LA MAPPA DEL DOLORE DI ALESSIO VAILATI

LA MAPPA DEL DOLORE DI ALESSIO VAILATI

“Il secolo che viene può essere un’epoca di catastrofe definitiva. O può essere un’epoca in cui si stringerà e si darà vita a un nuovo patto tra intellettuali e popolo, inteso ormai come umanità. Speriamo di poter ancora scegliere tra questi due futuri.” (Zygmunt Bauman da Paura liquida)

La mappa del dolore (Il ramo e la foglia edizioni) Riflessioni in versi su 30 fotografie del Premio Pulitzer. Nel corso della propria esistenza accade a tutti gli artisti – e quindi anche a chi vorrebbe fare letteratura: poeti e scrittori –  di interrogarsi sul senso dell’Arte in generale e della propria opera in particolare. È una cosa inevitabile e necessaria, soprattutto nella società moderna in cui il ruolo dell’intellettuale, nell’ottica dominante della mera utilità economica o del profitto commerciale, è essenzialmente poco o per nulla considerato. Insomma, chi tenta di offrire contenuti non omologati e non omologabili, non altrimenti destinabili ad attività di lucro, in un mondo che vede invece l’individuo come un semplice consumatore, opera in un contesto quantomeno a lui per nulla congeniale, se non addirittura ostile. La questione è essenzialmente molto complessa: si tratta non solo di stabilire un criterio di utilità – in senso lato e nell’accezione più positiva – della creazione dell’ingegno o dell’opera d’arte (idea spesso legata all’altra di fruibilità) ma di arrivare a stabilire persino il senso del suo farsi e del suo esistere. La frase di Bauman, qui citata, bene si presta a suggerire una soluzione al dilemma. È di vitale importanza scardinare il sistema imposto e per farlo occorre una forza esterna, che colpisca e scuota le coscienze anestetizzate. L’Arte è senza dubbio – e lo è sempre stata -lo strumento capace di sfuggire a certi meccanismi, di offrire una visione alternativa, riportando l’individuo e il cittadino, isolato e inerme, alla propria umanità. Disinnescare il pericolo della catastrofe definitiva diventa, pertanto, un imperativo demandato all’intellettuale e all’artista, i due soggetti su cui cade la responsabilità di “fare” cultura. L’idea di scrivere La mappa del dolore nasce all’interno di una simile riflessione. Posso anzi dire con certezza che queste considerazioni costituiscono il motore e l’impulso principale della sua scrittura. La forma utilizzata è quella poetica, probabilmente la più marginale nel panorama letterario italiano: scelta che vuole tenacemente andare controcorrente e nello stesso tempo indicare che la Poesia può – e deve – svincolarsi dai consueti temi, appiattiti su una sorta di minimalismo spesso stucchevole, senza slanci e aperture di visione. Ho pensato a questo libro come a un tuffo vertiginoso nel nostro mondo: l’intreccio del Tempo con le vicende umane diviene tangibile e concreto nella Storia. Le fotografie ispirano le parole, le parole tessono pensieri. La poesia ricrea nessi e legami, getta ponti e crea percorsi dal particolare all’universale, restituisce la Storia al Tempo.  L’immagine di copertina coglie perfettamente il senso dell’intero libro: quello di accompagnare l’umanità nel suo viaggio, attraverso un ponte di cui non si vede l’inizio né la fine ma sovrastante un corso d’acqua, simbolo del continuo fluire dei secoli. Perché La mappa del dolore, ponendosi come riflessione in versi su trenta fotografie vincitrici del Premio Pulitzer dal 1944 fino all’età moderna (l’ultima immagine risale al 2017), vuole riportare l’attenzione su eventi che, pur non toccandoci direttamente, siano in ogni caso emblematici delle piaghe che da sempre colpiscono (e anche in futuro colpiranno) il destino dell’essere umano, individualmente e collettivamente. Le immagini fotografiche, non presenti all’interno del libro, sono riconoscibili attraverso precisi riferimenti e vengono raccontate all’interno di una ragnatela di testi rigidamente strutturata: per ogni fotografia un primo testo introduttivo, costituito da dodici endecasillabi in rima alternata, è seguito da ulteriori sei testi in versi liberi, spesso brevi, dal ritmo franto, per sottolineare la drammaticità del racconto. All’interno delle sue 136 pagine (per un totale di oltre 200 poesie) vengono affrontati temi come le guerre, la povertà, l’emarginazione, la discriminazione, le migrazioni e le tragedie collettive, testimoniando al contempo le varie forme con cui la resistenza umana riesce di volta in volta a fronteggiarle.  Lo sguardo sulle storie rievocate nei testi – a differenza di quello immortalato (e fissato per sempre nel tempo) dalle fotografie – è mobile e sfuggente, non concede punti di riferimento stabili o preordinati: in alcuni casi la testimonianza è esterna (quella dell’autore che osserva o anche quella del fotografo che vede e partecipa in qualche modo all’evento storico), in altri casi viene data voce agli stessi protagonisti, per una narrazione che pare moltiplicarsi e riflettersi continuamente, rimbalzando come attraverso specchi, da un occhio all’altro. La mappa del dolore, sfruttando lo strumento tradizionale dell’ekphrasis poetica (in qualche modo modernizzandola, con la sua applicazione alla fotografia) non si limita pertanto a descrivere o raccontare, ma vuole restituire alle immagini una nuova esistenza attraverso la parola affinché l’Arte si assuma la responsabilità di essere finalmente civile e di rappresentare una forma di testimonianza storica, senza cadere nella mera cronaca, ma elevandosi a meditazione universale. Soltanto così, abbattendo il limite delle coordinate spazio-temporali, il dolore altrui, particolare e individuale, può essere elevato al rango di coscienza collettiva.

Alessio Vailati

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