Sacha
PIERSANTI

Sacha Piersanti è nato nel 1993 a Roma. Tra le sue pubblicazioni, i libri di poesia Pagine in corpo (Empirìa 2015), L’uomo è verticale (Empirìa 2018) e L’infanzia stipendiata (Perrone 2025), il saggio Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale nell’arte di Renato Zero (Arcana 2019) e la traduzione di Nature in the City/La natura in città dell’artista di origini cherokee Jimmie Durham (Fondazione Benetton-Antiga 2023). Co-ideatore e interprete di spettacoli e performance di teatro-poesia (tra cui L’ora dell’Alt, basato sull’opera di Giorgio Caproni, e Fonti, opera ibrida tra live electronics e epica classica), dal 2017 è tra i curatori del progetto culturale “La Casa del Poeta” per la riqualificazione e conservazione della celebre ‘baracca’ del poeta Valentino Zeichen e dal 2021 co-dirige le iniziative letterarie del collettivo “Zeugma”, a Roma.

sachapiersanti@hotmail.it

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POESIE

 da PAGINE IN CORPO

Un elicottero
Non provo nessun’emozione col cielo,
nessuna lacrima sfreccia sul viso
se alla fine muore il buono.
Non conosco le stupide lingue
degl’alberi, né riesco a intonarmi
al solfeggio dell’acqua e la Terra
davvero mi sa di terra.
L’unico colpo
che mi scoppia il corpo dentro
è veder rombare
questa spirale divina,
la mia doppia elica
di ogni altro Mestesso.

Demoliscimi piano
Demoliscimi pano
senza ch’io me ne accorga
come a risparmiar sul grano
in giorni di scure vacche magre. Togli
piano granuli di materia grigia inerte
e lasciami lo spasmo del pensiero. Sfila
da sotto la coltre
di quest’Eros sillabato
l’in dal cesto o la elle
dalla palla –
restami, senso, spillato
dentr’ai nervi;
sii clemente o, meglio,
boia illuminato, e se
la lama fende l’aria,
il colpo del bastone sposti accenti:
che il còlto sia sapiente
e il pèsco stilli ami.
Mi basta che tornino i conti
all’umanità, ma sfibrami piano
come a rispettarti pezzo
mio di te.

da L’UOMO È VERTICALE

La fine del mondo
Lo dicevo, agli altri, che non è
la fine del mondo – agli altri
lo dicevo (agli altri) che il cielo
capovolto è come terra
e sulla terra (lo dicevo agli altri)
si cammina meglio.

E fu per questo (agli altri),
perché gli altri
non sapevano né sanno,
gli altri non sapranno
sopportare mai la fitta,
la fitta al collo che fu mia
quando a sguardo spalancato
contorcevo la mia testa
per scalare la bellezza
tua planata sopra i tacchi
e lì ieratica e di ghiaccio
ma unica vivente –
come quando il vento
è solo ed è superstite
a disastro completato.

Ma a che serve ormai la terra
che non si fa spaccare in due
che non genera più vita
né (peggio) morte nuova?
Che ci faccio con i passi
se tu amore, meta mia,
mia metà di me
(tutto quel che sono)
non sei più distante
ma del tutto inesistente?

Fossi lontana prenderei
la vita che mi resta
come un bastone da passeggio
e non smetterei di camminare
nemmeno dopo morto –
fossi morta, amore enorme,
avrei la speranza di scavare
buchi nel cemento
o crepacci di galassie
e con me vedresti
(tu che non vedresti)
il Tempo disperato
a prestarmi unghie.

Ma se per gli altri vivi
e esisti, sì, per gli altri
agli altri amica e amante
e inesisti solo a me
che solo non esisto
mi stringerò a me stesso
cercando di copiare
il calco del tuo abbraccio.

E no che non è la fine
del mondo quella fine
– la fine di un amore.

———Ma se il nostro muore
———non ci sarà più mondo
———che possa poi amare.

Lineare B
Non perdermi, rimani,
altro me che fra millenni
mi troverai informe
e forse poco attuale
ma sempre verticale

———ma in lineare B.

Non mi capirai
ma giuralo per me,
altro me che ci sarai,
giuralo che anch’io,
altro te che sarò stato,
son passato tra i rottami
del tuo mondo che il tuo mondo
avrà ricostruito.

Saremo faccia a faccia
in spigoli di specchi
saremo l’uno all’altro
dizionario e testo a fronte.

Quasi una dedica
(Padre, vorrei essere tuo padre
per non esserci per non
volerti come figlio – padre
vorrei essere mio figlio
per capire dove non sono figlio
per conoscerci figliopadre
in uno che sia armonia: nessuno.
Padre vorrei essere tuo padre
perché anche tu scoprissi
la potenza che mi hai dato
nel non essermi padre,
perché tu figlio mio non voluto
capissi quanto l’odio,
che adesso è puro suono,
mi fu padre e spinta al farmi
padre d’ogni umano.)

Anche le calamite dal frigo cadranno
Anche le calamite dal frigo cadranno
quando avaro di terra il magnete
si lascerà attraversare da dio.
È forza che aggrega parola
falce che asciuga, l’azione.
Accumuliamo
ricordi promesse
lettere inviti
piogge bicchieri
cinture e cincin

———intrappolati

in qualcosa che dovrà venire.

Ma non è adesso il domani di ieri?
Stiamo tutti sempre tutti
continuamente tutti e sempre
per morire, e io ti amo
mio limite santo
di cellule e cellulosa mio d’io,
che senza te davvero
non saprei come fare
a essere umano e d’amore.

L’origine
Quando accosto la mano all’idea
che mi sgomita embrione in un punto
tra il cervello e la lingua non so,
(la bracco e ci combatto
si di batte lei per giorni
poi s’arrende e si fa frase)
sento addosso il peso umano
di chi scrisse e s’insemprò.

———Ci vedo

in file sparse trascinati tutti
quanti da quel primo
innumerabile mistero,
cieco forse o forse schiavo
che disse Ira quasi arreso:
ma quando la paura
viene a farsi donna
mi ricordo di quell’Andra
da cui nacque’l mondo
e nascerai.

Interferenza
Piersanti sii più serio
che so che tu lo sai
che l’uomo nacque umano
scoprendo il fratricidio
sentendo dentro dio.
Fu sul filo della lama
che tracciò la propria linea,
scannò pure la terra
perché sgorgasse vita.
Dàtti pace, zitto, lascia
e guarda cosa sei:
un niente che ha nel nome
sangue: l’ascia che userai.

da L’INFANZIA STIPENDIATA

La promessa di divisa
I
“Poliziotto o finanziere
viggile der fòco o l’avvocato
anche se pure l’infermiere
è sempre mejo der malato.
Basta che prometti, nì,
de fatte un nòme da divisa,
che non te ritrovi mai
a fatte calpestà.
Adesso che ce penzo, nì,
fa’ la guardia forestale!”

IV
Ma è come il ragazzino
viziato che sgambetta
sotto il tavolo se tenti
di tirare su un castello
con le carte piacentine
la vita mai domata
che ci disobbedisce –
ho provato a rispettarla
la promessa di divisa,
ma mi colse e non potei
far altro che subirla
la marea della parola
che per quanto bassa
diluvia nella gola.

Era il borgo, Borgo Pio,
Era il borgo, Borgo Pio,
era il Borgo a esser devoto,
non lei che come Te
ebbe stalla e bue,
asino e calore,
non Tu che a differenza sua
avesti – Tu! – il terrore
di morire e decidesti
di avere un’altra vita
perdendole poi entrambe.

A lei e alle sue gambe
è bastata questa sola,
senza pianti e senza angosce –

———tocca a me, alla parola,
———dirle alzati, e rinasci.    

23 luglio 1934
I
Era il ’34, l’anno dopo
la presa di potere, presa in giro
di tutt’Europa e mezzo mondo.
Cristo a quell’età
era morto in croce
e adesso silenzioso,
appena appena percepito,
il Calvario si rifaceva il trucco.

Era luglio, il mese caldo
dei bagni in riva al mare, le maree
delle cicale su in campagna.
Il mese dell’égalité,
dei poveracci, il ribaltone
di tanti e tanti caldi prima
e adesso gaiamente
la Libertà si suicidava. 

Era il ventitré, la cifra
doppia della sorte, l’altra faccia
della sfiga e voce media.
Il giorno prima, stranamente,
calma piatta e gonfio il ventre,
il giorno dopo (scodellata
la bambina) già la madre
riprese a lavorare.

23 luglio 1934 –
“la calura del Leone”:
non uno sbarco, operazione,
ma data da studiare
se solo il sussidiario
tra le cose e qualche eroe
ricordasse le persone.

II
Ma la Storia seleziona
tra vinti e vincitori
e traccia righe e spine
tra gli uomini e gli umani.
Si muove dove brillano
gli stemmi e i blasoni,
ma di rivoluzioni
se ne son fatte dentro casa,
al centro anziani, alla bocciofila,
tra i banchi vecchi e le botteghe
dove si grida o si sussurra
(no che non si scrive,
ma si fa letteratura)
ché l’inferno è il quotidiano
che più brucia meno alluma,
più smorza meno scotta
quei corpi di carbone.

———E sappiamo il volto e il nome

 di chi il sasso avrà colpito
di chi il forcone avrà infilzato,
ma mai chi fu la mano –

———mai chi fu quel cuore
———dimenticato aperto
———sull’altare della Gloria.

Allora, cara Storia,

allora io voglio conoscere,
voglio guardare dritta in faccia
la vecchia che cantò
le ninne nanne a Cesare,
che regalò la sciarpa
al piccolo Nerone,
che fece pane e burro
a Stalin, a Mandela,
che raccolse su da terra,
che disinfettò i ginocchi
di Pericle o Karl Marx.

III
———Non serve a niente, ma se serve
———la poesia dà voce a chi la voce
———nemmeno sa di averla.

Cioccolato
È domenica di nuovo,
ma di nuovo c’è ogni cosa
che l’aria adesso odora
di un nuovo nero, un nero buono,
e di latte rimediato
senza tessera – di un suono
con la guerra ormai finita
che diverte: cioccolato.

Ma l’abitudine al dovere
le impedisce di godere
di quel bene senza avere
un che da ricambiare:

———perché “me l’hanno dato”
———diventi anche stavolta
———“me lo sono guadagnato”.

Eccola lì allora
che fa del suo petèl
strumento di lavoro,
con l’armonica del nonno
che l’accompagna e non traduce
la lingua barbara di dio:

———Why don’t ya sing a song?

E canta, ora, canta,
lei canta e poi di corsa
a casa, via, di corsa
a proteggere la paga
che col sole le si squaglia –

———insieme al cioccolato
———addenta e inghiotte via
———l’amaro del passato.

Sembra solo
In un attimo le dita
le mani i polsi e tutte e due
le braccia ferme perché sembra
sembra solo e non lo è
sembra sempre e non è mai
l’amore libertà.

“Il vento e le rose”

Non ha mai confuso
lucciole e lanterne
fischi e fiaschi

———(dio con le persone),

mai fatto confusione
tra la pioggia e la saliva
né (come canta la più prava
delle anime, la diva
con l’abisso nella voce)
il vento con le rose.

———A nì, ho pianto solo
———due volte in vita mia:
———quand’è morta lei
———e quando lui ha scoperto
———d’avecce un male lui –
———quand’è morto no,
———quella volta invece ho riso,
———perché er prete lo chiamava
———pe’ nome e io penzavo,
———anzi je l’ho detto:

———————“Guardi mica è sordo
———————è solo proprio morto!”

E chi piagne ar filme,
chi piagne all’ospedale
se nasce un ragazzino
o mòre er grandattore,
chi piagne ar matrimonio
se se sposa la bambina
(cià trent’anni, mica nove!),
chi piagne quando piove
o se ritorna er sole –
a nì, damme retta,
chi piagne troppo n’zente niente:

———————chi piagne sempre, facce caso,
———————cià sempre un fazzoletto
———————pe’ nasconde bene er naso.

E adesso che comincia a zoppicare
E adesso che comincia a zoppicare
l’orecchio destro che non sente
quando dico e dico e grido
m’accorgo che rottame
non è solo questo mondo
in cui sopravviviamo,
ma rottame sei anche tu
che adesso crolli ma in silenzio,
perché non si deve: non si può
concedere al lamento
né al dolore troppo spazio,
ché la vita è vita sempre
soprattutto se fa male:

———la vita è sempre vita
———soprattutto quando muore.

TRADUZIONI

Inglese
1
The End of the World
I used to say to others, that it isn’t
the end of the world — to others
I used to say (to others) the sky
overturned is like soil
and on soil (I used to say to others)
walking comes easier. 

And therefore (to others),
for others
didn’t know, don’t know
others will never know
how to stand the pangs
in my neck, these pangs I felt
when I, broad-eyed,
was writhing my head
to climb your beauty
glided over heels
and there, icy and solemn
but the only living one —
as when the wind
is lonely and has survived
in the aftermath of a storm.

But soil is useless
if it can’t be cracked
if it can’t give birth
nor (worse) grant you death.

My steps are in vain
if you, my love, my aim
my main half of me
(everything I am)
are no longer distant
but totally inexistent.
Were you away, I’d take
the rest of my life
as a cane and never stop
walking even after death —
were you dead, boundless love,
I could hope to dig
holes in the earth,
chasms in the cosmos,
and with me you’d see
(you who wouldn’t see)
Time desperately
lending me its nails.

But if for others you live
and exist, yes, for others
to others friend and lover
and you inexist only to me
who alone I don’t exist
I will hold myself so tight
as to try and mould
the shape of your embrace.

And no, it is not the end
of the world that end
— the end of love.

———But if ours falls
———there’ll be no world
———that could then love.

Mother-slave who ruminates despair
Mother-slave who ruminates despair
what were you thinking as a child
what do you say, at night, to the child
that you were surely when I was
project not intended, plan
unplanned: shadow
and feeble footprint in the guts?

Slave-mother who chews on misadventures
what were you thinking as a girl
what do you say to the girl
that you never were because woman
wanted upper hand
when the man had the arrogant
predictability of male
and you who drooped
on a sense of duty
– by nature your duty –
left to him, the illiterate
of respect, the privilege
of guiding every step
you took, you’ll take
you’d have taken and would take?

Servant-mother who cannot
articulate but laments
expert in the washing
of floors and dishes
why didn’t you accept
my guidance to wash
your conscience ungloved
at the end of the holy
marital murder?

———Killing the woman
———going by your name —
———it wasn’t less criminal.

Linear B
Don’t lose me, stay,
other me who’ll find me
in thousands of years
———shapeless
and perhaps untimely
but always vertical
but in linear B.
You won’t get me
but please, swear it
— other me who’ll be there —
swear that I did it
— other you who I’ll have been —
I walked past the wrecks
of your world that your world
will have rebuilt.
We’ll be face to face
as fragments of reflections
we’ll be to one another
dictionary, bilingual text.

In the highest degree of risk
In the highest degree of risk
we discover that trusting
has much greater weight
than all that mistrust.
I’ve seen women and men
strolling with a smile
past the beastly guys
armed with their guns
but totally unsuspected
of any flick of folly — 

———no one even has
———the most typical of doubts,
———that: what’s he gonna do?

Clearly, grey-green stains aren’t stains to be afraid of.
But then each time we cross
the street doesn’t it mean
gifting to a stranger
our living, our death scene?
(Trad. Augusto Cerruti)

Tedesco

Ein Helikopter
Ich fühle keine Aufregung wegen des Himmels
Keine Träne schießt übers Gesicht
Wenn schließlich das Gute stirbt.
Unbekannt sind mir die dummen Sprachen
Der Bäume, auch gelingt’s mir nicht, zu harmonieren
Mit dem Solfeggio des Wassers, und die Erde
Hat für mich tatsächlich den Geschmack von Erde.
Der einzige Knall,
Der losbricht im Innern meines Körpers,
Ist, sie brausen zu sehen,
Diese göttliche Spirale,
Meine Doppelhelix
Von jeglichem anderen Mirselbst.

Linearschrift B
Verlier mich nicht, bleib,
anderes ich, das du in Jahrtausenden
mich formlos finden wirst
und vielleicht wenig zeitgemäß
aber immer vertikal

———aber in Linearschrift B.

Du wirst mich nicht verstehen
aber schwör’s für mich,
anderes ich, das da sein wird,
schwör’s, dass auch ich,
anderes du, das ich gewesen sein werde,
vergangen bin in den Bruchstücken
Deiner Welt, die deine Welt
Wiederhergestellt haben wird.

Von Angesicht zu Angesicht werden wir sein
in Spiegelkanten
Werden einer dem anderen
gegenüberstehen, Wörterbuch und Text.

Fast eine Widmung
(Vater, ich würde gerne dein Vater sein
um nicht da zu sein, um dich nicht
als Sohn haben zu wollen – Vater
ich würde gerne mein Sohn sein
um zu verstehen, wo ich nicht Sohn bin
um uns als Vatersohn kennen zu lernen
in dem einen, der Einigkeit ist: niemandem.
Vater ich würde gerne dein Vater sein
damit auch du entdecken kannst
die Stärke, die du mir gegeben hast
durchs mir nicht Vater Sein,
damit du mein ungewollter Sohn
begreifen kannst, wie sehr der Hass,
der jetzt purer Klang ist,
mir Vater war und Antrieb, mich zum
Vater alles Menschlichen zu machen.)

Es ist zum Hochstand des Risikos
Es ist zum Hochstand des Risikos,
dass wir entdecken, dass Vertrauen
ein weitaus größeres
Gewicht hat als Misstrauen.

Ich habe Frauen und Männer lächelnd
vorbeigehen sehen
an den Berserkern
mit ihren Gewehren
ohne den geringsten Verdacht
eines Wahnsinns, der gerne Künstler wäre,
sogar ohne den entscheidenden Zweifel
des wer weiß, was der jetzt anstellt?

———Offensichtlich hat das Graugrün keine Flecken, die zu fürchten sind.

Aber heißt letztlich
die Straße zu überqueren nicht,
einen Unbekannten zu beschenken
mit unserem Leben, mit unserem Sterben?

Der Ursprung
Wann ich die Hand ausstrecke nach der Idee, die als Embryo
sich mit Ellbogen den Weg in mir bahnt an einer Stelle
zwischen dem Gehirn und der Sprache, das weiß ich nicht,
(ich spür sie auf und kämpf mit ihr
windet sich tagelang, die Idee
dann gibt sie auf und wird Satz)
ich fühle das Gewicht der Menschheit auf mir
Wovon jener schrieb und sich in Ewigkeit setzte

———Ich sehe uns

In verstreuten Reihen fortgeschleppt
allesamt, von jenem ersten
unzählbaren Geheimnis,
Blind vielleicht oder vielleicht Sklave,
der, als er Zorn sagte, beinah aufgegeben hatte: Aber
Wenn die Angst zur Herrin wird
Erinnere ich mich an jenes Andra
Aus dem die Welt entsprang
Und du entspringen wirst.
(trad. Daniel Jurjew)

Francese

Mère serve qui rumines le désespoir
Mère serve qui rumines le désespoir
que pensais-tu fillette
que dis-tu de nuit à la fillette
que tu fus certes quand je fus
projet non déclaré, plan
non planifié : ombre
et empreinte bâclée dans les viscères ? 

Serve mère qui mâches malchances
que pensais-tu jeune fille
que dis-tu à la jeune fille
que tu ne fus pas parce que femme
voulut le dessus
quand l’homme eut
l’arrogante prévisibilité
de mâle et toi vautrée
sur le sens du devoir
par nature ton devoir
tu lui laissas à lui, l’analphabète
du respect le privilège
de conduire chaque pas
que tu fis, que tu feras
que tu aurais fait et que tu ferais ? 

Mère esclave qui ne sais
articuler qu’un lamento
experte à laver
vaisselle et planchers
pourquoi n’as-tu pas adopté
la conduite que je t’ai indiquée
pour laver sans gants
la conscience après le saint
homicide conjugal ?
———Tuer la femme
———avec ton propre nom
———ne fut pas moins criminel.

Et nous le traverserons ensemble
Et nous le traverserons ensemble
un jour non marqué
sur le calendrier : le huitième
de la semaine, l’accès
qui maintenant nous fait peur,
nous passerons
entre les ailes de la foule
qui maintenant nous talonne
sans jamais nous atteindre.

Nous apprendrons à être nous deux,
à deux seulement sans
mon besoin de m’extirper
de toi qui apprendras,
à deux seulement sans
ton besoin de te chercher.

Nous nous retrouverons
à nous demander comment c’était
de compter le temps,
à nous hâter de calculer
le poids de l’âme et du corps,
nous en finirons
ce jour-là, le trente-deux
du treizième mois,
d’érafler les bords
autour de l’existence,
de sarcler le ciel
pour qu’il se fasse clair,
de tracer des lignes
d’humaine compréhension.

Ce sera la récurrence
d’aucune récurrence,
quand nous comprendrons
que nous inventons la mémoire

pour ne pas nous vouloir d’anomalies
intermittentes dans l’histoire.

Linéaire B
Ne me perds pas, reste,
autre moi qui dans des millénaires
me trouveras informe
et sans doute peu actuel
mais toujours vertical

———mais en linéaire B.

Tu ne me comprendras pas
mais jure-le pour moi,
autre moi qui seras là,
jure-le que moi aussi,
autre toi que j’aurai été,
je suis passé à travers les débris
de ton monde que ton monde
aura reconstruits.

Nous serons face à face
en angles de miroirs
nous serons l’un à l’autre
dictionnaire et texte bilingue.

Même les magnets du frigo tomberont
Même les magnets du frigo tomberont
quand avare de terre l’aimant
se laissera traverser par dieu.

C’est la force qui agrège le mot
la faux qui essuie, l’action.

Nous accumulons
souvenirs promesses
lettres invitations
pluies verres
toasts et ceintures

———pris au piège

dans quelque chose à venir.

Mais ce n’est pas maintenant le lendemain d’hier ?
Nous sommes tous toujours tous
continuellement tous et toujours
à mourir, et moi je t’aime
ma sainte limite
de cellules et cellulose mon moi à moi,
car sans toi vraiment
je ne saurais comment faire
pour être humain avec amour.

L’engin
“Commence par lui donner de la stabilité, une base
de jambes et pour éviter les accidents
deux bras qui rattrapent un faux pas.
Unis les bouts entre eux
avec du fil de nerf et des faisceaux
de muscles – en guise d’amorce
à la torsion (tu vois
comme quand tu dois démarrer
une voiture volée ?).
Mets-y à circuler dedans
un peu de sang et différents fluides
qui réagissent à l’étincelle
de la volonté (je te conseille
de la saboter, celle-là : tu vois
comme quand tu dois faire mourir
quelqu’un dans sa voiture ?).
Cache bien le tout avec la voix,
fais en sorte qu’il connaisse
les feintes du langage.
Il manque un dernier élément que moi seul je sais :
mais si je te le disais, alors toi aussi tu serais Dieu. “
(Trad. Benoît Gréan)

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