Lucrezia
LOMBARDO

Lucrezia Lombardo è nata nel 1987 ad Arezzo, dove vive. Collabora con varie riviste e blog letterari, dirige la collana di saggistica “Impronte” per l’editore Divergenze e la collana di poesia e narrativa “Ateneum” per Helicon edizioni, lavora inoltre come curatrice d’arte e come docente di Filosofia. Oltre che saggi e romanzi, l’autrice ha pubblicato le raccolte poetiche: La Visita (L’Erudita- Giulio Perrone, 2017), La Nevicata (Il Seme Bianco- Castelvecchi, 2017), Solitudine di esistenze (L’Erudita- Giulio Perrone, 2018), Paradosso della ricompensa (Eretica, 2018), Apologia della sorte (Transeuropa, 2019), In un metro quadro (Nulla Die, 2020, Premio della critica al Sandomenichino), Amor Mundi (Eretica, 2021, con prefazione di Mauro Macario), Cercando il mezzogiorno (Helicon, 2021, Premio Casentino), Lerrore della luce (Ensamble, 2022), Il gelsomino indiano (in lingua romena con testo italiano a fronte, Cosmopoli, Romania 2023), La venditrice di menta (Progetto Cultura, 2023), Lapprodo dei sogni (Controluna, 2023), Herbae surdae (Giuliano Ladolfi, 2025, a cura di Carlo Ragliani), Gli amici eletti (Capire editore, 2025, a cura di Davide Rondoni), Lodore delle sere (Cosmopoli-Eikon, Bucarest, 2025, edizione bilingue con traduzione di Eliza Macadan e a cura di Silvia Comoglio), Elegia Ambrosiana (Divergenze, 2021, in collaborazione con Raul Montanari), Il padre degli usignoli (Macabor editore, 2025, Premio Pistocchi), Il giardino di sabbia (Il Convivio editore 2025, Premio Carrera). Ha ricevuto importanti riconoscimenti letterari tra cui il Premio San Domenichino, il Premio Ossi di Seppia, il Premio Lunezia, il Premio Carver, il Premio Casentino, il Premio La Ginestra di Firenze; e ha partecipato a vari Festival letterari come Ariel Lerici Pea e Contro Vento-Festival dell’aria. Traduzioni di sue poesie sono state pubblicate in lingua romena (monografie e antologie), sulla rivista internazionale POEZIA (edita in Romania) e sulla rivista francese Poésie Première (n.93). Nel 2023 è stata infine dedicata alla sua opera una tesi di laurea magistrale per il Dipartimento di Filologia moderna dell’Università degli Studi di Firenze.

https://lucrezialombardo.com

lucrezialombardo1987@yahoo.com

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POESIE

Il nido dei gruccioni

Io sono appartenuta a questi luoghi
che poi ho abbandonato

Era
il candido manto delle nubi
sopra di te
e il maggio di voci
nel celeste darsi degli spazi aerei,
nei frammenti di cuore che avevi lasciato
sul portico dei glicini.

Luce di vero-
ti minaccia la semplicità del canto
nelle primavere di loro vite,
si dà nella distesa erbosa,
nella gioia del volo di uccelli migratori-
danzanti estati dei padri
e dei padri dei loro padri,
ma di lassù
incombe il noncolore
e cela i suoni di festa
come una madre gelosa
i figli.

Tu vaghi tra i ruderi
aprendo
vuote porte.

Un mondo fatto ancora di terra
Tardavo annusando la campagna.
Ancora pochi testimoni
di un mondo destinato a scomparire
e fatto di alti casolari
sperduti tra le nebbie e i frutteti e
i pini ricurvi.

Il torrente, come un adagio,
si accosta ai campi verdi
mentre il cielo si rincorre
terminando trafitto dai margini distanti
dei monti.

Restiamo vivi ancora in pochi
con occhi abbastanza aperti
da accorgerci del tramonto
dell’universo contadino intero
e delle sue leggi di religione e storie…

Un’anziana
con in testa un nero foulard
attraversa la strada
poi scompare dentro uno sterrato.

Siamo gli ultimi spettatori
di qualcosa che persino il tempo
scorderà.

Fanciullezza

T’abbuiano gli introvati luoghi:
come non li conoscevi
l’hai rinvenuti,
privi di voci, ricoperti di strade
dense d’erbe amare.
T’incammini tra i riarsi ciottoli bianchi
per la via sporgente
su cui s’invetta la scolorita pieve
che guarda con distacco
alla pochezza della terra
mentre grigia si rifionda negli usitati errori.

T’innalzi
tra i resti sentimentali e vivi
d’un passato che fece
di questi umili spazi di verde
domeniche d’incontri,
echi di scomposte risa,
corse irrefrenabili dei vent’anni
quand’è il futuro tutto in un’idea,
nelle promesse delle albe di campagna,
nei silenzi interminabili
dei diletti amici
che sostano sullo steccato
rivolti verso il sole che se ne va.
Io ero
tutt’assorta in te,
china ad osservare lo sguardo che rinviene
nei vuoti luoghi
tracce di preteriti amori,
gesti d’antiche usanze
deposte tra le colline che attendono
nude
sotto il balzo dell’incosciente vortice
di rondini rapite dall’arsura.

La tua storia
continuava a esistere nei nomi
di Ester e Alfiero,
in una casa dissestata a lato della chiesa,
tra le estive danze dei contadini,
nei passi d’un padre chino e
della donna che non s’arrendeva
al suo fianco,
negli occhi aguzzi d’un prete
che conversava in greco.

L’infanzia di chi appartiene
a ciò che non ha scelto,
l’autunno che risorge-
il mondo è chiamato a nuova vita
e a un tempo
che non conosce passato.

Diario
I bagliori spogli
le sere d’estate.
Cieli grigi d’odori misti a notte.

Le ultime corse dei ragazzini
per le strade.

Fremono i grilli tra luci accese
di cucine
e la certezza che non è il nulla
che tutto regge.

Un quartiere a sud
Nel cuore dei quartieri popolari
i panni stesi
sventolavano sulla strada.

I bambini avevano i calzoni
corti e le bretelle.
La partenza, la tristezza d’aver perduto il mare.
Era un addio.

Il giorno da allora durava di meno,
faceva buio presto
sul volto delle persone.

Soste
Sull’antica valle,
laddove bianco soleggia
l’altare di Venere
e chiari i ricordi, tra siepi e fili d’erba,
tra scalcinati muri e polvere
sugli occhi nostri accesi di futuro,
sedevano in cerchio i ragazzini,
mentre danzavano giovani
dalle larghe gonne.

Noi spiavamo i loro passi
con i dispetti tra i denti.
Era dorata persino la sera
che calava sulle cose
con un profumo antico e familiare
di gelsomino
e tutto si tingeva d’incanto:

i cuori acerbi e già colmi
dell’attaccamento all’irreale.

In quegli attimi
un mistico effluvio di viole
annuncia la stagione nuova
e c’apparivano gli eventi
tinti d’un calore
carico di conforto.
Guardavamo ai giorni con sorpresa,
affidandoci interamente
alla serenità che le vaste campagne
intarsiavano sui vigili occhi.

E correvamo per i campi sconfinati
scavalcando fossi,
rotolando come bacche
che si staccano dai rami
quando le travolge il tempo.
Noi altri bambini
dormivamo in due in un piccolo letto
e una sera brindammo col vino
rubato dalla cucina.

Era la vita, allora, di un’altra forza:
seguivamo i tragitti dettati dalle nubi,
quando ci ritrovammo cresciuti,
incapaci di riconoscere
quel legame istintivo
che c’univa al mondo.

Seguivamo i tragitti dettati dalle nubi
prima di svegliarci
e guardare dall’esterno
le cose che vanno.
A occhi spenti
ci saremmo avvicinati
all’originaria gioia
che nasceva per lo stupefacente
odore di lillà:

i suoi caldi giorni annunciavano
il trionfo della luce.

Porto
E lento s’affaccia all’orizzonte rotto
il porto di Livorno,
con le sue nuvole nostalgiche
sorrette dal braccio mancino dello scirocco.

S’affacciano,
come bambini sporchi alle finestre,
le vele galleggianti
e assisi su quelle bettole metalliche
i marinai salutano la terra ferma
gettandosi nell’incertezza.
A quell’ora, sul lungomare,
signore da salotto conversano ai tavolini
circondati da palme secche.
E intanto il vento sbatte
tra le pareti dei cantieri e le ville liberty
arse di salsedine.

Riempie d’un piacere mesto
il pomeriggio di fine estate
carico di non detti e dei singhiozzi d’addio
che la città pietrificata canta
sulla schiena del mare
indifferente e dorato.

Cantano i vicoli di Livorno
il loro addio al tempo del volo degli uccelli
quando ancora i confini erano da varcare
e ignoravamo che l’orizzonte crudo
avrebbe sorpassato le rive
dell’irrealtà perduta.

Memorie domenicali-
odore di pesce, l’ombra dei pini,
la lentezza dell’ozio,
i ciottoli scheggiati dalla burrasca,
la ragione che soccombeva all’istinto,
gli amori inebrianti, storditi dal colore accecante e
privi di senso del dovere.
Percorrere senza meta la durezza della natura e
il suo dispiegarsi illimitatamente,
né radura, né vetta.

Tra il dilagare del verde,
casupole, tracce d’uomini
e noi, amici di poche parole,
senza false speranze nel domani e con soltanto
la concretezza del presente
che ci pungolava il cuore col rosa brillante
dei ciclamini scomposti
ed erano pietre su cui inciampava lo sguardo.

Privi d’attese,
orfani di un tempo che non sentivamo nostro,
eravamo leggeri come certi insetti
che si fanno trasportare dall’aria;
eravamo ignoti agli occhi sanguinari della storia.
Curvo il nostro mondo,
come un cerchio in cui scompare la fine:
non volevamo raddrizzare la schiena,
seguivamo la luce
che vegliava sul fondo.

La sera di giugno
I bambini accolgono la sera
salutando il giorno con giochi all’aperto
tra grida e rincorse,
così il tempo di giugno si dispiega
immerso tra i gelsomini e la polvere
impregnata di fiori d’Acacia-

ridono senza freni,
tra gli sguardi di madri
che vegliano dai balconi.

Poi il rincasare, sul selciato le orme di passi minuti
e il cielo vago,
colorato della bianca pace d’estate.

Zelkova
O sabbia dei miei occhi,
che danzi dentro il fuoco spento dell’avvenire,
nell’estate affilata
come denti di latte e
immersa negli odori dei boschi!

La compattezza della terra esala
un respiro di commozione
e s’abbandona al nostro abbraccio
senza difese,
assetato di viole selvatiche e Zelkove
dal sangue caldo.

Non ho più trovato,
nel battello dei ricordi,
la piena di glicine che stravolgeva
lo sguardo e il corpo,
trasportandoli in un luogo
di bellezza incessante.

Poi, la fine trama della smagliata estate
s’è poggiata sugli occhi,
e tutt’intorno hanno suonato i cembali
dei gabbiani, strillavano i corvi in gruppo,
smaniava il pomeriggio,
e fuori
uno scarno sentire per le strade
che continuavano a tramontare
in un gioco senza regole,
mentre cercavamo d’aggrapparci
al tronco vago del passato:

piovono ruderi di tempo,
l’asfalto lucido di susine schiacciate
è la carneficina della primavera
e porta con sé la notte.

Intra te ipsum,
risuona la buia fuliggine del firmamento,
gli angeli indossano corone di ciliegio
che perdono petali  per le strettoie
degli errori,
come le spine della crocifissione,
e ancora
qualcuno ripete
che la felicità è sepolta e va scovata,
tirata fuori come un tubero,
ripulita come un cipolla,
ingoiata
come il dolore.

TRADUZIONI

Le chiffon des périphéries
L’abeille meurt dans le ventre
du fleur ouvert,
comme lorsqu’un amour se brise
et que ses éclats blessent les mains, envahissant l’air.
Le présent écrase,
et la vie traîne derrière elle
un chiffon sale
parmi la fumée de ceux qui cuisinent dans la rue –
ordures
qui étouffent les piss-en-lit jaunes
(fleurs des tresses d’enfance),
les nuits fument de soûleries et d’étreintes
à l’insu de ceux
qui dorment dans les maisons.
Images scellées aux douces fenêtres d’automne…
Et le cœur avance incertain,
égaré parmi les choses du monde,
comme une vieille femme qui se penche
pour fouiller les herbes au bord du trottoir.
Les portes des tavernes grandes ouvertes
et les jeunes inconscients, tournés vers l’extérieur,
vivants comme des papillons frénétiques,
uniquement dans leurs corps,
dans la blancheur marbrée déjà lasse
de leurs yeux brûlés au choc du réel.
Rêves crucifiés, tandis qu’errent la nuit
les vendeurs de roses au sourire naïf
de ceux qui sont perdus et du mal
ne connaissent que le récit.
Comme quand tout venait vers nous
et que les rues s’enfonçaient dans l’été interminable
de la liberté,
dans la passion qui se consume seule.
Nuit de la nuit,
tandis que la synagogue explose
dans la détonation du silence,
austère, entre ponts romains et boulevards fous d’autos :
ils dorment à trois sous le pont,
comme quand je les aurais tous aimés
en me dépouillant de tout geste,
de toute pensée…
Jeunes affamés de bonheur,
fleurs incertaines
qui s’épanouissent dans le vent
qui les giflera.
Affamés de tout,
dans la beauté.
(Traduction réalisée par Giuseppa Laccagni)

Insatiable
Ce n’est qu’ainsi que tu pouvais comprendre :
toi, escarpement de glycines,
inaccessible sommet de côtes animales,
comme un enfant plongé dans le jeu,
avec la démarche fière de celui qui croit
tenir le monde dans sa main
et que la volonté imprime
des formes à la matière,
comme celui qui marche encore droit
après les chutes,
dans les faubourgs où tu appris à te frayer un passage,
laissant derrière toi
ce midi éclatant,
image aveuglante d’une antiquité
si vaste, dans sa beauté disloquée,
qu’elle étourdit…
Et les nuits devinrent tes sœurs,
le lieu grossier des rencontres,
la cache effrénée d’un
sentir affligé de non-appartenance,
substance de couleur
qui te voile les yeux.
Le ciel seul te connaissait.
Le dos courbé, tu es rentré au grabat
d’une maison froide, incapable
d’accueillir l’instinct
d’une jeunesse qui ne plie pas,
d’un cœur anarchique, désappris des liens.
Dans la ville assoupie,
dans l’inertie des visages croisés le jour,
tu as bâti un théâtre d’amours,
brefs et funestes.
Dans les fermetures terreuses de l’ombre,
dans les interstices des sentiments,
parmi le bourdonnement des mouches et le hurlement des errants,
là-dessous, dans les caves pleines de restes romains,
où dormait l’histoire et chantait le corps,
tu as saisi d’un trait
la fleur de la vie,
ce goût que la langue ne t’avait pas permis
de savourer
dans le lait maternel.
Et noir devenait l’esprit,
comme les silhouettes ivres
revenant des tavernes,
dans le silence des nuits clandestines
où l’homme s’abaisse
et mime le pas du chien,
tandis qu’alentour
le parfum des tilleuls
emplit de douceur
jusqu’à la plus infime mensonge,
cet étrangeté d’être à soi
qui pousse dehors,
vers les lieux étrangers, où l’héritage est la norme et
où la chaleur du soleil s’évapore
dans la sueur de corps inconnus.
Là-bas, où les rôles s’abolissent,
où l’on apprend à ramper
par un désir incontenable,
où des fragments d’hommes
implorent une chance, dans l’enfer d’une soif inarrêtable,
la lumière d’une nouvelle tiédeur
s’approche :
la même dureté des cours de banlieue,
la violence des carrefours jonchés d’ordures,
la lutte insatiable de ceux qui frappent
et refusent pourtant d’être à terre.
(Traduction réalisée par Giuseppa Laccagni)

Oubliée
À proximité d’antiques églises de campagne,
où l’on joue encore un peu,
comme les soirs d’été qui traînent la chaleur sur les choses,
la vérité a éclaté,
et se fraie lentement un passage,
rongeant le cœur pour se livrer nue
en un instant.
Ainsi nous a consumés un vide, à la forme de clôtures de fer :
la culpabilité de l’âme
qui cherche en vain à se fondre
aux choses d’ici-bas,
sans y parvenir.
Parmi les ruines où nous nous retirions, dans les maisons usées
comme l’humanité l’est elle-même,
les fleurs étaient dans les pierres qui nous abritaient,
et le regard de la civilisation oubliait que nous existions.
Dans l’acropole sacrée,
Dieu avait choisi de nous rapprocher :
les orages qui fendent les pieds et les mêlent
aux feuilles maigres,
dans les lieux intérieurs,
vers un port de mer qui nous a unis,
secrètement, hors des lois du monde.
(Traduction réalisée par Giuseppa Laccagni)

Mirth
They were my joys
in a flowerpot
pierced by the sun,
in the marine silence of branches
unspoken
abandoned on the shore.

The Oblivion of the Word
They pierced the palms of my hands
with promises,
I was crucified
in knowledge,
an endless journey whose destination
is smallness:

to be worth no more than dust,
a trampled bone of History,
a harlot teacher of life,
hers is the stage
of violence.

And the related words,
which wove dreams and
conjugated,
creating unions of meanings,
new senses for those who crave purpose,
then pursued the path of the wind
that traces no trails,
rummaging through the dung of wisdom
and its precepts.

The man who lived in conformity
bent his knees
beneath the axe of Fate.

The scent of grass
Only white and the scent
of freshly cut grass.
Winter fades like a worn patch.
They run through long sunlit days
and, like wheat,
shed their dry husks- unaware.

The blackbird’s beak
is stronger
than this fleeting season:
the dawn of finding themselves tired yet new,
too young for life’s great steps.

We, too, longed
for the endless song of pinewoods
and the sweat of lazy days
rich with desire.

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