IL CANTABILE FRANTUMATO DI PAVESE

La produzione in versi di Cesare Pavese è contenuta in Lavorare stanca (1933), con una minima coda in Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (uscito postumo nel 1951) con le poesie dedicate a Constance Dowling. Nel valutare la sua esperienza di poeta già nel 1935, nel diario Lavorare stanca, Pavese considera esaurita la sua vena, decidendo di proseguire di lì in poi soprattutto come narratore, e richiama quel passaggio iniziale dei suoi primi anni che lo aveva visto dedicarsi ai versi lasciando cadere “sgualcendoli, i modi del racconto in prosa e del romanzo”. Ma proprio quei modi, sgualciti cioè ridotti in grinze e pieghe, avevano dato forma a una poesia dall’andamento narrativo, a veri e propri racconti in versi, nei quali avevano già spazio sia pure contratti i temi che avrebbero trovato sviluppo nelle storie brevi e lunghe in prosa. E, nell’andamento di cantabile resoconto frantumato delle sue poesie, ci sono tutti i motivi tipicamente pavesiani come la solitudine, il mito, il ritorno alle origini, il contrasto tra città e campagna, il conflitto tra esistenza individuale e storia, la responsabilità e il dolore, senza rinunciare affatto ai riferimenti religiosi, filosofici, etnologici e psicologici che caratterizzavano l’attività di inquieto intellettuale del traduttore e del critico. E in prima persona, nei tormentati testi di Lavorare stanca, Pavese testimonia l’impossibilità di stabilire legami autentici, non solo d’amore ma anche di amicizia e solidarietà, con le persone intorno a lui, favorendo quella tendenza alla fuga dalla città, simbolo di alienazione e oppressione, che poi racconterà diffusamente nei personaggi dei suoi romanzi. Ma, nello stesso tempo, appare attestarsi sempre più l’impossibilità di un ritorno al passato, alle mitiche sue Langhe, luogo della memoria e dell’innocenza perduta, nel fallimento dell’età adulta che vede spegnersi la fantasia “immensamente più povera della realtà” e di fronte alla scoperta che “solo ciò che è trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale”.

Paolo Ruffilli

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