiscali.it

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POESIE

da IN TEMPO E DISPARTE

X
a giorno fondo confitti

e dalla vera foiba sale
la parola che la sopporta

XIV
——tempaccio porti
che m’accosta
e io conserta ai venti
che il largo avevo preso
in parola

XVI
Sull’afasia
finché afona
come poca foglia
posso dirti una
asma dalla lacuna cavata

dato
non è
dare

XVII
Sull’afasia
già trama
nel rosso velare
di me un boccone moncone
venuto a mancare l’orlo
dove premono un nodo
le iniziali dell’urlo

XXVIII
come la veste dell’erba
ti adatti alla terra
con un pendere di stelo senza presagi

e con l’incuria dei corvi
avvisti la vendemmia dei rovi

da HOTEL DIEU

X
La resurrezione di Lorenzo
guarda bene
nei miei talloni lo scirocco,
che in questa breve terra
entro
come il piatto fondo dentro al piatto piano,
come l’anello bruno del tuo caffè bruciato
e nell’uovo come al bianco stretto rosso
quando torno ti trovo? –
e nell’età del ferro l’età dell’oro

XVI
A tre anni dice anima mia, anima santa
Àmina mia àmina tanta
reggi il buio in questa stanza
reggi me che passa il re
passa la regina
mi nasce una bambina
dalla gola da una gamba
àmina mia àmina tanta

àmina tanta àmina mia
notte eumenide notte arpia
mano nottambula che tagliavo
quando piccina piccina rubavo.
Il maltolto, il manomesso,
il sottosopra, oddio la spia
àmina tanta àmina mia

àmina mia àmina tanta
sento il fiato che si allenta
ora mi sciolgo e scivolo via,
ma il tuo latte sul vassoio,
freddo bianco a inghiottitoio

XXXIII
La visita
Cos’è tutta questa guerra
imboscata negli autobus
dentro al guanto vinoso del tramonto
e di storni venuti da Cartagine?
Ieri era in vena
ai miei discendenti
il maschio e la femmina assiepati
sulle mie ginocchia
sudate, nell’ambulatorio comunale
della santa vaccinazione
– infertilità – separazione coatta dei minori – ipovisione? –

Oggi il ministero dell’igiene
accompagna i moribondi
nelle residenze disinfettate,
il cambio pulito, i calzini col cognome
e la benedizione del mercoledì.

Dietro agli scuri
papà non li vedi?
maturano i limoni
infiammabili
come i tuoi bronchi
come il mio aspetto
e la nostra lacuna

perché non posso andare oltre il tuo letto?

se quando amore brucia il resto fuma

XLI
Fiorì la specie ospedaliera
degli Hôtel Dieu in terra di Francia,
agli infermi il baldacchino, il comodino, il cucchiaino
– nomi comuni
di cosa? –
e vestiboli per lo stato liquido
e vestiboli per il taglio nobile,
la pesatura dei cuori,
il quinto quarto.

Maiuscola dell’Ospite
nel tutto sesto del portale,
che tutto torna tutto
zero,

circonferenza sua

l’avevo stretto, l’avevo stretto linfonodo
e mio
pugno

XLII
Hotel Dieu, il corpo di mio padre
Sciogli i polsi dal rosario
e raccoglimi da terra
la testa la testa
asciata.
Richiuditela dentro
questo cesto di costole
e mandami giù
come quello che hai ingoiato

senza masticare.

Sora nera notte corporale
del tuo lungo gessato
lasciapassare

a un’alba, a un’ansa, a un viale
carpale almeno
almeno iatale

XLVI
Credo
Registro i rumori di sopra
scarpa da uomo, legno, legno, donna,

riduco in polvere le unghie

passo in cucina, la luce è una vescica,

sorveglio la scadenza del cibo
e la fiamma altissima dei roghi.

La casa si riempie di soldati,
e tra loro un piccolo
caschetto biondo,

abbasso il fuoco,

addormento il mio braccio

perdo

peso

LI
a G
Vieni al mio viola
fossile, all’abside viola, al mio
sasso,
nel letto dei flussi
dei cicli che revochi

sorteggiami chiudimi ringraziami

E tutto il rame dei miei muscoli
correva nel reticolo
del tuo nome impossibile

LII
a G
E adesso coprimi la schiena,
metti che mi riesce di dormire,
magari bene
come fai tu,
in fila, in processione,
caro nel mio guanto

della redenzione

da IL LIBRO DEI LIQUIDI

V
Del voi (in un quartiere di Palermo)
è che all’Albergheria tutto ritorna
in vita, infuso, soluzione
dove s’imbucano le strade.
Anatomia dell’orlo e lieto fine
amaranto della mia lunga gonna negli zuccheri,
tenuta su al ginocchio
perché sto in piedi sopra l’occhio
e le spade
di pesci.

E lei dev’essersi specchiata a lungo
prima di uscire sul balcone e scegliere
tra le anime di sotto
chi le dicesse che giorno era
  ventuno agosto signora, giovedì ventuno agosto­
rassicurata mi ha sorriso,
e dalle ossa della mano
sulla testa mi ha stillato
giorni cento d’indulgenza

XLI
Crash-test Dummy
Dummy Dummy
sat on a wall
Dummy Dammy
had a great fall,
Dummy? Dummy rispondi.
Dummy, Dummy senzapalle!
Testaduovo e Testacoda.
Dammy sale in macchina e si chiede
perché ogni volta che si siede
va a schiantarsi contro al muro,
Dummy Dummy involontario
comincia a credere al Dio vero.

Dummy Dummy
sat on a fall
Dummy Dummy
had a great wall
si reperta, si reperta, si reperta
la rottura della felpa

Stessi in piedi sarei uno e ottanta
per settantasette chili
lei cinquanta o poco meno
il mio ometto ne ha ventuno
quattrocentosessanta cavalli
nella macchina del capo
e un mm… nella gomma

si reperta si reperta si reperta:
la scomparsa di un coperto
dalla gita fuori porta

Dummy Dummy
sat on a wall
Dummy Dammy
had a great fall,
all the king’s horses and all the king’s men
Couldn’t put Dummy together again.
Dummy? rispondi.

Si reperta si reperta si reperta:
la mm… del mm… ha un mm… nella cappotta
i cavalli scarenati ed i soldati
del re li rimettono in pié
tutti e tre
tutti e tre
tutti e tre
disassati nel transetto,
pianta a croce del brevetto

XLV
Acida
(perché lui le ha buttato l’acido in faccia)
ti si vede tutto anche la lisca
tienti l’occhio ché quello là si succhia
e respira dalle branchie
se il naso cola
nella borsa
(– ha fatto lei, maestro, quest’orrore? – )

fauna marina a faccia corta
metà avvocata, metà estinta e pleistocene
perché si sentisse lui, bellino,
Erectus
Homo
(– ha fatto lei, maestro, quest’orrore?
chiese Otto a Pablo
davanti al cavallo sgocciolante
del presepe basco raso al suolo
non io, voi –)

E tornava in rada l’onda, passando i frangiflutti,
la marea scopriva il molo
di sasso
e osso
e madreperla,
ne restò la dentizione
e venne poi la petizione
il talk-show in televisione
una foto all’infusione
ma non uno che dicesse, poi,
non son stato io, ma noi

PORTOGHESE

No Tempo e à Parte
X
no dia adentro conflitos

e da verdadeira fossa emerge
a palavra que a sustenta

XIV
——mau tempu trazes
que me acosta
e eu entrelace aos ventos
pois o mar aberto eu havia tomado
au pé da letra

XVI
enquanto áfona
como pouca folha
posso dizer-te uma
asma pela lacuna cavada

dado
não é
dar

XVII
já trama
no vermelho velar
de mim um bocado monco
que faltou na beirada
onde urge um nó
as iniciais do grito

XXVIII
como a veste da erva
te adaptas à terra
com un lance de caule sem presságios
e com o descuido dos corvos
avistas a vindima das sarças
(traduzione in portoghese di Léha Nachbin)