È davvero difficile trovare nel panorama poetico contemporaneo una voce così essenziale e così pura come quella che Silvia Venuti ha voluto incarnare fin dai suoi primi titoli. Proviamo ad elencarli per il lettore che ancora non li conoscesse, o ne conoscesse solo alcuni: Allieva della vita (1999), Le parole necessarie (2002), Nelle ragioni della vita (2005), Oltre il quotidiano (2009), La visione assorta (2012), Sulla soglia della trasparenza (2016), Contemplazioni (2020), In sospeso silenzio (2024), e ora queste Diafanie (Moretti&Vitali). Ai quali si dovranno aggiungere i titoli di due volumi antologici: I giardini dell’anima (2007) e La sacralità naturale (2008). Titoli parlanti, che già riassumono i temi fondativi della sua poesia: parola, natura, anima, vita, visione, contemplazione, silenzio, luce. Ma sarebbe un errore isolare questi temi, e non vederli nella trama unitaria che li accoglie, e dentro la quale si riflettono l’uno nell’altro, potenziandosi reciprocamente. Una trama che varrà anche per le singole raccolte, che si travasano circolarmente l’una nell’altra, dando vita come a una forma di spirale poetica: un pensiero poetante in costante crescita verso la misteriosa luce dell’essere. Il nuovo libro prende inizio da un’epigrafe del teologo Pierre Teilhard de Chardin: «Non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale. Siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana». E il ribaltamento della prospettiva è proprio ciò che anima questo libro, dove ogni aspetto della natura è guardato in trasparenza, come se emanasse una luce sovrannaturale. Ed ecco il senso del titolo: Diafanie indica infatti la qualità di un corpo diafano, cioè trasparente: qualità che permette il passaggio della luce, rendendo visibile tutto ciò che si muove intorno a quel corpo. E la luce è l’immagine che meglio rivela l’essenza del divino, meta ultima di ogni ricerca interiore. Una ricerca che si muove nella dimensione, umile e semplice, della nostra quotidianità. Ce lo dice l’autrice fin dalla poesia d’esordio, dove la parola prima – la parola da cui tutto ha inizio, quella che esprime il nostro sentire più profondo, fino a farsi lode e preghiera – è una parola «semplice e usurata». Eppure non c’è nessuna resa, qui, al minimalismo scettico di tante esperienze contemporanee: l’umiltà di cui parla Silvia, così vicina a quella del sentire francescano, si spalanca al prodigio della profezia e dell’infinità. E basterà leggere la terza poesia del libro, con quella similitudine iniziale che sembra zampillare come acqua di fonte: «Come scintilla granello d’oro / tra ciottoli comuni, / così nel quotidiano un segno / da vedere, da ascoltare / perché l’anima si arricchisca / di nuova profezia». Non è un caso che tutto questo componimento svolga una funzione metapoetica, svelando il senso ultimo del libro: «Si procede per sentieri / non tracciati solo a tratti illuminati / da spirituali intuizioni». Cos’è dunque parola? Nel candore di queste pagine – un candore che non sta all’inizio, ma alla fine di un percorso, come una conquista dello spirito, prima ancora che dello stile – «la parola è presenza spirituale», come si può leggere nella chiusa di Chiamo la bellezza per nome. Una parola, cioè, che si fa specchio, non solo tra io e mondo, ma tra io e oltre-mondo, «l’incommensurabile» che lo fascia e lo penetra, irradiandosi nell’opera nascosta delle cose. Ma anche una parola affondata nel silenzio del cuore (cfr. la poesia Si contano gli anni): e davvero non c’è antagonismo, nella poesia di Silvia, tra questi due termini, perché la parola, nata nel silenzio, al silenzio fa necessariamente ritorno, in un tragitto che incorpora circolarmente cuore e cosmo. A volte è l’autrice stessa a porre l’accento sui limiti delle parole, quando non liberano più l’anima, ma la appesantiscono: sono le parole che «divorano / chi le pronuncia o scrive» e conseguentemente anche «chi le ascolta o legge» (A volte le parole divorano). Sono le stesse parole che stringono «la vita in una morsa», quando «la visione si fa così piccola / da potersi riporre in un cassetto» (Vorrei meditare sul frammento). Nessuna concessione, in questa esperienza del poetico, a soluzioni estetizzanti: compito del poeta, come leggiamo in un’altra poesia (Sempre sulle punte), è quello di «superare, / nel suono puro, la forma / del concetto fuso col sentire». Qui i termini impiegati (suono, purezza, forma, concetto, sentire), tutti provenienti da una lunga storia di riflessioni teoriche sul senso e sulla funzione del poetico, sono volti a porre l’accento sull’idea – sostanzialmente mistica – di visione, quando il pensiero è assorbito nel sentire, e il concetto si scioglie nella purezza di una forma. In un’altra poesia l’autrice ricorre all’immagine delle campane che «suonano risuonano / come parole mai dette / trapassano il corpo / seguono i passi umani / oltre la soglia di un infinito accadere» (Le campane suonano risuonano). E qui sarà almeno da annotare come queste parole «mai dette» somiglino ancora una volta alle parole-silenzio cui si faceva accenno poc’anzi. Ma soprattutto come queste campane invertano la direzione delle cloches di una celebre poesia di Baudelaire (l’ultima degli Spleen), che «all’improvviso sbattono con furia / e lanciano verso il cielo un urlo orrendo, / simili a spiriti erranti e senza patria / che si mettono a gemere ostinatamente». Al contrario le campane di queste Diafanie, come parole segrete, muovono verso l’alto, tornano a ricongiungere il finito con l’infinito, ciò che è naturale con ciò che è divino. E il tema dell’elevazione, così presente in tutto il libro, è subito rappresentato nella poesia successiva, dove «Silenti alberi spogli / sembrano elevarsi ancora più alti. / Scheletri nudi in cerca di cielo / sanno della primavera a venire, / si fanno monito d’attesa e speranza». Come leggere questo libro così spoglio e severo? C’è una vena diaristica – scandita dai moti delle stagioni – che lo attraversa, a volte segnata dal dolore, dalla sofferenza e dalla malattia alle quali si allude, con molta sobrietà, in alcuni capitoli: un diario che porta però in sé una tensione verticale, l’aspirazione a ritrovare nei segni della semplice vita di ogni giorno la presenza di qualcosa di più grande. Ce lo dice la poesia conclusiva del libro, che ha il sapore umile di una conquista interiore: «Scopro nel fare quotidiano / una sacralità sconosciuta. / C’è rispetto per le cose intorno / in continua osmosi spirituale / con quanto accade. / E tutto per un disegno / che ci supera e a cui apparteniamo». Ritorniamo, con questi versi, al componimento con il quale il libro aveva inizio, ma spiritualmente arricchiti. Anche perché questa poesia, che cerca il dato sublime nell’estremo della semplicità e della misura, nella quotidianità circolare dei giorni, mira all’immediatezza espressiva e alla comunicazione diretta con il lettore. Esige anzi un lettore compartecipe, umile e appassionato, capace di credere nello slancio trascendente della parola: «Dimenticando il proprio io / si fa spazio allo Spirito / si comprende quanto non può l’intelletto / e l’incanto si fa sempre più intenso». E siamo alle soglie del canto mistico.
Postfazione

