L’ODISSEO DI DE BIASE

Come un novello Odisseo che solca le tracce della propria esistenza riemergendo a ogni piè sospinto con languidi e lancinanti ricordi, Ottaviano De Biase ci mostra in questa sua nuova opera d’ingegno e d’impegno, Odisseo-Il divino e il perduto (Delta 3 Edizioni), quanto sia necessaria, segnatamente al giorno d’oggi, l’empatia. Saper prendere le mosse, nel proprio peregrinare terreno, accostandosi alle persone, alle cose, ai luoghi con delicata arrendevolezza, con candore e rispetto. Nei versi dei capitoli, aperti ciascuno da alcuni passi di liriche classiche e contemporanee, tutto ciò è lampante, sia che si guardi ai drammi in corso nel mondo, a una morte che segna senza sosta popoli e stati, sia che la riemersione della memoria sia invece legata alla propria infanzia, all’età dell’innocenza. “Il divino e il perduto” recita il sottotitolo della raccolta: il primo è dispiegato in un’adesione alla verità, alla fratellanza con ogni essere umano riprendendo qua e là alcune delle icone spirituali (San Francesco in particolare) mentre il secondo viene rappresentato con il costante elegiaco ribollire, a tratti doloroso, di antichi, sereni giorni ormai lontani nel tempo, il tutto avviluppato in un’aura da sogno. “Finché c’è speranza / ognuno respira il suo destino”: dinnanzi alla deriva innescata dall’uomo, preda sempre più di interessi economici e di un egoismo spropositato e mastodontico, non resta che affidarsi all’ultima dea grazie alla quale anche la morte non ci fa più paura, ci dice De Biase, tutelando, custodendo e promuovendo quella stilla di gioia che alberga in fondo a ciascuno di noi, per quanto tutti si sia soggetti a mutamenti, giorno dopo giorno. “E allora capisci che quello è il momento buono / per ricamare nuove aurore, di fare cose / utili per il prossimo, che si possono ricordare”: la sapienza antica resta quella di fare il bene, di amare in maniera incondizionata, di provare sim-patia e com-passione verso l’altro (anche, se serve, con il proprio nemico), come a Itaca dove Penelope attende venti lunghi anni il ritorno dell’amato re greco. De Biase inscena un quasi poema del nostro tempo richiamandosi al libro dei libri trasposto in chiave intimistica e contemporanea. E in tutto questo un ruolo chiave lo riveste la Poesia, la Musa dell’autore, colei che come un daimon, attira a sé e rapisce la mente: a essa si chiede di continuare a decrittare la realtà, in questo “mondo carico di futuri variabili /dove al centro non c’è più l’uomo /col suo umano pensiero ma robotica”, schiavi come siamo di algoritmi e like e affamati di visibilità. Dunque come reagire? Forse ripartendo ancora una volta da Ulisse, dal suo coraggio, dalla sua indomita voglia di vivere e di superare le avversità e le fragilità, dal suo sogno (“l’io che guarda oltre il mare”). Senza dimenticare un’ode alla libertà, supremo bene, da conquistare ogni giorno perché “solo chi è libero trova la forza di cambiare”. Un testo notevole che meriterà sicuramente tante letture.

Federico Migliorati

Nota di Lettura

 

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