L’INFANZIA STIPENDIATA DI SACHA PIERSANTI
«La poesia dà voce a chi la voce / nemmeno sa di averla». Già questo è un punto di partenza e un punto di arrivo per Sacha Piersanti, in L’infanzia stipendiata (Giulio Perrone Editore). Diventa così, questa raccolta esemplare, un atto di restituzione. Con un timbro civile però senza retorica, senza prosopopea: una civiltà che è chinarsi sulle storie altrui, su una genealogia che si compone di gesti minimi, spesso ruvidi, faticosi, di canzoni fischiettate «per nascondere il dolore», una vita che si fa adulta anzitempo (e vera: «dove nascondersi se sibila / la vita vera degli adulti?»). Non ci si nasconde. A viso aperto, a voce alta se serve. Una voce che si esprime, si incarna in un’altra madrelingua, l’autentica: «Li mortacci… – fa la madre, / si volta paga e se ne va». Piersanti sa che la memoria non si condivide, ma si reinventa e perciò si vive, si vive fino in fondo. Ciò richiede attenzione – uno spasmodico esercizio di attenzione, richiede ascolto, richiede confidenza con il mistero, richiede immaginazione. Richiede soprattutto tenerezza. O, diceva Fortini: la verità e la tenerezza, contrapposte e unite.
Commuove questo libro per come, delicatamente e tenacemente, offre la sua prova di artigianato («fare lo scrittore / è fare l’artigiano: / […] costruisco scale / a chiocciola nel tempo, / ponti in corda nella storia / e pioli più appuntiti / del legno a trapassare / il cuore alla memoria»), la sua prova – dicevo – di artigianato onesta. Onesta come la vorrebbe il vecchio Saba, in termini di trasparenza e concretezza, ma onesta perché leale, e sincera. Verso sé stessi, verso la storia che ci sta alle spalle, ci fa eredi e ci fa ombra, «il ritornello del popolo» che ci ritroviamo sulle labbra come una lingua sconosciuta o dimenticata, una lingua da riapprendere, da risapere, da difendere.
Come fa Sacha Piersanti, nella sua costellazione larga di scritture amate, dall’Apocalisse di Giovanni a Pascoli, a Busi, ma soprattutto nella sua lealtà rigorosa al tempo e alle storie di cui si sente figlio e custode.
Postfazione

