IL FUNAMBOLISMO ESPRESSIONISTICO DI RIPELLINO di Paolo Ruffilli

Ripellino Angelo Maria

La pratica di poesia per Angelo Maria Ripellino è cominciata relativamente tardi (“per anni e anni ho scritto e stracciato poesie”), considerandosi un traduttore prestato alla poesia, e si intreccia indissolubilmente alla sua attività di slavista (si dedicò a lungo alla lirica e al teatro russo, traducendo Pasternak, Chlebnikov, Holan e molti altri). Si era già fatto conoscere come autore di prose tra il romanzo e il saggio, con venature che si delineavano in una dimensione anche poetica. Rispetto all’esordio vero e proprio di Non un giorno ma adesso (1960), giocato ancora genericamente sul contrasto altalenante tra “la fragilità della vita intaccata dalla malattia e il potere salvifico della poesia capace di esorcizzare la morte”, a risultare decisiva è la successione fitta delle raccolte dopo i quarant’anni: La fortezza d’Alvernia (1967), Notizie dal diluvio (1969), Sinfonietta (1972), Lo splendido violino verde (1976) e Autunnale barocco (1977), dove si realizzano le caratteristiche fondamentali della sua poesia: “l’impasto verbale e la mescolanza di modi e gerghi, l’aggressività linguistica, il funambolismo espressionistico”. Sono i libri che in coerenza caratterizzano decisamente l’autore per il suo linguaggio barocco, attraversato da elementi surreali e onirici, pieno di invenzioni lessicali e retoriche, con neoformazioni e deformazioni di parole. I riferimenti culturali (la mitologia greco-romana, i miti dell’Europa slava) si mescolano con la realtà quotidiana creando un’atmosfera fiabesca che si esprime attraverso una sonorità da composizione musicale ricca di echi popolari (polke, mazurke…). A rappresentare la condizione umana intervengono nell’intreccio con la realtà il sogno e gli slanci visionari, in quella stratificazione linguistica che si diceva, un impasto complesso e a tratti esplosivo “per materializzare espressivamente le nostre esistenze di individui soggetti alla precarietà della vita, alla malattia (la «malsanìa»), sempre in bilico tra paura e speranza”, come ebbe a dichiarare. E la morte, nei suoi versi, incombe sempre minacciosa nel tentativo di esorcizzarne il pensiero attraverso l’esercizio stesso della poesia. A materializzarsi nei versi di Ripellino è sempre una dimensione metropolitana, una città sempre “misteriosa e contraddittoria” che è il campo e il segno del “luogo pieno di vita”, dove tutto ciò che conta accade, centro di scambi e di memorie, con l’intreccio che unisce inseparabilmente la partecipazione e la violenza, l’esaltazione e la decadenza, con il suo gioco di maschere e di travestimenti, di generosità e di egoismi e dove la morte lotta costantemente con la vitalità

Paolo Ruffilli

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