Per gente sola (Book Editore) di Fabio Dainotti è libro in cui dominano la rêverie e la solitudine, a metà strada, per dirla doppiamente in inglese, tra loneliness (nel senso di isolamento, cioè di un appartarsi solitario e fantasticante) e solitude; insomma, come esattamente l’intende uno straordinario narratore e poeta come Paul Auster nel suo libro The Invention of Solitude (che tanti anni fa cominciai a tradurre in italiano, salvo poi scoprire, arrivato a metà strada, che era stato appena pubblicato in traduzione italiana da Massimo Bocchiola). Solitudine qui da intendere anche come contrapposizione alla folla o magari alla follia, ad esempio quella estiva-vacanziera, con il parallelo svuotamento delle città metropolitane o quello, contiguo, di scuole, istituti scolastici e collegi, quando aule e lunghe camerate si svuotano e restano deserte – così come viene preliminarmente enunciato nei versi inziali di Dainotti – laddove solo i dispositivi e strumenti didattici e le nude pareti, conservano, un po’ dechirichiananente, qualche enigmatica traccia di chi dentro di esse si era aggirato in modo un po’ trasognato. Si respira in questi versi dainottiani, volutamente sfilacciati ed erratici, il vivere sospeso di gente presente e insieme assente; gente quasi fantasmatica che “intravive” dentro una propria dimensione semi-onirica. Credo che in quest’atmosfera tra l’esserci e il non esserci, ossia tra presenza e assenza, risieda il fascino particolare e umbratile della poesia del Nostro, all’interno di luoghi reali e al contempo mentali in cui il soggetto agente è ben attento ai minimalia che lo circondano ma, al contempo, anche come fosse spesso “distratto”, ossia solo convivendo in un Altrove in cui volentieri vorrebbe “rifugiarsi”, congedandosi dal mondo e anche da sé stesso. Emblema apicale e seducente è per esempio la figura del solitario guardiano del faro o il guardiano di capre che «vive solo / con le rondini in volo / sopra le nubi chiare». Una poesia, dunque, sospesa, questa di Dainotti, che definirei aleatoria, nell’àmbito della quale il poeta avverte il passaggio transitorio di cose e persone e, al contempo, anche il passaggio di sé stesso che, al pari dell’unidentified guest eliotiano, egli sente, di una tale dimensione autre fa parte pur essendone estraneo, o, come estraneo, ne fa comunque fatalmente parte. Il tutto, come scrutato da un binocolo rovesciato, o da una sorta di “spioncino” da cui egli va osservando il mondo che gli ruota attorno vedendo vivere gli altri. Viene in mente il solitario Wakefield, protagonista indimenticabile dell’omonimo, bellissimo racconto di Nathaniel Hawthorne: forse come lui il Nostro «nasconde dei segreti: / storie di donne, amori / finiti, soltanto sognati». L’unica differenza tra i due personaggi, solitari e silenti, è che in questi versi agrodolci di Fabio si respira un ben più godibile spessore autoironico. Si legga questa strofa esemplare, pregna di una vaga quanto disarmante tenerezza mista a saudade, che offre momenti nei quali traspare quasi l’aspirazione, da parte dell’autore, di una quiddità fantastica a cui rapportarsi o di qualcuno con cui interloquire e confidare i propri vagheggiamenti: «Questo è, disse il vecchio in carrozzella, volevo diventare un letterato / e scrivo a stento lettere, un tempo, adesso mail; / volevo diventare un lottatore, e sono debolissimo; / un investigatore, / e non riesco a trovare il calzino compagno, al mattino; / volevo sposare una donna procace, e son rimasto solo, alla fin fine.» Versi pregni di una delicatezza mista, come ho appena detto, a una sorta di appartata saudade; versi nei quali sembra trasparire, appunto, la volontà di inventarsi un interlocutore chimerico con cui conversare. Opportuna e pregnante, in tal senso, l’ultima sezione di questo florilegio volutamente spezzettato, in cui lo scrivente (monologante) accenna a quali remedia si potrebbe fare ricorso, inventandosi «qualcuno per parlare / la sera senza alzare / la voce, confidare / sogni, speranze vane». Tutto questo come dentro un teatrino illusorio nel quale il Nostro immagina fantasiose relazioni mentre va dispensando (f)utili consigli e proponimenti. Straordinario interprete dell’understatement, quanto di una cattivante obsolescenza di gozzaniana memoria, Dainotti oggi a me sembra uno dei più elusivi e significativi poeti della nostra contemporaneità.
Prefazione


Bravo 👏