LA POESIA DI GOFFREDO PARISE di Paolo Ruffilli

La disposizione naturale alla polemica passa attraverso quella visione secca delle cose della vita che caratterizza la narrativa di Goffredo Parise e in parte anche la sua poesia. Un modo di guardare alla realtà senza infingimenti e di parlarne, di scriverne, registrando il positivo e il negativo, la norma e l’assurdo, con la stessa pacatezza impietosa, senza dare tregua. Una disposizione d’indole che, con gli anni, si è fatta anche atteggiamento rigoroso, ma nel senso etico tutto particolare di un rovesciamento dell’opinione generale tragicamente falsa. Parise si è segnalato giovanissimo come scrittore, con le sue poesie e soprattutto con un libro in prosa di esordio, intriso di poesia, Il ragazzo morto e le comete, nel segno di una luminescenza insieme aurorale, adolescenziale, e mortuaria, che è rimasta un po’ la matrice del suo modo di narrare tra fiaba e realtà, in un racconto paradossalmente autobiografico e surreale. E, distaccandosi presto dal lirismo degli inizi e dando progressivamente più spazio a una vena moralistica sottile, settecentesca, ha messo in scena anche nei suoi versi la vita indipendentemente dai dati storici puntuali, in una specie di teatrino del mondo, di una società in margine o all’ombra degli eventi. Con esiti sempre bruschi, agri, risentiti e, proprio in questa cifra, straordinariamente incisivi. È la tempra illuministica che, unita a una curiosità e a una disponibilità senza remore, ha spinto Parise in giro per il mondo, in un’intensa attività di giornalista e inviato speciale. Con la pubblicazione di originalissimi reportage-racconti, nutriti alla sua maniera anche di poesia, dagli estremi confini del mondo, dalla Cina al Biafra, dal Vietnam al Giappone (parole suggestive ha saputo trovare per descrivere la “magia poetica” giapponese in L’eleganza è frigida). Agli inizi più propriamente lirici, tipici delle poesie nate prima e durante la composizione del Ragazzo morto e le comete, nella condizione incantata del suo giovanile periodo veneziano in una città che scatenava la sua “profonda emozione creativa” come ha sempre testimoniato, i versi successivi in linea con i romanzi trovano una scrittura via via più aspra, pungente, addirittura caustica e tagliente in testi spesso di attacco che non risparmiano persone e situazioni (Poesie, a cura di Silvio Perrella), a sviluppo da esperienze riconosciute per sé decisive come quelle di Montale e di Zanzotto.

Paolo Ruffilli

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