Giuseppe Conte è nato a Porto Maurizio, in provincia di Imperia, nel 1945 e vive a Sanremo. Ha pubblicato le raccolte di poesia: L’ultimo aprile bianco (Guanda, 1979), L’oceano e il ragazzo (Guanda, 1983), Le stagioni (BUR, 1988), Dialogo del poeta e del messaggero (Mondadori, 1992), Canto d’oriente e d’occidente (Mondadori, 1997), La complicità del pane (Manni, 1998), Nuovi canti (San Marco dei Giustiniani, 2001), Lettera ai disperati sulla primavera (Ponte alle Grazie, 2002), Ferite e rifioriture (Mondadori, 2006, Premio Viareggio), Poesie (Mondadori 2015). Di narrativa ha pubblicato: Primavera incendiata (1980), Equinozio d’autunno (1987), I giorni della nuvola (1990), Fedeli d’amore (1993), L’impero e l’incanto (1995), Il ragazzo che parla col sole (1997), Il terzo ufficiale (2002), La casa delle onde (2005), L’adultera (2008), Il male veniva dal mare (2013). Di saggistica: La metafora barocca: saggio sulle poetiche del Seicento (1972), Metafora (1980), La lirica d’occidente antologia (Guanda, 1990), Terre del mito (1991), Manuale di poesia (1995), Il sonno degli dèi: la fine dei tempi nei miti delle grandi civiltà (1999), Il passaggio di Ermes: riflessione sul mito (1999), Poesia del mondo antologia (2003), Viaggio sentimentale in Liguria (2011). È autore di testi teatrali e di curatele.

http://www.giuseppeconte.eu/

yusuf@libero.it

POESIE

da LE STAGIONI

Un giorno se mi leggerà
Un giorno se mi leggerà il lettore del

terzo millennio, saprà che c’erano gli
alberi e i desideri, le palme e i pini, e gli
eucalipti dalle foglie a quarto di luna, e le

rose: chi non voleva più soffrire, e chi
voleva amare tutto, chi di se
stesso faceva dono e dei poemi
violenti e lontani erano, semplice e
deboli.

Partigiano della pace
Ho patito la guerra
nell’anima e sin quasi
nella carne: mi serra
lo stomaco e la gola
la morte per fuoco che cola
su Baghdad degli innocenti
l’urlo dei superstiti
intorno al mercato sventrato
il sorriso rubato
falciato dei bambini
che ora hanno moncherini
al posto della braccia.
Di pietà non c’è traccia
per la bellezza di ieri
per gli angeli dei Sumeri
per i libri scritti alle origini
su Gilgamesh e su Noè.
Contano i generali
i danni collaterali.
Morti lasciati alle mosche,
piccoli uccisi a un check-point,
bare che tornano a casa
avvolte dalle bandiere.
Poi arriveranno calme
le petroliere?

Il poeta
Non sapevo che cosa è un poeta
quando guidavo alla guerra i carri
e il cavallo Xanto mi parlava.
Ma è passata come una cometa
l’età ragazza di Ettore e di Achille:
non sono diventato altro che un uomo:
la mia anima si cerca ora nelle acque
e nel fuoco, nelle mille
famiglie dei fiori e degli alberi
negli eroi che io non sono
nei giardini dove tutta la pena
di nascere e morire è così leggera.
Forse il poeta è un uomo che ha in sé
la crudele pietà di ogni primavera.

Le stagioni della terra
Ci pensi, non ho mai piantato un albero,
non ho mai avuto un figlio.
Tanto assomiglio al mare,
solitario, sterile.
Né un crespo cipresso, né un salice
umido e lento, né un’euforbia
diramata a delta, né un pesco
né un susino né un melo
ho mai fatto crescere, né un ramo
rosa o candido a marzo, né un piccolo
di uomo.
Come l’onda percuote la riva
senza fecondarla, senza lasciarvi
altro che alghe e consunte radici
così –non lo dici?– io percuoto
la vita.
Eppure l’ho amata, la
terra, ti ho amata.

da DIAOLOGO DEL POETA E DEL MESSAGGERO

Essere collettivo
Secondo il Socrate di Valéry ciascun
uomo nasce plurimo e muore uno.
Goethe invece divenne invecchiando un
essere collettivo.
Ho traversato età, malattia, gioia,
libri, dolore, amore, mari.
Non sono ancora vecchio, né più
giovane, anche se del ‘62
conservo i silenzi e i desideri.
Chi sono stato? Chi sono?
Giusepe Conte, il bambino
bravo in matematica, in italiano,
debole al gioco del calcio, pieno di sogni,
l’adolescente sprezzante che baciò
Norma, che navigò da Le Havre
a Southampton nella tempesta?
Il marito che resta fedele
alla carne della sposa, il figlio
che vede il padre spegnersi, finire,
l’amico tumultuante, l’amante
freddo, retrattile, il viaggiatore
che conosce vulcani, deserti, oceani.
Coetaneo di Paride e di Elena
di Agamennone e di Clitennestra
di Omero, Hafis, Mohammed, Goethe e
Borges, chi sarò alla fine, in quanti
moriremo?

Tutta la meraviglia del mondo
E’ come dici tu, dovrei ripartire.
Non sono mai stato felice in una casa.
Non sono mai stato felice in famiglia.
Non ho mai avuto nostalgia, quando ero
solo e lontano. Tutta la meraviglia
del mondo per me era la passeggiata
alta sul mare quando, i libri di scuola
in una cartella, a passo veloce
andavo, e inspiravo il vento
colore del salino e delle agavi
e fingevo di avere una ragazza
per mano: la meraviglia, la razza
forte dei sogni, i libri, il cinema,
i lunghi viaggi in treno,
le lunghe traversate dell’anima
ma mai i muri di una casa, mai.

da CANTI D’ORIENTE E D’OCCIDENTE

Sono qui seduto su un tappeto
Sono qui seduto su un tappeto
di foglie e fiori di primavera
e il mio silenzio è una preghiera
ed ho con me la coppa e il vino.
Se la mia Amata fosse vicino
se la sua bocca lucente fosse qui.
Il profumo dei suoi baci
è più dolce del gelsomino.
Dicono che sono saggio perché
conosco tutte le parole di Dio
e so che il suo volto non si vede
ma a tutti i roseti concede
la sua porpora e il suo fuoco.
Ma io sono saggio perché bevo, gioco
canto mentre il tempo ci rapina.
Quante rose si apriranno stamattina
e quante ne cadranno domani
o sotto le raffiche degli uragani
avvizziranno. Il tempo ci affratella
noi che ci muoviamo sotto lo stesso cielo.
Non è la stessa per noi tutti quella
luna che sembra una melagrana
staccata lentamente dal suo ramo?
Ma io sono saggio perché amo.

da FERITE E RIFIORITURE

Atto di adorazione per la giovinezza
Credevi di andartene, giovinezza
come un ospite ingrato
che esce da una casa senza salutare
come scompare la brina da un prato
di montagna col passare del mattino.
Invece ti ho ancora vicino.
Credevi di fare la furba, di fottermi
dopo avermi tanto piagato
con la tua nevrastenia torbida
con il tuo desiderio inappagato
con la tua timidezza vergine
che sempre mi storceva la bocca.
Invece sei ancora qui, nonostante
i capelli, i peli che appassiscono
le unghie che si sfarinano e cadono
le ossa che faticano, ti tocca
restare ancora con me.
Ramo d’ulivo, stelo di papavero
sei mistero, anima ,sorpresa
sei la bellezza vagabonda ,illusa,
piazze di una città sconosciuta
percorse all’alba in fretta senza meta.
Credevi di andartene, ma io
ti ospito troppo bene in un cuore
feroce e ragazzo, che niente ha domato,
che conosce troppo bene la tua carezza
e come rinasci fenice dalle tue ceneri.
Resta qui, che io ti veneri.

Il cellulare lasciato sul copriletto
Sibila il cellulare
lasciato sul copriletto
nella mia camera d’albergo
simile ad un insetto
levigato, ingigantito.
Mi risveglio e lo prendo.
E’ la voce che attendo.
Ti dico grazie, vita.
Domenica mattina
e tu mi sei vicina
da un mare all’altro mare
va chiara la tua voce.
Forse tu mi vuoi ancora.
Miracolo che continua.
Luce di un’altra aurora.

Salmo
Ad Yves Bonnefoy
Oso invocarti in questa Europa cieca
sfiancata da calura e siccità
corrosa da diluvi e frane,
continente di cenere e liquami
dove sono sovrani incontestati
Nulla ed Ipermercati.
Oso invocarti e sperare, oh Poesia.
Senza essere né Davide né Salomone
senza possedere né Betsabea né la Sunemita
e senza conoscere il linguaggio
degli sparvieri e delle formiche
io ti invoco, ritorna
ritorna come un maggio
luminoso-selvaggio
e come il primo raggio
soffiante –biancheggiante
dell’alba.
Ritorna, ritorna.
Ritorna foreste, anime, cattedrali.
Ritorna azzurri giardini orientali.
Ritorna, ritorna
Vergine, Venere, Africa.
Non sarai più la stessa
migrerai, muterai
e noi non ti vedremo come non vide
Mosé la Terra Promessa.
Ma ritorna, ritorna, oh Poesia.
Oso invocarti e sperare.
Seduto su una sponda del torrente in secca ad aspettare.
E ancora tra le rovine a cantare.
Nizza, ottobre 2003