Il ritorno di Linda Mavian dopo cinque anni, con questa nuova silloge, Alfabeti dimenticati (La Vita Felice), non genera interrogativi sul suo silenzio, dal momento che la cronologia della sua produzione si è articolata ritualmente a cadenza quinquennale. Tuttavia la circostanza merita una riflessione ulteriore, che oltrepassi il cerimoniale e il compito inaugurale e riassuntivo del prefatore. Facendo eccezione per le anticipazioni di Solo una volta Sempre, uscite nel 2020 sulla rivista “Zeta”, va notato che al 2014 risale in effetti il volume I rimanenti mari, edito da Campanotto, raccolta che si concludeva con un passaggio autunnale che si percepisce analogo nella presente pubblicazione. Possibili convergenze si riscontrano nel macrotesto dei due libri e, a ben vedere, dei precedenti, da Dattiloscritto d’acqua, 1994 ad Aliante del mattino, 2008, fino a Dove la città diviene cielo, 2011, attraverso la consacrazione indiscutibile rappresentata da Città leggera (1999), titolo che impose Linda Mavian all’attenzione della poesia italiana di fine secolo scorso. Tuttavia se è vero che Mavian intuisce e possiede fin dall’inizio la cifra propria, ovvero quella alla quale resterà fedele, un lavoro pregresso di selezione dei propri testi, da supporre particolarmente esigente, deve aver sovrinteso nella parentesi di relativo silenzio alla ricerca di una sempre più rigorosa e sostanziale unità da individuare: nell’equilibrio delle quattro sezioni del libro, del peso equivalente rispettivamente di 11, 10, 10, 11 testi; nella struttura reciprocamente omogenea dei singoli componimenti; nella consistenza di ciascuno di essi di non di più di 2 quartine e comunque di non oltre 10 versi. Questa base epigrammatica, consolidata dall’assenza di punteggiatura (ostinata e felicemente costante in tutta la produzione poetica di Mavian) o di altra segnaletica graficamente separativa, non prevede l’inserto di parallelismi che esulino da assonanze e semirime, oppure rime (mai cantabili) costruite con i suffissi nominali, così come avviene automaticamente in una conversazione o soliloquio nella lingua quotidiana: “un’assonanza mantiene / intatta la sua essenza / ne trovo senso e forma”. Parole dall’inconscio, indubbiamente, declinate espressamente in questa lucida attestazione di ars poetica nella loro consonanza. Escludendo o limitando l’azione, lo stile nominale sembra il dispositivo più idoneo al travaso dall’inconscio al verso: “è un last name azzurro che fa rima con la vita”. Nondimeno nella condizione di singolare prenatalità, che rivive la seconda nascita nei primi passi, impronte sulla sabbia, e nel simbolo della conchiglia: “imprinting della riva del mare”. Lo snodo dalla frammentazione alla narratività si prefigura nel fantasma irreversibile di un tu, di un doppio che fa da guida, interrompendo i sogni e i ricordi, stanando la poetessa dal bunker stesso della poesia. Lo spazio chiuso interagisce infatti con l’apertura improvvisa dell’azzurro: “una stanza di bianco e di niente / forse sufficiente / a togliere ogni peso dalle ali”. Uno sguardo comparativo verifica nei 42 testi della presente raccolta (contro i 38 di Dattiloscritto d’acqua e, a conferma di una trovata misura, i 40 di I rimanenti mari) il rilievo di una crescente essenzialità. La scrivania ricorrente al centro di una stanza o di un giardino è la metafora ossessiva di un presagio di intimità e ricerca della bellezza avvertito, compreso e accettato come destino. Il procedimento al quale sembra obbedire la redazione dei testi è la trascrizione, sia per esplicita ammissione paratestuale, sia per l’evidenza costituita dal tipo di registrazione della parola e copia del dettato mentale originale. Per cui è corretta la definizione di Trascrizioni conferita alla prima parte. La manifestazione dell’epigramma è invece lo stato finale del componimento, che ha implicato l’iscrizione, ovvero il passaggio materializzante nella scrittura. Si tratta tuttavia di un’irruzione violenta che sembra voler escludere la normatività di una traduzione dal pensiero alla parola, per riaffermare la condizione di anteriorità e di oscurità delle sorgenti alle quali il percorso a ritroso della poesia di Linda Mavian è giunto ad attingere i suoi lemmi: “era una punta di freccia di ossidiana / la prese per scrivere una lettera / con la pressione dei segni / senza inchiostro sul foglio bianco / del palinsesto del vento”. Raramente la regressione necessaria a voler dire, con la parola scritta, emozioni non surrogate dall’uso è stata espressa con eleganza tanto imperativa. L’autenticità è altresì l’antidoto all’evanescenza, fatalmente conseguente a una posizione tanto radicale. La palpabilità sfuggente del libro e della collezione di sabbia di Borges e di Calvino, finestre che si aprono e si chiudono come obbiettivi impossibili, è speculare alla ricerca all’infinito di un libro a partire dal ricordo della sua copertina. Chi scrive parla anche per esperienza personale. La sabbia contempera la natura solida e quella fluida; analogamente il latte, altro motivo ricorsivo in Mavian, unisce materia solida all’acqua. Occorre evidentemente tener aperto uno spiraglio di movimento, avere le ali ai piedi come Ermes, inventore della lira che Apollo donerà a Orfeo: mai fermarsi, ricominciare dal passo leggero di Ermes, dopo la risalita solitaria dagli Inferi alla Via Lattea. Il riferimento al mito di Orfeo è talora scoperto: “così a volte anch’io canto / qualcuno mi salutava / volgendo le spalle nella neve”. Qui si esplicita il dubbio costituito dall’esistenza degli altri, che non sono una pagina bianca da riscrivere, rappresentano la mancanza e divengono il nostro male passeggero, “un dolore che passerà”. Altrove: “assenza di onde le conchiglie della diga / il nostro latte cagliato di luna”. Latte simbolo lunare e nutrimento della “tigre assenza” secondo la lezione di Cristina Campo. Ma spontaneamente risuona qualcosa di Szymborska (Un appunto) o altro di Alda Merini; sebbene Mavian, lettrice oltremodo selettiva, non si sia affiliata mai ad alcuna scuola e, come si suole e sia consentito dire, “si sia fatta da sola”. Mavian non ha avuto maestre, pur essendo fin da subito alla loro altezza. Certamente il cosmopolitismo avvertibile nel plurilinguismo di alcuni suoi momenti e di aspetti della sua personalità, può ricordare Vittoria Aganoor Pompilj, alla quale la associa a distanza la comune origine armena. Su questo però il prefatore, congedandosi, non può aggiungere nulla di più.
Prefazione

