Andrea Rompianesi è nato nel 1963 a Modena e vive in provincia di Novara. Ha pubblicato, in poesia: Orione (1986), Vascello da Occidente (1992), Punti cardinali (1993), Scendevi lungo la strada (1994), Momenti minimi (1994, 1999), Apparenze in siti di trame (1996), I giorni di Orta (1996), La quercia alta del buon consiglio (1999), Scritti e frammenti (1999), Ratio (2001), Versi civili (2003), Metrò: Madeleine (2004), Gustav von Aschenbach (2006), Rimbaud Larme (2007), Il grido (2008), Fides (2009); in prosa: Il pane quotidiano (1990), Quella dei Beati Angeli (1994), Il killer (1995, 2000), Venti e lune (1995), In odore di terre (1998), La notte dei grandi ladri (2003), Strada di pausa e di viaggio (2012). Nel 1998 ha fondato Scrittura Creativa Edizioni, per la valorizzazione della critica stilistica in particolare sul fronte della poesia contemporanea.

scrittura.edizioni@tiscali.it

 

POESIE

da RATIO

I (o del possibile freno)
ogni testo soave a virgulto ti dice imbarazzo
ti copre ad avere un possibile freno del dire del fare
del potere cullare il rivolto meccano che a mente
si torce avvilendo l’estuario l’annata o meglio
confidenziale il sapersi evirare al tocco di tiepida veste
m’assale il fradicio flusso coprente missione ingiuriosa
e vestale apodittica a frotte la linea stavolta del
mare
———————————————–(…a tratti come onda
———————————————–il mare quasi sempre
———————————————–da dire…)

II (o del vissuto domestico)
è trappola sita e ritrita il ceppo di sottobosco
che aronne calcasti ficesti fides dicevi neologos
o già vissuto domestico incombe la chiusa e
poi separata topaia a morirne l’eccesso che fu
novecento
———————————————–(…eccesso di verbo
———————————————–in verbo a sedurmi
———————————————–l’oltraggio…)

da VERSI CIVILI

come foglio di carta bagnata in odore di piombo
i titoli dei quotidiani ancora sui giudici che
non si toccano dicono i democratici non sono
uomini uguali ma elfi o spiriti aviti e giusti
in pace con essi con le botteghe che li hanno
forgiati togati e oscuri e allora finiamola

il trafficante dei valori
getta la toga mutilata
sale sul colle nei minuti

poi dice

piccole mani ipocrite

la voce

verso civile significa parte e prendere parte
dire una scelta scegliere limita ma un’epoché
a volte non vale la pena talvolta parole e suoni
di pietra e di voce cultura di passo di avviato né
fantasmi per ora anoressici ignavi e cannibali ma
una pagina tecnica allora un significante ad aprirsi
a vedere chi scrive una scelta e sai vicinanza
per prosa Manganelli Bufalino Consolo Romano
Baricco Tabucchi Longo Tassinari Manzoni Serafini
Genovese in questa italica vasta dopo i versi e i poeti
acuti Sereni Fortini dai Sanguineti Sanesi Cara Pennati
nei nomi per Conte Ruffilli Scrignòli Bettini Magrelli
Bettarini Infelise che a tecnica dicesi sanno la penna
nel muoversi adulto i virtuosi segnali in Carpi Merlini
Milani Scaravaggi a scegliere oggi in aperta visione civile
per ora e quindi citarli gli autori sì dirli ancora pionieri
di cogliere l’attimo buono del gesto che arriva alle volte

che colore ha il respiro dell’affanno
il suono degli spari in ogni notte
sopra la ferita aperta nei passaggi
quale sapore l’odio coltivato dai
supplizi le nostre parole di poeti
che colore hanno gli occhi dei mille
straziati assassinati dai massacri poi
il furore silenzioso nel silenzio delle stragi
che colore…

da METRÒ: MADELEINE

-Rue Saint-Martin

———————————————–(…lo sguardo nella sale
———————————————–a ricorrere le tele…)

“Le luxe” (Matisse)

sono donne accucciate o che corrono
il golfo è ampio

le solite bandiere tovaglia alla Dufy

ma “L’algérienne” 1909

ancora lui disegna una
mascella ampia la prosperosa dama

di Chagall “Le mort”
è un pugno nero

ci sono è vero i pesci rossi nel boccale
il rosso contrasta il blu di sfondo (Matisse)
la porta-finestra è oscura e ferma
notte nera

(…hai affondato le mani nella
tenebra e hai rapito l’amico
alla tua luce…)

l’albero verde pino alto ma è il
centro azzurro in tondo e punte
gialle e rosse (Kandinsky)

e rosso e blu di nuovo come quando
è l’uomo che corre ma come fermo
ci sono spade segni (Malevitch) direi
segnali irti divini i colli lunghi
di Modigliani il “Bleu I, II, III” di
Mirò dove tutto è cielo crepuscolo
o vuoto d’aria

(…eh sì aggirarsi tra le cornici
muovendo eburnei i bei piedini
pensando alla lingua sulla punta del
membro monopoli moderna quanti dico
sono gli ammazzati dal potere dalla
indifferenza nei secoli seculorum del tuo
latino d’imperium necandi di fottuta
baldanza elettorale di gente schiacciata
dall’arroganza è la pianta del piede in
faccia “capitano oh mio capitano” morire
spezzone di una noia vitale d’oltremare
di fiacca stagione razziale irrazionale
s’inventa di notte la totalità cortese…)

“Le magasin de Ben Vautier”
come una scatola ossessiva sputa
dice monta muove spacca la piccola
scena e un laboratorio cede dove
ci si ripete troppo

(…i volti che credi di vedere
sono sempre quelli amati…)

“Vuos avez été servi par Fabienne”

da GUSTAV VON ASCHENBACH

motus animi continuus Gustav di nuovo
non giunge il sonno ristoratore allora guardi
poiché altra è la stagione e l’inizio di maggio
conduce passaggi su fughe sorrette a mancanze
appena persiste il sentire un calore poi dopo il
tè via uscita all’aperto la passeggiata nell’
afoso afrore ornato di fronde sull’Englische
Garten viatico accenno alla serata feconda

il solitario pensare a quella inquietudine
ti spinge alla pagina assorbe le forze gli stimoli
poi poterli ordinare su spazi in altro equilibrio
inesprimibile ora costretto a cedere quindi bisogna
sospendere un attimo anche se l’imbrunire già ti
consiglia il ritorno intanto sei dietro alle siepi
dei marmisti in attesa del tram immerso nel vuoto
sei solo ma all’improvviso appare imprevisto l’uomo
di pelo rosso e naso camuso con occhi feroci così
dominante da farti arretrare ma qualcosa è avvenuto
l’attesa il nuovo straniero l’enigma o semplicemente il
bisogno sensuale inaspettato la voglia sì di viaggiare

quasi attacco di febbre fulminea in desiderio
ad occhi aperti visione percepita distante ma
capace di passione veggente che riecheggia un battello
ebbro forse e tu immagini paludi tropicali rari
rossori schema umido in lagune acquitrini di vapori
groviglio di piante e viluppo di felci affondano radici
fiori acquatici uccelli esotici a salire dalle superfici
il bisogno represso riaffiorante ora come un tremore
l’immagine dissolta poi ti lascia frastornato il
tram si avvicina lento sulla Ungererstrasse pensi
nella serata studierai carte geografiche e percorsi

da RIMBAUD LARME

…assenza di vento poi calmo moto
ondoso striato fermo guado molo
intransigente il gesto entrante come
apostasia solenne ma altra è brezza
di sicomoro vasto poi limite vaghezza
mite porsi e darsi in alto i glutei
rivolti all’epicentro endiadi foschi
erronei urlati discorso attracco in
poi piacere di contorto e vile
immagine verde rame affranto nesso
iperboreo acquatico saettante rostro
folle labile braccato aspro inutile
ridente ironico cispo segaligno oltre
prolisso orlato avviabile sellare
scivola denuda distinguibile nuca
e arenaria pomeridiana in solitaria
attorto quasi commosso alzarsi a
bavero collo di tuo vergante il taglio
femmineo dolo e accusato maschietto…

…colocasia forse fiore a imbuto teso
tendente a tono in cuneo dove più punge
e brucia compatta lama a scorticare
fininterre e accolite in tributo limine
ogniqualvolta calice transumanza in erbe
aromatiche cuspide trabeazione aritmica
opposto furtivo vedico aerato facile
notturno impresso violato raso cute
ma io ti raso imprime l’arcuato nome
desueto sciocco in ciò la fuga il glicine
di tradimento esperto modificò l’illune…

…rossa luce nera notte viottolo
selciato porta parete finestra chiusa
insegna porfido ombra squarcio di luna
oscurità franta da faro giallo notte…

da IL GRIDO

chiuso astice a stile
fosso rampicante in acqua
in certa cloaca esangue
o ripa in alterco in odio
come patto viscerale a sfida
tu sai trita e ritrita e
nuova la goccia cadere a
lato chioma come assioma

la turca madama batte
i tuoi denti sono coste
rive ghiacce nella laquale
straziata anoressica blatta
l’orrore dei muri a fucile
fucilati divelti i messi
posti e riposti cosa vedere
l’attonito vuoto ammasso

questa volta devi lasciarmi parlare poiché il grido
viene da dentro si estende a guardare le toniche
date in primis non importa niente a nessuno se
un rischio ti espone intanto ti giunge l’immagine
la bionda scende le scale cadendo una figura nera
la raggiunge come fosse un libro di Woolrich un
noir americano perché l’istinto è ciò che conduce
una battaglia soltanto diviene la guida sudata

sì potrei variare così a piacere sostituire anche i
termini varianti strido strillo bercio clamore
invocazione lacerante implorazione incazzatura ma
è comunque preferibile l’incombere gravoso e
militato dell’estenuante esponibile tortura che
a un dipresso s’insinua alla progetto di curva e
populista campagna pubblicitaria chissà perché mi
viene in mente Woody Allen con quell’amico che
sta continuamente a telefonare dicendo il numero
dove si trova (era “Provaci ancora Sam”?) la moglie
poi bacia l’occhialuto per pietà ma nella caotica
confusione peripatetica lui dice io non sono Bogart

da FIDES

in principio
il verbo…
come il vento
il verbo…
come noi…

sentire…
non più
sarà sera
ma rosa
l’aperto
orizzonte…
né fiaccola
o face…
ma luce
di voce
in dono…

ancillare pertugio ove agreste s’arriccia
l’affannoso dono eticamente addiaccia
finanche uomo nel deserto grida
non fosse che per annuncio in vita
dove cercate non sapevate ora
riordinate reti coniugando cima

se di lembo affievolisse il tratto
compiuto in quadro radente
———————————-il ciglio
————(quale ascolto)
————esattamente
————linea
————posta
————a intercalare
————riva e mare
dove andremo…
——————–(le tue parole)