Davide Rondoni è nato nel 1964, a Forlì e vive a Bologna. Ha pubblicato di poesia: La frontiera delle ginestre (Forum, 1985), O les invalides (Nuova Compagnia, 1988), A rialzare i capi pioventi (Nuova Compagnia – Guaraldi, 1993), Il tempo delle cose cieche (Nuova Compagnia, 1995), Il bar del tempo (Guanda, 1999), Non sei morto, amore (Quaderni del battello ebbro, 2001), Avrebbe amato chiunque (Guanda, 2003), Compianto, vita (Marietti, 2003), Il veleno, l’arte (Marietti, 2004), L’acqua visitata dal fuoco (Marietti, 2005), Vorticosa, dipinta (Marietti, 2006), Apocalisse amore (Mondadori, 2008), Le parole accese. Poesie per bambini e non (Rizzoli, 2009), 3, Tommaso, Paolo, Michelangelo (Marietti 2009), Ballo lentamente con le tue ombre. Poesie per il tango (Tracce, 2009), Rimbambimenti. Poesie di tipo romagnolo (Raffaelli, 2010), Si tira avanti solo con lo schianto (whyflypress, 2013). In prosa, i romanzi I santi scemi (Guaraldi, 1995), Hermann (Rizzoli, 2010), Gesù un racconto sempre nuovo (Piemme, 2013). I saggi: L’avvenimento della poesia, on-line (Guaraldi-Logos, 1999), Non una vita soltanto. Scritti da un’esperienza di poesia (Marietti, 2002), La parola accesa (Edizioni Di Pagina, 2006), Il fuoco della poesia, In viaggio nelle questioni di oggi (Rizzoli, 2008), Contro la letteratura (Il Saggiatore, 2010), Nell’arte vivendo (Marietti, 2012), L’amore non è giusto (Cartacanta, 2013). Per il teatro: Giotto, l’uomo che dipinse il cielo, Barabba il liberato, Non sei morto amore, La locanda, le stelle, Compianto, vita, Il veleno, l’arte, Dalle linee della mano, Passare delicatamente la mano. Per E. e per tutti. Ha tradotto da Rimbaud, Péguy, Dickinson e Baudelaire. Con Franco Loi ha curato per Garzanti un’antologia della poesia italiana dagli anni ’70 a oggi.

https://it.wikipedia.org/wiki/Davide_Rondoni

 

POESIE

1
Io non voglio diventare vecchio
perché lo sono già stato mille volte
e so già il buio e quella vile tempesta.
Ora che piango come vidi
pianger mio padre, la stessa ruga e la testa
abbattuta, piena di sgomento,
imparo che la giovinezza
non corre nelle sorprese
del sangue ma nello sguardo che un vento
strappa da terra
per vedere in questo duro paese
l’infinita somiglianza tra Dio
e il viso di lei tutte le sere, i rami
nudi contro il cielo, il vino
fermo nel bicchiere…

2
Quante volte, Milano
dalla mia terra più dolce
sono arrivato davanti al tuo volto
piatto, senza respiro.

E’ il tempo dell’amore duro,
è notte, solo notte, è dignità
di sguardi che sanno d’averla
perduta, è il viale dove scendo
come bestia che è pazza a cercare
l’asfalto nero, rapido
e luminoso di pioggia come
uno stordimento.

Pioggia anche la mattina
giù dai vetri larghi al supermarket,
acqua sentita per un istante,
una stretta nel cuore all’uscita
dalle porte a cellula di luce
e giù la testa, di corsa
fino all’entrata confusa nell’auto
tra l’odore dei vestiti bagnati
e la carezza gelida del cellophàn.

Devo scordarmi di lei,
scesa per le scale
del metrò, senza più bellezza per me,
devo scordarmi di me, chiuso
in auto a guardarla senza più pensiero.
Devo scordarmi quel tuo nero, Milano,
e il vaniloquio del traffico
sotto l’acqua, e il giorno e l’ora,
scoprire che non c’era
né diritto né speranza, e neanche
amore, ma furore, solo dolce
e demente furore.

Quante volte dalla mia terra più calma
sono venuto al tuo inferno.
Mi conoscono i fedeli dei chioschi notturni,
illuminati come stelle gelate, le mosche
che sembrano i maghrebini, i turchi
che stanno intorno a trafficare, ad aver pace.
Quante volte sono venuto al tuo inferno,
Milano, a inaugurarlo.
E se quella notte speravo in una notte
più calma e di risentire il mare
non era per predare, non era
per gettare il capo in un bianco fuoco,
ma era per avere quiete, quiete
se non amore, quiete un poco…

3
Bartolomeo

Quando anche tu ti fermerai in questo grande
autogrill e il viso stanco
vedrai rapido
sui vetri, sull’alluminio del banco,

sarà una sera come questa
che nel vento rompe la luce
e le nubi del giorno, sarà
un grande momento:
lo sapremo io e te soli.
Ripartirai
con un lieve turbamento, quasi
un ricordo e i silenzi delle scansìe di oggetti,
dei benzinai, dei loro berretti,
sentirai alle tue spalle leggero
divenire un canto.

La felicità del tempo è dirti sì,
ci sei, una forza segreta
uno sgomento ti fa, non la mia
giovinezza che cede, non l’età
matura, non il mio invecchiamento –
la nostra vera somiglianza
è là dove non si vede.

Mio figlio, mio viaggiatore,
sarà il tuo inferno, la tua virtù
questo udito da cane o da angelo
che sente all’unisono il giro dei pianeti
e la pastiglia cadere nel bicchiere
due piani sotto, dove due vecchi
si accudiscono.
Sarà questo amore strepitoso
tuo padre, quello vero.

Fermati ancora in questo autogrill,
dal buio mi piacerà rivederti…

4
Via Vizzani, Bologna

I colori accesi del video sbiadiscono –
sta salendo l’alba
nel riquadro della finestra,
in una stanza dai mobili ancora provvisori,
in questa città italiana e feroce.
Miller scrisse
che saremmo tutti divenuti Rimbaud
e stanotte si è alzata
la mia sensibilità come un fischio
d’erba alle labbra di un giovane dio.
E ora che forza
il bianco dei primi grandi lenzuoli
appesi ai balconi, che stracci
di sonno nei rami degli alberi,
che eternità nella linea chiusa degli occhi
di mia moglie e che annunci
nel battito in gola dei colombi.
Ci sono notti gravi come stragi
e altre leggere come sogni
e notti che passano rapide
come shock in sguardi femminili.

Solo ora, nella luce interna dell’alba,
mi accorgo che qualcosa si è mosso
al centro dell’universo,
quella maglia l’ha rotta
una prima saetta di rondine,
un velo dal cielo forse s’é scosso
rivelando un azzurro estremo,
o era in moto la sotterranea faglia.

(Oppure il sorriso mezzo scemo di un angelo
coi sacchetti della spesa
che ho visto salire di spalle
sul primo tram,
il venticinque ancora grande e vuoto…)

5
Sembra venire a volte
come opera del niente
il giorno
nei tram, nelle vetrinette
dei bar.

Non hanno sentinelle le nostre città,
chi veglia lo fa per mestiere
o per disperanza.

E il nemico nessuno
lo ha mai visto arrivare.

6
Incinta, dice il test

Non chiamarlo, vienenella sua forza semilucente,è già una parte del tuo sorrisoviene come il profumo dei boschi,un niente, il muso improvvisodella lepre, è già una pieganelle tue mani, siedesul trono che diventi.
E’ un aumento
che ha dismisura di nubi,
fa paura come l’inizio del vento
che piega i rami ma ravviva i colori.
Mio amore bello e pieno di tormento,
la sua impronta è già nella nostra
figura. La felicità
è l’attesa, è il tempo.

7
Dell’esperienza grave e felice del cullare

Non conto più i miei giorni
ma i tuoi,
e le parole e le balbuzie
sono le tue che attendo
non le mie, scritte ormai
più per abbandono che per forza.
E guardo salire incendiato il giorno
nei tuoi occhi o sulla foglia
dei piccoli respiri —
Anche Dio che l’ha inventato
con la fiamma delle comete ancora in mano
obbedisce a questo struggimento:
cresce nel figlio il padre, cede
e aumenta la propria gloria,
è uno stordito amore
che fa la storia.
Altri che non han voluto figli
nè di carne nè di cuore
fissano svanire le sere
sui fogli che restano bianchi
anche quando sono riempiti
dai grandi geroglifici del vento.
Quel che tu sei, Bartolomeo,
non sta nel grande campo
del mio fuoco, eccede
il mio pensiero, scompare
come un sogno all’amore
che lo insegue. Eppure ti fa,
è nelle tue mani, nel piede,
nell’improvviso che in te ride,
nel morso al paperino.
Ed è nel sonno
che ci parifica al cielo profondo
e porta vicino al silenzio delle cose.

8
Figura del centurione

O Signore non son degno – degno noanzi quasi tutto bagnatoo interamente svergognatodi star qui come un sasso, una pietra,un ferro, figurati anchese invitarti a cena,
di partecipare alla tua mensa
per dividere i miei avanzi, il freddo
dei miei pasti, la tovaglia stupida
quadrettata, la sedia
sghemba, la bottiglia già iniziata,
e l’ombra della fronte sconcia
o portarti per un bicchiere
al primo bar.
Ma di’
ma di’ solo e soltanto
una parola, una cosa,
un uccelletto di voce,
di’ solo e soltanto
un niente -quel che ti passa
per la mente o per la testa
così incoronata di cielo
e di tempesta
di’ solo e soltanto
lascia magari cadere
un grano delle tue preghiere
o anche non dir niente
leggerò sulle labbra appena
o sentirò con gli occhi bassi
che un bacio d’aria viene
e io sarò salvato
dalle jene dei miei errori
e l’anima devastata avrà
la vita piena – –

9
Se tu restassi quisi potrebbe continuare la conversazione,e sulle mani che tieni in gremboriposerei i miei occhi bianchi.Tu saresti la quiete del mondoe quel poco d’argine che soffermala piena…Ma no, dicevi, già via dal tuo stesso pianto
e dal mio, che principiava,
lasciando me e la mia casa
come due inutilità
per il tuo cuore da star – –
Dio, che ami le star
non lasciare che vada in cenere
il suo passo
e il dolore inchiodamelo dentro
come un bene.

10
A G.Ungaretti, visto di notte alla televisione leggere “I fiumi”

Non ho fiumi io,
non ho mai vissuto sporgendo
il volto sull’acqua
che quieta o vorticosa
taglia la città, nobilita o nel gorgo
riporta via tutti i pensieri.
Non ho avuto
gradoni di pietra su cui disteso
perdere sotto il sole
il lume della mente, addormentando.
Non la loro vita
da rubare, da prendere
nel sangue quel ritmo,
quel fermento.
Ho avuto viali,
strade larghe, rumorose, il getto alto
di tangenziali,
braccia aperte di povera madre
vene da cui entra in città
ogni genere di roba.
Ho avuto viali d’alberi
o rapide vertigini tra pareti di acciaio
e di vetro oscuro.
Cento volte risaliti, come vecchie
canzoni, cento volte ridiscesi,
nessuno più che chiede
che davvero lo si guardi.
Ho avuto viali che il caos
rende identici, che sotto la pioggia
sono l’inferno,
sono frenetici.
Ma alla notte, quando cade
la notte
si ridisegnano,
viali nuovi
d’ombra e di solitudine,
quando li illumina il lento
collo dei lampioni e lo spegnersi
delle ultime réclame.
Si muovono allora leggermente,
ramificano, forse rotea un poco
tutta la città;
qualcuno finisce
in faccia a un castello, a una
cattedrale, altri smuoiono
sotto i fari arancio di un nodo autostradale – –
i viali la notte respirano
con le foglie dei platani, larghe, nere,
per i buchi oscuri alle finestre,
le grate del metrò e l’aria nenia
che dorme sui bambini.
Tirano il fiato quando va via
il passaggero sull’ultimo tram –
I viali mi danno
una vita speciale,
che non è pianto e allegria
non è, ma una ventosità,
un andare
ancora andare
che viene da chissà che mari,
da quali valli, da grandi fiumi.

11
L’angelo delle tangenziali

Stava seduto sul guardrail
nella luce spiovente d’arancio
d’un grande lampione.
La nebbia
rancida
————-bagnava – –
La vita, diceva,
bestia la vita,
mentre lo sfiorava la voluminosa
carezza dei tir
che vanno come sogni in autostrada.
Non mi trovo più addosso
un gesto solo che sia vergine
———————————-che sia d’alba,
diceva fissandosi le mani,
———————————-e di piano scimuniva.
(Lo incontro mille volte al ritornoda chissà doveo quando i viaggi nel sonno finiscono
su mozartiane
o vascorossiane tangenziali e poi si disfano in cunicoli,
mio povero angelo,
il mio e di ostiati come lui – -)
o mia vita, ripeto e ripeteva,che non senti l’albanelle ossa e nelle giunture, ma il sale e solo il vento che dirada mai, che si placa mai

12
Tu non sei al fondo
di nessun pensiero
non sei nel nero
perlustrato dal lento radar
delle barche del silenzio –
non sei nel folto
dove ogni ramo e ogni battito
fuggito d’ala
anima un fantasma
sugli stagni azzurri della mente.
Non ti sei mai nascosto
al nostro dolore
come cane che ti insegue,
non volti il viso ai colpi
delle insopportabili domande,
hai opposto al nostro ritirarci
la tua paziente, alzato
come straccio, la tua dura
esposizione.
Lo sai
ora son contento
che tu sia qui
mentre una frazione di luce sui monti
resiste sulla linea delle groppe scure
e le grandi città
luccicano in fondo
alle valli, nel ventre
delle pianure.
Sono contento quaggiù di vedere
tra le bottiglie il tuo guardare
le mani che smistano vino,
pesce, il pane fatto a pezzi –
Gesù
così, mio familiare,
Dio fedele alla vita.

INEDITI

Titolo provvisorio: L’amore.
1
Stringo gli occhi e vedo
che non sei un fantasma
anche se il tuo passo sembra
venire barcollando dal vicolo nebbioso
nel porto dominato da una notte
che ha un’asma nel respiro.
———————————C’è un battito
d’acqua morta
sugli scafi. E’ largo il giro
delle luci lungo la solitudine
dei moli.
Vieni dai rifugi, dalle tane
dove ti avevano cacciato.
Quante botte, quante sbornie
ti han conciato il volto
bello e pesto, un taglio
s’è da poco rappreso sulle labbra.
Con quei vestiti hai fatto estate
e inverno,
sono stinti, il tuo corpo
ci è dimagrato dentro.
Ma il tuo sorriso
è un coltello ancora
e un fiorire agli occhi.
———————————Amore, non sei morto, vieni
gireremo la città.

2
Le grandi insegne ci esplodono
sui vetri dell’auto e poi
negli occhi più debolmente.
Hai sonno ? dico, un whiskey,
vuoi forse riposare…
Voglio vedere, mi fai,
vedere solamente.
Allora viro
sui grandi viali, nella notte
di nero e zinco
punteggiata fittamente dai fanali,
dalle sirene, dal ritmo
intermittente dei semafori
appesi al niente.

3
Quante cose ti potrei raccontare,
dico mentre lasci la testa sul sedile,
ti avevano dato per disperso, andato
di cotenna e forse annoiato
dopo secoli di fraintendimento,
di agguati, di mancati
appuntamenti.
Giri gli occhi
lentamente
qualcosa riconosci
o perduto in tuo acquario
non guardi niente…
———————————Eri un guerriero, ricordo in un lampo,
sotto le insegne di un megastore,
ne hai viste tante, il rumore
del traffico riporta le memorie
il tuo film,
ti han fatto anche passare
per traditore.
Non te lo dico, so
che è il punto che ti dà
maggior dolore.

4
Scendi a comprare le sigarette.
Il marciapiede in cui ti butti
è affollato, lo traversi.
Forse è la penombra o il pensare
chiuso della sera, il bamboleggiare
degli sguardi, ma nessuno
ti riconosce, nessuno che
rallenti
o volga il capo.
Continua la fiumana,
la nera, stordita
marcia.
Solo quando lo scatto dell’accendino
ti illumina metà del viso
c’è uno che avanzava ciondoloni
che s’arresta, si tocca il muso
con la zampa e porta con l’
la bottiglia
e fa ballar la gola
d’un lungo sorso.
Ride d’un riso aperto, maltagliato.
———————————Sei già rientrato, andiamo, dici,
e non mi pari stupito, neanche
preoccupato.

5
Eppure ti avevano cantato, ti hanno
celebrato in ogni modo,
penso guardandoti dal retrovisore
mentre mi allento il nodo
di un’orrida cravatta.
E quanti,
buon Dio, ti hanno cercato,
gente tanta che s’è sfatta.
———————————Mi pare di vedere
nel controluce di un camion
alto di fanali
quella folla matta e infinita
di filosofi e povericristi, di oppressi
dalla virtù e dal vizio,
si sono smangiati il cuore
e fino all’ultimo stipendio.
E io non sono uno di loro ?
Anche il mio nome svanisce presto
nella corrente in quell’eterno
dispendio.
Anche se ti ho qui, quasi
al mio fianco
e stai sul mio lurido
sedile e ascolti la mia radio
lasciando cader la cenere e poche
poche parole, non sono forse
uno di loro
chiedo e quasi piange
il mio volto che mi viene incontro
dal riflesso sul vetro
mentre andiamo
nell’oro buio della notte…

6
Anche queste signorine,
dici senza accento nella voce,
sì, vendono
amore o cosa ti rispondo
e non vedo ombra di condanna,
o pena, ombra di niente.
Molti altri lo fanno,
ti informo con un tono da taxista cicerone,
con più pudore, più frode,
e più perfetto nitore.
Guardi mai
il televisore…

7
Fumi molto
e lentamente, e lentamente
entra l’auto sui grandi e stanchi
viali.
Andiamo dove c’è casino, dici
senza emozione nel respiro.
Il lampo arancione
dei semafori corre sul vetro
basse comete del nostro andare.
Amare o non amare, è tutto
qui, dici, il nostro viaggio,
l’essere no
non è nostra proprietà.
———————————Intanto molti altri alligatori
sono scesi nel buio fiume
del viale, disegnati
a matita i guidatori, la perla
dello sguardo a volte brilla
per l’incrocio d’altri fanali,
si stringono le palpebre, prendono
la mira, sentono
stringere i cuori.

8
Fumi e gli occhi socchiusi alzi
non so per cosa, una ragazza
o una vetrina che va via rapida
con una luce frettolosa.
Stelle
non se ne vedono, c’è una curiosa
e varia architettura di lumi
che ferma lo sguardo.
Non so a cosa pensi, resti
immobile: alzarsi
sopra questo alone, respirare
il buio freddo,
la nevosa apprensione
dell’aria, la gioia tesa della notte –
l’inferno, dici, è degli amori
tristi, i loro
respiri morti.

9
Guarda quei due, ai lati
del tavolo, in mezzo la cena
terminata. La storia
del mondo è un bambino
al centro
in silenzio che li osserva.
Sono buoi d’umanità, tirare
avanti fin che si è potuto, e ora
com’è grave la sera, lievemente
nebbiosa, come si perdono in un tunnel
le parole e una bava
d’amore
orla le loro
labbra, un’aureola stanca
è la loro faccia.

10
E’ qui, tra le gambe,
lo sperdimento, in qualche modo
tutto.
Che altro, che
altro ti dice o rigurgita
in volto il secondo avventore
che ha l’aria ancora di sapere
cosa dice.
E ha l’aria di sfida ma l’aria
di chi sa d’aver perduto.
Tu non neghi, alzi
il bicchiere, brindi: hai detto
bene, sperdimento.
———————————Con che misura mi dici soffiando
accostarsi a quel territorio
che stiamo cercando, con quale
orgoglio o padronanza
a quel pozzo tremendo.
L’amore vince, grida sempre quello
alle nostre spalle mentre usciamo,
vince fisicamente, vince
su tutto il fronte.
Tu ridi mentre sali,
ridi forte, come non avevi fatto ancora
e ti vedo monte,
ti vedo con un cimiero
greco sulla testa,
ancora guerriero, di nuovo
bisonte.

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