MATTEO BIANCHI: CHRISTOPHER di Giancarlo Pontiggia

 

Non so quanta importanza possa avere conoscere la vera identità di Christopher, protagonista dell’ultimo – sorprendente – libro di Matteo Bianchi (Interlinea). Forse conterà di più imbattersi nel suo nome in una preziosa plaquette di materia veneziana pubblicata dal giovanissimo Bianchi, per le edizioni L’Arca Felice, più di dieci anni fa. Vorrà dire che Christopher è una figura che abita da molti anni nel suo cuore. Più significativo sarà l’abbinamento tra le due sezioni di questo nuovo libro, apparentemente così distanti sia nella forma – in versi la prima, in prosa la seconda – sia nella natura dei protagonisti e nelle virtù che inevitabilmente finiscono per incarnare: la fragilità dell’artista contemporaneo (Christopher) e l’ambizione di un uomo in cui si congiungono i poli opposti della rivoluzione libertaria e del potere assoluto (Napoleone). Ma è proprio qui che il libro raggiunge la sua acme di verità, umana ed esistenziale: due uomini sopraffatti dalla realtà, forse dalla storia stessa, che si consegnano alle forze dell’oblio e della resa, vivendo fino in fondo la precarietà e la fragilità della propria condizione. E non importa che uno sia stato, per lunghi anni della sua vita, l’uomo del destino, temuto e amato. Nell’epilogo del poème en prose, in un rovesciamento delle prospettive e delle voci, chi guarda ha la sensazione di trovarsi di fronte a qualcuno che «crede di essere Napoleone». Nel gioco dei tempi e delle finzioni, entriamo in una visione del mondo in cui menzogna e verità si confondono, e l’uomo resta nudo dinanzi a se stesso, come chi abbia smarrito il senso della propria reale identità. E non sarà un caso se il termine «verità» entri in gioco all’inizio del primo testo come nel finale del secondo. La questione del vero si interseca con quello della percezione del reale, e dunque con le strategie narrative dell’autore, che fa uso di un’alternanza di prima e di terza persona con l’intento di amplificare la pluralità dei punti di vista. Christopher è un racconto in versi che rivela fin dalla struttura una volontà di costruzione che va ben oltre la logica del racconto stesso. Le quattro «soglie» indicano la volontà, da parte del narratore, di predisporre le schegge della narrazione secondo un ordine che non è cronologico, ma simbolico. «Del sé», «dell’amore», «dell’inappartenenza», «della memoria» sono tappe di un percorso esistenziale che si sviluppa secondo una raffinata tecnica di montaggio: eventi a volte minimi, osservazioni apparentemente casuali, scatti improvvisi della memoria, inserzioni di parlato che ci introducono a poco a poco nel mondo labirintico del protagonista, configurato non come un personaggio a tutto tondo, ma come una figura contraddittoria e paradossale, dominata dai «fantasmi» ossessivi della mente e da un’esigenza profonda di autenticità. L’immagine, nel quinto frammento della Prima soglia, delle bolle di sapone che «restavano per metà / attaccate al tavolo / in attesa di scoppiare, di sparire» svelano la fragilità del protagonista, naufrago dentro la materia del tempo e del suo eterno fluttuare. E l’autore si muove dentro questi blocchi esistenziali creando nessi e corrispondenze tra immagini e concetti, che si rafforzano nel crescendo narrativo: così il tema identitario è ripreso nel nono («Casa sua non aveva fondamenta») e nell’undicesimo frammento («Non c’era specchio in cui trovarsi») della prima «soglia», ma anche nell’immagine delle maschere che il protagonista assume di volta in volta nel corso delle sue performance artistiche: «Era un mestiere assoluto il suo, / una vocazione dimessa. / Se sceglieva una maschera / l’aveva già incubata: angelo e demonio, / felice e infelice allo stesso modo». Più delle vicende cui si allude di sbieco nel corso del racconto, conteranno allora i luoghi in cui il protagonista affonda come in una sorta di catabasi esistenziale: la Senna solcata dai cigni «che si accoppiano per la vita», la stazione «dal brulichio infernale», metropolitane, boulevard, l’atmosfera mistica e sospesa del Sacro Cuore, «le discese ingrate di Montmartre». Una Parigi allucinata ed estranea ai moti intimi del cuore, che fa pensare a certi scorci spettrali e disperati delle Promenades di Nerval. Giunti alla quarta «soglia», il narratore si fa a un tratto testimone dei fatti: siamo in un ospedale, e il tema del tempo, anzi «il dibattito / tra l’eterno e il contingente» annuncia quello della perdita della memoria, su cui il racconto va a chiudersi con l’immagine dell’acqua che «non cambia stato all’improvviso, / allo scoccare inerme del pendolo in corridoio, / ma si trasforma poco a poco in vapore / o solidifica incompresa nel congelatore». Ci aspetteremmo, a questo punto, un’intensificazione patetica del racconto, che viene invece tenuto a una controllata distanza. Il senso di resa del personaggio è risolto con dettagli minimi, nudi: «la sua spada Savoia appesa al termosifone, / il solito cimelio ingenuo». Il sentimento di pietas è come smorzato, per ragioni di pudore, ma anche per il mistero che circonda la vita di ogni uomo. E già qui cogliamo la novità di questo libro, che si allontana dai modelli lirici fin qui dominanti, per accedere a una forma di scrittura che già balenava, a ben vedere, in certi spunti delle opere precedenti. E penso a schegge come: «Il dramma era che andavo scoprendomi / scrivendo di tutt’altro, non di me stesso». Oppure: «Quando scrivi per gli altri / accetta di sacrificare / una parte di te». E stiamo estrapolando da un libro di una decina d’anni fa, intitolato La metà del letto. Il cambio di prospettive e di modelli espressivi non cancella, ma anzi rafforza quella spinta etica da cui nasce tutta la poesia di Bianchi. Nel poemetto conclusivo, de la Croix, che riprende in modo velato il presagio contenuto nel nome di Christopher, lo sguardo si concentra su una delle figure più controverse della storia moderna, quello che nell’antiprologo viene presentato, con un linguaggio volutamente enfatico, «il Prometeo della Rivoluzione, colui che aveva rubato il lume all’Ancien Régime per liberare i suoi fratelli». Ma il linguaggio tenue e prosastico dei capitoli successivi segnala il passaggio dall’epos celebrativo alla tonalità umile e meditativa: al centro di queste pagine, così sobrie e rarefatte, è un uomo ferito e angosciato, che sente all’improvviso tutto l’inconcluso del mondo, la forza dissipatrice del tempo, la vanità di ogni azione. E sono ancora immagini e luoghi a definire lo stato d’animo del protagonista: «Era come se il mare intuisse il tremito che agitava i granelli di fronte al vuoto. E li abbracciasse per riempirlo. Era come se lui fosse uno di quei granelli spaiati e lei la sua onda». Non so quanto abbia giocato, in questi capitoli, il ricordo della celebre ode manzoniana, dove la riflessione sulla storia e sui destini umani si faceva a poco a poco storia di un’anima. Qui Dio è assente, e forse anche per questo la discesa nei grovigli del cuore e del tempo sprofonda in un epilogo inatteso, in una sorta di naufragio della mente e della memoria stessa. E al nuovo testimone che compare in epilogo, in uno sconfinamento di luoghi e di tempi che fa parte delle strategie di spaesamento dell’intero libro, non resta che esprimere la paura per un uomo che non può più «cambiare rotta», prigioniero dei propri tormenti e della sensazione di aver mancato il senso del proprio vivere. Ma non è forse, questo, il grande tema della nostra modernità?

Giancarlo Pontiggia

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