
Angelo Maria
RIPELLINO
Angelo Maria Ripellino è nato a Palermo nel 1923 ed è vissuto a Roma, dove è scomparso nel 1978. Slavista, traduttore e saggista (Praga magica, 1973), critico teatrale, si è dedicato relativamente tardi alla poesia. Ha pubblicato in vita sei le raccolte: Non un giorno ma adesso (1960), La fortezza d’Alvernia (1967), Notizie dal diluvio (1969), Sinfonietta (1972), Lo splendido violino verde (1976), Autunnale barocco (1977). L’intera sua opera in versi è stata riproposta da alcuni studiosi dopo la sua morte: Poesie 1952-1978 (a cura di Alessandro Fo, Antonio Pane, Claudio Vela, Einaudi, 1990), Poesie prime e ultime (a cura di Federico Lenzi e Antonio Pane, presentazione di Claudio Vela, introduzione di Alessandro Fo, Aragno, 2006), Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde (a cura di Alessandro Fo, Federico Lenzi, Antonio Pane, Claudio Vela, Einaudi, 2007).
https://it.wikipedia.org/wiki/Angelo_Maria_Ripellino
POESIE
da Notizie dal diluvio
*
Cresce dal bianco e nel bianco si scioglie,
così da non essere né da esser cresciuto,
eppure cresce e non potrà farsi nero,
né oggetto né limite, e non avrà mai volume.
Di bianco in bianco, appena percettibile
solo ad occhi invaghiti, filiera di luce,
che avvampa e si affioca in uno spazio infinito,
che sorge ed annega in un precipizio prospettico,
timidezza che nega persino i vezzeggiamenti,
che preferisce l’assenza alla cattura,
fuga in filigrana, galassia con frange di lacrime,
disperatissimo imbroglio: un amore che dura
ormai da vent’anni.
*
Qui dentro io sono il sovrano
e mi appartengono tutti i colori:
l’azzurro del cielo-gabbiano,
l’inchiostro del mare spurgato da un pòlipo,
e le gialle campànule di un cotone stampato,
e il rosso sudore dell’arida terra,
e l’àureo torrente delle foglie autunnali.
Tutto ciò mi fu dato e sottratto e ridato
nel mio zoppicante destino, nella mia eterna guerra
per sopravvivere, in questo trèmito di acetilene,
e per troppe volte gli ho detto addio,
ben sapendo che tutto sarebbe durato
anche senza di me, anche se mi appartiene,
anche se non è mio.
da Sinfonietta
*
Un giorno sarai abbandonato,
come un riccio sull’orlo di una strada campestre.
Andrai qualche volta in cucina,
a chieder molliche
alla loro arroganza, umiliato.
Sei zavorra, sei molesto,
con quelle spine spuntate inutili,
sei cosa da regalare alle ortiche,
da mettere in un vecchio cesto,
da coprire di sputi.
*
Questo oleandro già pronto a sfiorire mi svela
che il mondo si sbriciola a guardarlo troppo.
Meglio ignorare l’indifferente natura, la gelida,
che puntarvi addosso lo sguardo come il malocchio.
Ogni cosa è imbrattata di ciglia di estranei,
e le nostre pupille curiose ne affrettano
la muffa, lo sfarinìo di farfalla, il dissesto,
il mesto giallore da Presto Giovanni
insomma l’ingresso nel Buio Pesto.
Lo sguardo denuda lo sfarzo mendace del creato,
straccia gli involucri bagattellieri, e l’immagine
non resiste alla nostra inquisizione oculare,
ma il giuoco è reciproco, tu pure sei fragile
e polvere, se ti osserva un oleandro.
da Lo splendido violino verde
*
Guai a chi si costruisce il suo mondo da solo.
Devi associarti a una consorteria
di violinisti guerci, di furbi larifari,
di nani del Veronese, di aiuole militari,
di impiegati al catasto, di accòliti della Schickeria.
E ballare con loro il verde allegro dello sfacelo,
le gighe del marciume inorpellato,
inchinarti dinanzi ai feticci della camorra,
come Abramo dinanzi al volere del cielo.
Guai a chi sta sulla terra è sprovvisto di santi,
guai a chi resta solo come un re disperato
fra neri ceffi di lupi digrignanti.
*
Verdi trecce di capelli piovosi si spandono
Su questa lunga domenica vegetaliforme,
su questo celtico intreccio di rovesci e spruzzaglie.
Si rammarica il gatto Merlino, il batuffolo
impigliato in una camicia di latte e di nebbia.
Yellow sferruzza, assopita dal tedio insulare.
Sono strisciate di allume e metallo le strade corvine:
i solchi spinosi delle auto si allacciano
in molli entrelacs, in fasce ondeggianti.
Tutti gli amici riposano, stanchi, colmando
il mio universo di comici ronfi che spaurano
la gracile luce dei verdi capelli, la maliziosa
femmina pioggia, baldracca delle domeniche.
*
Si cruccia della solitudine e aspetta
sempre un cugino dal Paraguay,
un dottor Jazz con la sua Bugatti cachettica,
che non verrà mai.
Rifugge il viavai della folla, il demonio demaniale,
ma poi gli piace la melassa della massa,
tuffarsi nella sua lurida colla, nel suo carnevale.
I farisei lo innaffiano di chiacchiera,
ne ha uditi di bacalari.
Nel brago del vaniloquio si inzàcchera.
Che fiera di osei, che Canaria.
Clichés in crespo di China si inchinano e parlano
di pudicizia, di amore, di patria, di Onassis.
Eppure ho bisogno di Luoghi Comuni, di ciarla,
di musichette al glucosio, di gàrrule tortore
di calabroni saccenti, di contrabbassi,
di tutto il bailamme che tiene a bada la morte.
*
Resta con me, non andartene.
Già bolle il caffè turco della notte eresiarca,
come azzurre fiammelle di ponce sfavillano
le lampadine giranti del Luna Park.
Non affogare nel ròtor, nel grinzo
gorgo dei casamenti impazziti,
dove scurrili bellocce si impinzano
di fricandò e di soffritti.
A tante storie consunte si aggiunga anche questa, –
ma resta,
furbastra barbiera e giumenta:
imbrattami di noia, di falsa gioia,
di paroline spumose e posticce,
perché, come in tempi lontani, io mi senta
stupidamente felice.
