Una poesia come voce segreta che dalle cose rimbalza improvvisa verso la decifrazione possibile del mistero e come ansia dolorosa che punta zigzagante a doppiare la meta dell’incognita condizione umana: ecco ciò che caratterizza, in un crescendo di situazioni e di tensioni, le raccolte di Fernanda Romagnoli e in particolare il suo libro Il tredicesimo invitato. In una prospettiva metafisica che testimonia, insieme, del dramma e della speranza dell’uomo diviso tra un modo critico di interrogare la realtà e l’abbandono finale all’incomprensibile. La contiguità con il dolore e con la morte segna drammaticamente questa poesia, ma si dichiara, più che nel grido o nel soffocato commento dell’opposizione invasata, nell’inventario dilagante degli oggetti di una quotidianità stranita. Il ricorso, quasi realistico, all’elenco delle cose, nella sottolineatura involontaria dell’ex-sistere, del balzare fuori di ogni oggetto, suscita indirettamente il senso religioso di ansia, quasi nel contrappunto del vuoto che assedia le cose. Ed è questo contrasto tra pieno e vuoto a riproporre, con crescente intensità, un’opposizione tra immagine e oggetto che è, più propriamente formulata, un’inedita contrapposizione tra anima e corpo senza soluzione di continuità, senza speranza di conoscenza. Il fatto sorprendente, nella misuratissima scrittura della Romagnoli, è che il gioco delle immagini sa ricreare, nonostante tutto, l’insopprimibile speranza che serpeggia, sotto una pellicola appena lattiginosa, anche nella disperazione. Ed è l’effetto doppio che si produce in questa poesia. Quello sdoppiamento di cui parlava anche Vittorio Sereni nella quarta di copertina del Tredicesimo invitato, la duplicazione che stratifica questi versi e innesca incontrollabili reazioni a catena: un rimandare costantemente a qualcosa d’altro, oltre la scena, dietro e fuori, ai limiti estremi o sulla soglia immediata.

