BRUSKIN: LA POESIA DEI MONOCROMI di Paolo Ruffilli

Le quattro opere di Grisha Bruskin, organizzate come istallazione permanente a Casa dei Carraresi di Treviso (“In bilico”, “L’ora X”, “La vita è ovunque”, “L’universo sul tavolo”), sono chiaramente riconducibili a una loro interna coerenza dal tema, il Tempo, che nell’epoca contemporanea non è vissuto più come un flusso lineare orientato alla durata nello sviluppo, ma che nell’accelerazione progressiva del presente si realizza nella connessione costante e nella simultaneità che azzerano la continuità, scomponendola in istanti puntuali e slegati tra loro. Il lavoro dell’artista russo, sottraendo il Tempo al consumo compulsivo della contemporaneità, rispetto al presente che tende a divorare le altre dimensioni, si concentra sull’inevitabilità della “memoria”, nel senso della consapevolezza che addirittura l’attimo stesso nel suo accadere è già passato. E passato è dunque la nostra vita quotidiana, secondo dopo secondo, in un progressivo declino che ci tiene “in bilico” costante verso l’azzeramento di tutto sempre, nella negazione del concetto di persistenza, figuriamoci poi di quello di “eternità”. Non a caso le sculture di Bruskin, pur essendo fatte di metallo, con la loro bianca verniciatura alludono al gesso come materiale fragile e farinoso. Le figure più grandi, nella sezione “In bilico”, sono costruite sulla soglia della consunzione dei corpi, dello sbriciolamento, e da vivi e vegeti in meno che non si dica vanno scarnificandosi fino alla perdita dei pezzi e al crollo finale. E il Tempo, come nemico che ha sempre la sua “Ora X” di attacco distruttivo, si testimonia oltre che nelle persone anche in molte presenze animali simboliche: il topo, il pipistrello, il cane scheletrico, il rapace, e con valenze altrettanto metaforiche negli oggetti: la casa (spesso in fiamme), nella tenda (aperta a ogni intrusione), il pozzo di miniera (con tutti i suoi rilievi drammatici sottintesi). La parte più affascinante e coinvolgente dell’opera di Bruskin per la quantità di sorprese e di suggestioni che comporta è il lavoro sul sistema di potere sovietico. Il crollo dell’Unione Sovietica fu in gran parte inatteso nei suoi modi e nella rapidità dei suoi tempi, sebbene il sistema fosse da tempo afflitto da crisi strutturali. La dissoluzione della superpotenza e la fine di un impero durato oltre settant’anni colsero di sorpresa anche un artista come Bruskin, che lavorava da tempo come scultore alla realizzazione di un “lessico fondamentale” che raccogliesse le figure, gli emblemi principali della cultura ufficiale, nell’intento di disegnare un quadro dei miti attraverso i quali si esprimeva l’impero di cui lui stesso, nato a Mosca nel 1945, si era trovato a far parte. Ad influenzare Bruskin nella scelta della chiave formale del “lessico” come repertorio e classificazione, utilizzando cioè la possibile “struttura di un alfabeto”, è anche un’eredità della sua origine culturale ebraica, che già lo aveva spinto ad esplorare in passato la Kabbalah, la Torah e i testi sacri come alfabeti di segni e simboli universali ricomposti attraverso i misteriosi personaggi sugli arazzi del grande progetto Alefbet. Ancora prima del crollo sovietico Bruskin stava indagando su un mondo che era vivo, sia pure inevitabilmente già consegnato agli schematismi di maniera di una vera e propria “religione civile” che aveva sostituito la fede tradizionale con il dogma politico marxista-leninista, utilizzando la propaganda, le arti e la ritualità pubblica. Ed ecco che di colpo si ritrovava nelle mani quel mondo di colpo andato in pezzi e si trasformava così da mitografo della quotidianità dell’URSS in archeologo di reperti e di vestigia dell’ideologia crollata. L’impero sovietico era ormai ai suoi occhi un’Atlantide sommersa, come dirà lui stesso, una civiltà antica estinta, che lo spingeva a trattarne i simboli, i dogmi e gli eroi marxisti come reperti fossili o oggetti di scavo. Come artista, Bruskin si è sentito sempre di più spinto a catalogare l’umanità sovietica in sequenze di archetipi seriali, prototipi umani spettrali o monocromi. Fortemente evocative da questo punto di vista sono le sue statuette di porcellana della sezione “La vita è ovunque”: la passionaria con il modellino del mausoleo di Lenin, il membro del partito con il ritratto di Stalin, la giovane scolara con il gagliardetto, lo sportivo in tuta CCCP, l’addetto alle adunate con il suo megafono, il pilota d’aereo con una bomba tra le mani, un cosmonauta con l’emblema di stato, l’agente con il cane poliziotto, il giovane mozzo di marina, l’ufficiale dell’esercito in divisa. E, su questa strada, inevitabilmente e ironicamente Bruskin ha dovuto riconoscere di aver messo insieme una vera e propria “collezione archeologica”: nel caso particolare, le statuette in bronzo della sezione “L’universo sul tavolo”. Si è parlato a ragione di “estetica del reperto”, secondo la definizione riconosciuta calzante dallo stesso artista per il suo lavoro: “svuotati della loro originaria forza di propaganda, è vero che i simboli del potere diventano icone ambigue e malinconiche, sospese tra nostalgia, ironia e l’inquietudine di un passato che continua a riemergere dalle macerie del tempo”.

Paolo Ruffilli

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