LA POESIA DI MARCO AMORE

Quando diciamo poesia, economia non è la prima parola che ci viene in mente. Non accostiamo i poeti al profitto, dichiarazione dei redditi, minibond, ISEE. Forse per un istinto naturale di protezione, li vogliamo tenere lontani dalla ‘scienza triste’, per non intristirli. Poi leggiamo questo libro di Marco Amore, L’ora del mondo (Samuele Editore), e ci accorgiamo che ci siamo sbagliati, che abbiamo fatto male a considerare la vita economica come aliena alla poesia. Abbiamo sbagliato perché non avevamo capito che l’economia non era altro che la vita, e quindi degna di poesia come lo è tutta la vita. L’economia si è allontanata dal territorio dell’umano buono. L’oikos per diventare nomos ha perso il kalos. Lo abbiamo perso anche perché i poeti non hanno visto l’economia, non ce l’hanno raccontata. L’hanno guardata come faccenda aliena alla poesia. E senza i poeti si è abbruttita, è entrata in zone per soli addetti ai lavori, è uscita dal campo visivo degli artisti e lì ha perso contatto con dimensioni fondamentali dell’esistenza. Perché finché un poeta vede, guarda, canta qualcosa – l’amore, il dolore, una figlia – la sta riscattando dal suo destino mortale. La eterizza con i suoi occhi maieutici, e dice a quel brano di realtà che guarda: ‘Lazzaro: vieni fuori’. Il primo nemico di tanatos è il logos, in particolare il logos poetico, che ha la capacità di risorgere la vita. Ecco perché il poeta è l’essere più vicino a Dio – perché crea, perché crea la realtà dicendola, perché risorge ed eternizza -, e quindi è il primo lottatore con Dio, perché ne è alleato e rivale. Ogni poesia è cooperazione e concorrenza con lo Spirito divino: nasce da una ispirazione di cui il poeta non è il padrone, ma vorrebbe esserlo, cerco di essere fino alla fine, fino all’ultimo verso che scriverà per l’angelo della morte. L’essenziale castità del poeta sta nella sua capacità di non appropriarsi della voce che lo ispira, di ospitarla senza farla diventare proprietà privata – e quando lo fa, scappa via, ma può tornare. Il triste giorno in cui i poeti hanno lasciato l’economia – quando è successo? nel primo giorno della rivoluzione industriale? o quando fu inventato primo edge fund? o, tanto tempo fa, quando un uomo fu venduto per un paio di sandali (Amos)? – l’economia si è progressivamente disumanizzata, è diventata sola techné. Giorno dopo giorno si è accontentata del know-how e ha perso il know-why, ha dimenticato lo ‘hau’ (spirito) che abita le cose e le protegge dalla nostra manipolazione totale, uno hau che solo i poeti, i soli veggenti sopravvissuti nel crepuscolo degli dèi, riescono ancora a scorgere o almeno ad udirne i gemiti. Ma se non ce lo dicono, lo spirito ci resta inaccessibile. Le poesie di Marco Amore sono anche un canto per quel brano di vita che si chiama economia. Ed è un canto d’amore (‘nomen omen’) anche quando ne denuncia la tristezza e la monotonia, perché l’amore del poeta sta nei suoi occhi: ama le persone e le cose nel guardarle, nel vederle: ‘e guardatolo, lo amò’. Manzoni non ama la monaca di Monza perché dona un lieto fine alla sua triste storia, la ama perché, semplicemente, la vede, così la risorge. Hugo non ama Fantine perché le crea una storia di redenzione: no, la ama perché la vede dentro la sua sventura senza redenzione – la sua redenzione è lo sguardo del poeta. Marco Amore ci dice che si possono redimere anche il consumismo – ‘basta così poco a estinguere l’euforia del consumismo, la forchetta posizionata dal lato sbagliato del piatto, l’atteggiamento brusco del personale di sala, servito insieme al dessert’ -, il mercato – ‘e a che serve pregare – tre puntini sospensivi in un mercato illiquido’ -, l’accumulo e il credito – ‘abbiamo massima libertà nell’accumulo, eppure scendiamo – insieme – verso la voragine che non fa credito a nessuno’ -, la mobilità sociale – ‘è difficile tracciare una linea di confine, siccome la vita non risponde a criteri di sequenzialità testuale non si suddivide in paragrafi, non si rassegna a una struttura narrativa. A un passo dalla sommità della piramide sociale ti costringe a fare un passo indietro andando più a fondo solo in quest’acqua torbida…’ -, il potere d’acquisto – ‘e giacché la società traduce Dio in termini di potere d’acquisto, le nostre certezze restano in balia dei capricci del caso  – testa o croce?’ -, il capitalismo sacro: “questo pullover misto lana che hai comprato, all’ultimo minuto, rimbalza di luogo in luogo, di mano in mano, partecipando alla perpetuazione del rito cosmico del capitalismo, senza rivelare praticamente niente, al di là della sua taglia: elle”. Non troveremo una nuova economia, una economia amica dei poveri e dei bambini, senza poeti che ricomincino a cantare l’economia, che decidano di guardarla con i loro occhi diversi di resurrezione, che scelgano di voler trovare la vita dentro ciò che sembra morto ma è vivo. Un poeta che poetizza su mercati e imprese vale più di cento PNRR, più di dieci leggi finanziarie, perché riscatta l’economia dal regno della quantità e lo introduce in quello (il solo umano) della qualità, dove il solo denaro di una vedova vale più di tutto il tesoro del tempio di Gerusalemme. Tra i molti versi belli e suggestivi di questo libro solo con uno non ho provato immediata empatia: “Il lavoro ha spento la mia scintilla”. L’Ora del mondo è la dimostrazione perfetta che il lavoro non ha spinto la scintilla di Marco, perché ogni pagina è scintillante di luce. Il poeta può scrivere che la scintilla si è spenta, ma mentre lo scrive ci sta dicendo che non è vero: quella scintilla sta brillando proprio mentre annuncia il suo spegnimento. Perché, in un gioco mirabile di reciprocità, il poeta con le sue parole risorge il mondo e noi lettori, ma, qualche volta, almeno una, siamo noi lettori che restituiamo un senso diverso al verso che il poeta non poteva dare, perché doveva aspettare la nostra reciprocità: “Esistono qualità o eccellenze che l’io non può attribuirsi da solo: la purezza, lo charme, la modestia, lo humour, tutte le perfezioni che scompaiono al solo sfiorarle, anche solo per un attimo, perché non possono esistere se non in quanto inconsapevoli di sé. In altri termini, non è mai lo stesso soggetto a esserlo e a dirlo.” (Vladimir Jankélévitch, Il puro e l’impuro).

Luigino Bruni

Prefazione

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