Aldo Ferraris è nato nel 1951 a Novara, risiedeva sulla Costa Flegrea dove è scomparso nel 2018. Ha pubblicato le raccolte di versi: La cattedrale sommersa (Rebellato, 1978); Ventidue mutamenti dell’I KING (TAM TAM, 1987); Mantiche (Anterem, 1990); Codici (Anterem, 1993); Horus, parola improvvisa (7 poeti del Premio Montale, Scheiwiller, 1993); Grande corpo (Anterem, 1997); Antichissima figlia (La luna, 2000, con una incisione di Antonio Battistini); Acini di pioggia (Gazebo, 2002); Nulla sarà perduto (Archivi del ‘900, 2004, Premio Antonia Pozzi); Danza di nascite (Azimut, 2006); L’ospite sulla soglia (Raffaelli, 2009); Chi non ha avuto perdono (Kairòs, 2011); Moltitudine (Sigismundus, 2013); Parola a me vicina 1972-2008 (Ladolfi, 2016). Ha curato e tradotto il poeta palestinese Kamal Jarbawi (“Luce d’epifania”, Ladolfi, 2011). È presente nelle antologie: Poeti italiani nati dopo il 1950, a cura di A. Spatola (Cervo volante, 1983); Ante Rem-Scritture di fine novecento (Anterem, 1998); Così pregano i poeti (San Paolo, 2001); Vent’anni di poesia. 1982-2002 (Passigli, 2000); Pollockiana (Torino Poesia, 2009); Poesia in Piemonte e Valle d’Aosta (puntoacapo, 2012). Suoi testi sono apparsi sulle riviste: Anterem, Atelier, Capoverso, Galleria, Gradiva, Hortus, La clessidra, La mosca di Milano, Le voci della luna, Niebo. È autore di racconti per i ragazzi e i bambini.

 

POESIE

da L’OSPITE SULLA SOGLIA

Camminanti
On avance peu à peu

comme un colporteur
d’un aube à l’autre  1
Philippe Jaccottet

I
È sempre così presto quando bisogna partire, nessuno sulla soglia a salutare e tu alle spalle che aspetti, la tua ombra a toccarmi la nuca come ci tocca il primo dolore.
Guida dal passo di creta sollevi appena il respiro del viaggio, guida dal fiato leggero frughi nell’abbaino del mio silenzio:
– Arrivare non è una scelta, scegliere è fermarsi nel mezzo della via, essere il pretesto. –

II
– Da dove iniziare ad attraversare il mare, da quale sponda, e verso dove? –
Non rispondi, ti chini, raccogli dal fondo del mattino la conchiglia rotta di un sogno, sul guscio un continente.

Di fronte a me, nel sortilegio di un cortile di campagna, un fiume ti attraversa, come una pianura.

III
Il cielo ci segue con la mitezza di un cane, ha sete delle nostre ombre che piano asciugano al sole.
Il cielo che si è perso nella nostra radura.

Ai bordi del cammino, dove bisbiglia la lentezza, disegni un labirinto di polvere ai miei piedi, poi soffi:
– Sono dentro di te, nel punto esatto che non ricordi. –

Il tuo capo ondeggia, si consuma, come una foresta che brucia.

IV
Una certezza minore, onesta come firma d’analfabeta, chiama da anni non vissuti con l’umiltà di un insetto.
Una certezza che versi sulle braci del nostro ultimo bivacco prima di ripartire, che avvolgi tra le mani con il tabacco, inumidisci la cartina, lento:
– Questo so, che è di tutti l’unico mio sapere. –

V
Quel qualcosa di me che si ostina a cercare, posato sempre in disparte per non farsi riconoscere, possiede la tua pazienza, la tua falsa stanchezza.
L’ho capito da come ti rimbocchi le maniche per esplorare la realtà e non bagnarti alla sua luce. Da come spieghi la velocità che ci sorprende, immobili:
– Percorrere è tornare ogni volta innocenti. –

VI
– Incidi le tue iniziali sulla corteccia dell’acqua, il tempo esita a entrare nei nostri alfabeti. –

Lungo il fianco del torrente, come crepa sulla crosta del pane, insegna la sua meraviglia il sentiero tracciato dai morti.
La terra, calpestata una volta, ancora non ha smesso di germinare la loro processione. Tu li chiami per nome, goccia e seme, alluvione e farina, ti volti a cercare la mia perdizione.

VII
Come camminare attraverso l’immagine di un altro uomo e ritrovarsi nello stesso punto, con un corpo diverso, così è il nostro viaggio, la tua sotterranea direzione.
Mi mostri il cielo in una pozza grande come la mia orma, ti immergi nel suo abisso:
– Ci protegge, come grembo nell’uragano, la fatica di scavare. –

VIII
La città che aggiriamo, ripiegata nella crepa della pianura, è giardino roccioso, le sue dure radici spaccano il fragore di questo crepuscolo.
Trattengo la corsa che mi spinge un passo davanti a te e chiamo a me la pazienza, che mi veda nella sua bellezza.
– Fermati prima, – dici – prima che sia tutto condiviso, lascia da dipingere un’ombra. –

Silenziosi come affreschi aspettiamo, immobili, sotto la volta delle rondini, il coraggio di migrare.

IX
– Nulla va perduto, il più lontano possibile è già dentro di te. –

Raccogli fiori selvatici dalla sonnolenza di un prato, li stringi nel pugno per millenni, in attesa di una vita d’acqua, dell’inesausto che li schiuda.
Di colpo la luce migra in sangue, come se il nostro passo avesse fatto male alla terra.

X
Mi indichi un albero lontano. Liberato dai recinti del bosco da solo protegge la collina. I suoi invisibili frutti nutrono la piena del paesaggio, il suo corpo aspetta le nostre mani.
Mi indichi un albero segreto e raggiungerlo è una palude di suoni:
– Li senti? sono come radici i sentieri, il loro negare ti precede.

Ci attraversa la pioggia, come un respiro, senza curarci.

XI
Il freddo dell’alba ci scivola vicino come una serpe, odora di veleno e pioggia, di tutto ciò in cui dobbiamo tornare.
Sollevi il bavero della tua oscurità e mi fai un cenno con il capo:
– Scegli la direzione, quella che non sai interpretare, si va verso casa. –

La nebbia sui campi, paziente come una coperta, aspetta di essere sollevata da un mio desiderio.

XII
Ormai la sera si annida come un piccolo topo nelle fondamenta del giorno.
La meta si è fatta invisibile, un aquilone dietro le nuvole, e avverto lo stipite della nascita premere contro le scapole.
– Il viaggio riprende, concediti l’ignoranza.-
Me lo dici cedendomi alla soglia poi ti spolveri l’abito, ripieghi l’orizzonte in una scatola per scarpe, la stringi al petto, piano svapori:
– Non aspettarmi, forse farò così tardi che non sarò più io. –

da MOLTITUDINE

*
Quando il vento con la sua mano
sale lungo il fianco dell’estate
e denti di pioggia assaggiano
la consistenza del mondo, allora

ricordiamo l’attesa che ci ha generati
e qualunque cosa ci è così vicina
come una seconda pelle, da accarezzare,
da respirare senza farle male.

*
Stanno dentro di noi, come devono,
le cose, come serpi nell’erba alta,
senza la certezza di esistere.
Stanno dentro di noi, come sassi

nelle tasche prima di nuotare.
Si fanno dense le cose che scordiamo
nascoste da qualche parte a soffrire
a diventare nuove senza sapere perché.

*
E’ l’accettare questo continuo
vedere prima che la vita accada
prima che qualcuno bussi
e le cose si compiano definitivamente.

E’ questo tirare la fune del destino
sperando che il cielo ci segua
come un aquilone, è il non sapere
che ci salva, irrimediabilmente.

*
Versano per noi negli alveari della notte
la dolcezza del mattino le ronzanti
cose che ci vogliono lasciare,
le pietose forme che abbiamo amato.

Quando si alzano per fuggire lo fanno
per difenderci, per attraversarci
con un ago, un filo di luce, da parte
a parte, cucendoci alla memoria.

*
Quando urla il rimorso nei nostri petti
impaurite si nascondono le cose
negli angoli più bui per non sapere
come anziani durante un temporale.

Aspettano che nuvole sempre diverse,
nuvole di roccia infisse nella pianura
immobile dei nostri volti, si frantumino
nella sabbia inconcepibile del pianto.

*
Il fruscio come di carta sgualcita dove
la penombra ha deposto le sue foglie,
il rodere d’insetto del sole che fruga
senza sosta nel vegliare dei pomeriggi,

il rumore del mondo che si ritira come
risacca dopo la semina dei nostri destini;
queste le parole delle cose, il sillabare
perpetuo della loro scoperta invisibilità.

*
Questo rotolare senza ritorno
delle cose che non vogliamo vedere
questa loro insensata bellezza
che ci chiama, disperata, e il nulla,

il nulla della nostra indifferenza
il frangersi contro i nostri fianchi
di maree di suppliche, e l’isola,
la madre del silenzio, smarrita.

*
Ci accetta l’alba ancora una volta
slacciandosi la veste, mostrando
il seno coperto di brina, le braci
racchiuse nell’anima delle cose,

ci porge il brusio del risveglio
con la bellezza lacerata del sole.
Pare di essere lì, in ascolto,
di qualunque cosa ci voglia cercare.

Sillabario (inediti)

G
come giorno
Ancora il giorno con i suoi inganni
entra dai battenti accostati male
entra nelle stanze dove non saremo mai
fruga tra le macerie dei nostri panni
e un passo, impercettibilmente, sale.

L
come luce
Esiste una parola, una sola parola,
per indicare quasi il bene, qualcosa
di ancora acerbo, come il sole all’alba,
la luce che intinge il suo becco, sola,
nel ventre partoriente di una rosa.

O
come ora
E’ l’ora in cui nessuno ci chiama
quella ricevuta per caso in dono
l’ora in cui il vento percuote le ringhiere
e della gioia è così liscia la trama
che senti il bisogno di chiedere perdono.

P
come pioggia
La pioggia batte i suoi cucchiai
sul bordo smaltato del mattino
le foglie danzano sino allo stremo
del fango, tutto ciò che già sai
si fa mistero, ombra, cammino.

T
come tempo
Ci stringe tra le mani
come gomitolo di lana
questo non fare più in tempo
questa misura del domani
che faticando si dipana.