Giovanni Giudici è nato a Le Grazie nel 1924 ed è scomparso a La Spezia nel 2011. Ha pubblicato le raccolte di poesia: La vita in versi (1965), Autobiologia (1969), O beatrice (1972), Il male dei creditori (1977), Il ristorante dei morti (1981), Lume dei tuoi misteri (1984), Salutz. 1984-1986 (1986), Fortezza (1990), Quanto spera di campare Giovanni (1993), Empie stelle (1996), Eresia della sera (1999). Le sue poesie complete sono in I versi della vita (2000), a cui ha fatto seguito Da una soglia infinita. Prove e poesie 1983-2002 (2004). Ha pubblicato inoltre alcune raccolte di saggi: La letteratura verso Hiroshima (1976), La dama non cercata (1985), Andare in Cina a piedi (1992), e molte traduzioni (da E. Pound, R. Frost, J. C. Ransom, S. Plath, A. Puškin, ecc.), una scelta delle quali è apparsa nel volume Addio, proibito piangere e altri versi tradotti (1955-1980) (1982).

http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Giudici

POESIE

Una sera come tante
Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.
Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giomo per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.
Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni
siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega al suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremo avere domani una vita piu semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?
Ma che si viva o si muoia è indifferente,
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene
qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
È nostalgia di futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?
Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani… pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai piu semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi calcola fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è piu onore in tradire che in esser fedeli a metà.

L’educazione cattolica
Nelle sole parole che ricordo
di mia madre – che «Dio
diceva – è in cielo in terra
e in ogni luogo» – la gutturale gh

disinvolta intaccava il luò d’un uovo
contro il bordo d’un piatto
serenamente dopo in cielo in terra
dal guscio separato in due metà

scodellava sul fondo il tuorlo intatto
la madre sconosciuta parlava
religione entrava
nella mia tenera età.

Le streghe
Per chi ci crede e chi non ci crede
parleremo delle streghe.
Dice la gente che sono vecchie
con i pidocchi fin dentro le orecchie,
con gli occhi storti e affumicati,
con i vestiti sporchi e stracciati.
Vivono dentro castelli in rovina
con gli uccellacci di rapina:
perché gufi e barbagianni
son delle streghe gli eterni compagni…
Durante il giorno stan chiotte chiotte
aspettando che faccia notte.
Ma quando è buio vispe e allegre
spiccano il volo le brutte streghe:
vanno a cavallo delle scope,
corrono come milioni di ruote.
Passano monti, passan pianure,
passano buchi di serrature;
bevono il latte dei pipistrelli,
di ragnatele hanno i capelli,
e peli dei ladri e degli assassini
vogliono fare paura ai bambini.

COSI’ TI DICONO SE FAI I CAPRICCI
E A FAR LA NANNA NON TI SPICCI.

Ma io – t’insegno il modo sicuro
per inchiodare la strega al muro;
e ti spiego come fare
a ruzzolarla giù per le scale.
Se la senti che sta arrivando
non devi piangere tremando;
se cerca di farti un dispetto
non rannicchiarti nel tuo letto;
e se ti fa il solletico ai piedi
dille: – Stupida cosa ti credi?
Falle in faccia una gran risata
e la strega sarà spacciata.

Questo è il sugo dell’avventura:
LA PAURA È DI CHI HA PAURA.

Tu falle solo «coccodé»
e ogni strega ha paura di te.
Pazza dI tabbla e di spavento
se ne scappa via come il vento,
via lontano per mai più tornare:
e tu puoi andartene a russare.

Raccomandazioni dall’area depressa
«Quanti dollari quante sterline.
Al posto di una lira loro ne prendono mille.
Va’ pure in Francia ma attento con tutti quei soldi.
C’è chi gira nel mondo solo per quello scopo.
Ti vedono subito che sei italiano.
Ti vedono che cerchi di non far brutta figura.
Ti fanno l’amico ti invitano a mangiare.
Ti portano dalle donne d’accordo con loro.
Francesi portoghesi e turchi in modo speciale.
Con tanti soldi sta in guardia da quella gente.
Gli inglesi sono ricchi e loro non te li rubano.
Gli americani sono lontani.
In tasca ci stanno male mettili nelle scarpe.
Ma poi mi domando e dico cosa ne fai.
Bisogna non averne per sapere come spenderli.
Faresti meglio una parte darmeli a me da tenere».

La vita in versi
Metti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
complicità di visceri, saettando occhiate
d’accordi. E gli astanti s’affacciano

al limbo delle intermedie balaustre:
applaudono, compiangono entrambi i sensi
del sublime – l’infame, l’illustre.

Inoltre metti in versi che morire
è possibile più che nascere
e in ogni caso l’essere è più del dire.

Questo caro sgomento
L’infanzia dalle lunghe calze nere
logorate ai ginocchi sugli spigoli
dei banchi, l’infanzia delle preghiere
assonnate ogni sera, delle nere

albe dei morti, della litania
di zoccoli cristiani sul selciato,
l’infanzia che m’ha dato
questo caro sgomento mio d’esistere…

Cambiare ditta
Non puoi cambiarti, ma almeno cambia ditta,
il posto di lavoro è più che una metà
(inutilmente resisti) della tua anima:
e quante cose per te cambieranno!

Avranno altri volti e strade le tue mattine,
t’illuderai quasi di aver cambiato città,
di avere davanti una vita. Un nuovo gergo
imparerai nelle file dei nuovi conservi:

ti ci vorranno due mesi per scoprirlo banale.
E poi nuovi padroni, nuove regioni dei tuoi nervi
in evidenza agli uffici del personale,
nuovi prodotti e una nuova misura

di quel che è bene e male – ed infine te stesso
di cui tutti diranno che sei nuovo.
Annuncerai ai lontani la tua novità:
«Questa mia è per dirti che adesso mi trovo…»

L’amore dei vecchi
In una gloria di sole occidentale
vaneggi, mente stanca:
inseguito prodigio non s’adempie
nell’aldiquà del fiore che s’imbianca
ma tu, distanza, torna a ricolmarti
tu a farti terra in questa ferma fuga
mare di nuda promessa
ai nostri balbettanti passi tardi
e tu, voce, rimani
persuàdici – un poco, un poco ancora
nostro non più domani,
usignolo dell’aurora.