“QUIDDITÀ” DI ENRICO D’ANGELO

Enrico D’Angelo, Quiddità, Smerilliana

[1]. Un labirinto lungo: si apre per non essere più. Ci tocca, invisibile acqua di pozzo, rendendoci fragili e forti. È la fantasima estrema del tempo. La scrittura trasparente di un poeta ne racconta i gorghi fondi e silenziosi, ne ridisegna gli asimmetrici e purissimi confini. Una lingua che fa rilucere il profilo inattingibile del tempo, la poesia.

[2]. Anche la memoria (la sua lacuale profondità fuggente e ritornante) possiede una lingua magicamente trainante che potresti dire parallela alla poesia. Come quest’ultima, essa strappa, alle pareti del tempo, la momentanea sostanza dell’attenzione e della meraviglia, sé stessa sottraendo alle macerie di ciò che è stato per sempre (la memoria fotografa la morte, ne mima i passi prossimi venturi). La poesia è memoria che è scampata, per uno spazio breve, al limite infernale della morte, di ogni piccola morte quotidiana.

[3]. Ora osserviamo, attenti, i legami e la vicinanza del poetare e del ricordare: ascoltiamo la loro comune, tanto vicina, inquieta e numinosa energia. Vediamo l’affacciarsi turbato di ciò che a noi ritorna dai corridoi della mente (non risalibili nello spazio, ma solo immaginabili: eppure, senza tregua, dentro di noi presenti e vivi): osserverai che il poetare rafforza e ingrandisce, sotto una luce o ravvivata o trasformata, l’altezza oscura del nostro ricordare; e poi, di conseguenza, specchio acuto che ci guarda, la memoria riconduce a nuova e potenziata forma la poesia: ossia diventa, essa stessa, parola poetante, pensiero dell’essere (capace, quindi, di dire in assoluto ciò che l’essere è).

[4]. Nel pieno di un volo, alto e sottile, che eternamente si ripete (con la scura lucentezza di ciò che sempre torna e cambia nel nostro fondo rammemorare), la parola poetante di Enrico D’Angelo assicura una costante mobilità sensitiva; ma, di certo, mai s’addorme nella quiescenza o nella ostacolante durezza della fissità espressiva, il suo dire poetico, perché essa si spinge nella continua febbre di un movimento sì prezioso e quadrato, ma anche inimprigionabile e sovranamente disubbidiente. Di sicuro, è infallibile e tesa la sentinella della forma, l’ombra precisa del suo sguardo geometrico: ma pure sempre qualcosa, nell’ alta lingua di D’Angelo, si sottrae alla compiutezza della fine, si fa elusiva e si allontana come un monito segreto e mai del tutto decifrato o terminato.

[5]  «Ma forse è proprio nel mare aperto / ch’avviene quel dunque di sorpresa / se in tanta solitudine scoperta / all’ incontro si va privi di attesa».  Canto dell’abbandono e del ritorno alla bellezza di un sonno/approdo che dice, infine, quanto l’amore – estremo mare – sia prossimo al silenzio del buio (e quanto, poi, la morte sia contigua, vedi, al soffio di un suono perfettamente armonico ed eguale, già pronto a trasformarsi in eco ripetuta per meccanico stupore). Sia tranquillo, tuttavia, il lettore dei versi che abbiamo qui citato: non vogliamo ridurli alla parafrasi riassuntiva o all’ accomodamento di una chiosa semplificante: la parola della poesia non ha altro dio che la sua stessa natura e il suo proprio linguaggio. Vogliamo, invece, invitare a riflettere sulla purezza e sulla forza di questi endecasillabi misteriosi e chiari, lucidi e irresolubili. La metafora e la stessa identificazione del mare aperto che capovolge e muta la lunga sua profondità nelle sembianze di una sorpresa muta e senza sogno (priva, cioè, di una aspettazione risolutiva o salvatrice) mostra assai bene, con esemplare nitidezza, alcuni dei motivi e delle immagini riemergenti sopra i quali si fonda lo sguardo poetante di Enrico D’Angelo.

[6]. Evidenziamone certuni, adesso, legandoli e stringendoli in coppie speculari, in duplici essenze, in minotauri danzanti. Intanto, l’eros e l’ombra di un silenzio tutto ingombro di aspre e dolci tensioni; poi la luce vivacissima, carnale, vulcanica del corpo materno di una città; e l’appressarsi acuto, struggente della fine, subito e presto declinato (e stordito) nell’ oscuro e terso dileguarsi di un’ ebbra dimenticanza; la fluidità sottile e la forza di un occhio solido, veloce, chiaro, disincantato; la densa corporeità e l’alata apparizione delle intermittenze dell’inganno; la sommersione e l’intermissione dello stesso volere; la calma ariosa e la luce piena e forte della pena e della disperazione; l’accensione e il subitaneo lutto della divisione: «È un fuori dal silenzio che qui si paga / se il dire sciolto pare un frequentarci / col tono proprio dell’ amor che vaga. / La voce finirà per ammalarci».

[7]. C’è una stretta di misteriosa, tragica e dolce mestizia nell’assorta armonia di questi versi. Non ingannino le meditate pause, le discrete cadenze in minore, l’andamento cauto o soave o ricucente degli endecasillabi adesso riportati e così ben ponderati: giacché, in essi, l’eversione e lo squarcio dell’inquietudine subito s’affacciano e si mostrano, improvvisi e incombattibili…

[8]. Ecco, lettore (mon semblable, – mon frère!), che potrai ora indovinare un’altra misteriosa e fascinosa nota peculiare del discorso poetico di Enrico D’Angelo: il suo sfuggente tendere al crepuscolo, il suo amore per ciò che s’allontana e degrada, che sfuma e si disfà: sicché diresti che la meta segreta di questa poesia è, insomma, la sparente e lucentissima sostanza della stessa musica.

[9]. Musica, certo: non imbellettante, edonistica progressione di suoni (non, dunque, “musicalità”: ma senso vivo e vero della magia orfica, rinvigorante, della voce profonda dell’essere). È questo il suono dell’indicibile e dell’irripetibile; è questo il puro accadimento di qualcosa che non può più rinascere e nemmeno del tutto scomparire, ché «le fiamme e il fumo» di quell’ acuta irripetibile visione «non so, non sai, non sanno più ripartire» (e in questo sogno precipitante tutti diventano tutto, cioè nessuno: anche il soggetto dell’azione – o meglio, della non azione – che si moltiplica morendo e che smette di sapere, di volere, di andare…; il concetto, d’altronde, di dispersione e di frantumazione del proprio sguardo – e tutti i suoi naturali derivati; ossia: la potenza infrenabile della vanitas; l’ombra della fine in ogni istante, in ogni parola; l’occultamento illusivo di quello sgradevole segreto che noi chiamiamo, con una certa circospezione, morte –  è ben presente, d’altronde, nelle sensuose, calibratissime traduzioni poetiche del nostro, poste in appendice a questa raccolta).

[10]. È davvero un «mare senza anni» la poesia di Enrico D’ Angelo. E c’è in essa – lo sentirai – molta notte profonda (è in ispecie nel silenzio – nel suo tagliente impedimento – che si possono dire, e udire, parole necessarie). Ma parliamo, qui, di una notte che non è solo, semplicemente, epifania del buio: il suo respiro è atemporale e immobile, siccome la stessa lingua distante di questa poesia. Perché i modi, le movenze e i ritmi; e le non poche parole remote o infrequenti o preziose o nobilmente fuori dalla Storia del contemporaneo (le si ascolti, prima ancora di leggerle: «Or inquieto or calmante se n’avanza»…; «A cielo aperto, par tutto sì raro»…) ricordano la necessità di riaffidare alla lingua alta della poesia il privilegio e la responsabilità di una inospitale lontananza di tipo anche linguistico: deve essere scomodante, la poesia, e affatto avversaria di convenienze e di “facili” e immediate risposte…

[11]. «Gridano che la poesia debba esserci contemporanea, cioè adoperare il linguaggio e le idee e dipingere i costumi, e fors’anche gli accidenti de’ nostri tempi. Onde condannano l’uso delle antiche finzioni, opinioni, costumi, avvenimenti. Ma io dico che tutt’altro potrà esser contemporaneo a questo secolo fuorché la poesia. Come può il poeta adoperare il linguaggio e seguir le idee e mostrare i costumi d’una generazione d’uomini per cui la gloria è un fantasma, la libertà la patria l’amor patrio non esistono, l’amor vero è una fanciullaggine, e insomma le illusioni son tutte svanite, le passioni, non solo grandi e nobili e belle, ma tutte le passioni estinte? Come può, dico, ciò fare, ed esser poeta? Un poeta, una poesia, senza illusioni senza passioni, sono termini che reggano in logica? Un poeta in quanto poeta può egli essere egoista e metafisico? E il nostro secolo non è tale caratteristicamente? Come dunque può il poeta essere caratteristicamente contemporaneo in quanto poeta?» (Zibaldone, 12 Luglio 1823).

[12]. L’osservazione leopardiana rammenta e ci fa capire la ventura necessaria e inevitabile di ogni poeta: l’aristocratica scelta di essere intemporale, mercé la decisione di adottare una lingua flavente come l’oro e sempre divergente e contrapposta; la volontà di essere, dunque, altro e inattuale, dissimile e discosto. Chi leggerà con attenzione codesto florilegio di Enrico D’Angelo – voce poetica d’alta prosapia – comprenderà che cosa sia guardare il mondo poeticamente: e cioè tornare indietro e indietro, all’inizio del pensiero e della lingua, al di qua del loro primo passo; provare il gioco abissale di un costante e azzerante cominciamento che mostri un nuovo, inaugurale riavvolgimento all’essere primordiale della parola (Rilke: “Non vedete come tutto quanto accade […] è sempre un cominciamento?”). Qui, nello splendore di una lingua che precede ogni altra lingua, l’attesa si fa sguardo notturno, e l’ascolto si trasforma in un assorto biancore che promette di riunire, in un istante, lucidità e abbandono: come nel mezzo di un luogo inconosciuto mai, eppure sempre amato; sempre voluto e ricercato.

Mario Fresa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto