NELL’INVERSO DELLA LUCE LA POESIA DI JACOBELLIS

Per ricordare Gianfranco Jacobellis appena scomparso all’età di novant’anni (1936-2026), riprendo in mano il suo ultimo libro L’inverso della luce (Raffaelli Editore), intensissimo punto di arrivo per situazioni e per linguaggio. Rispetto alle precedenti raccolte, l’ultima presentava pur nella continuità di fondo alcune caratteristiche nuove nel percorso di Jacobellis, e non soltanto per la commistione qui di versi e brevi prose poetiche legate al pensiero contemporaneo. Del resto ci si muoveva già come in passato nell’ambito di quell’avventura sperimentale che da sempre si realizza nella ricerca inesausta di Jacobellis. Il titolo, nel caso particolare, ci offre un’angolazione quasi einsteiniana in quella riflessione dell’autore che arriva in queste pagine a prospettare anche in via di teorica astrazione la velocità della luce come occasione e opportunità per fermare il tempo. La natura filosofica della poesia di Jacobellis si arricchiva qui di passaggi di natura propriamente speculativa: “La madre della luce va cercata: / con passione ed intensità pur sapendo / che non è un’entità né umana né / divina: è un’astrazione. / L’astrazione che è al centro di / ogni vita come un grande tronco / virtuale ed invisibile da cui / si dipartono rami che, al contrario, / rappresentano le diverse realtà del / mondo fisico.” Era insomma un discorso che si apriva ancora di più alla necessità dell’astrazione e alle sue inevitabili conseguenze, insieme lineari e contraddittorie, nella pronuncia della realtà della vita affidata anche e in particolare alle parole della poesia: “Riflessioni di un pensiero che, curvo / su se stesso, non sa se trasformarsi / nel fuoco distruttivo o in / creatore di bagliori.” C’è una parola fondante, che può essere letta anche come parola di seconda istanza o di rimando, in questo repertorio di versi e di temi, a specchio rispetto ai molti aspetti della realtà della vita: quella parola che crea appunto il proprio mondo pur recuperandolo e ricreandolo nel rispecchiamento di un fatto di cronaca, di una vicenda, di un’altra forma creativa come la scienza, oltre che del riscontro autobiografico, ricordo, sentimento o riflessione. Una parola comunque in autonomia, con i suoi mezzi autosufficienti, con un flusso di racconto originale e proprie intermittenti illuminazioni liriche. Si possono continuare a leggere i testi raccolti in L’inverso della luce confrontandoli, oppure no, con quelli dei precedenti libri dell’autore ma li si troverà, in ogni caso, coerenti e contigui rispetto ai canoni dello scrivere in versi dell’autore. Perché la sua poesia, conoscendo il muro invalicabile tra verità e vita ed essendo fatta di “immagini”, si volge a costruire le sue soluzioni reinventandole in un territorio di interferenze e di mescolanza, di scambio sotterraneo attraverso minimi ma fondamentali vasi comunicanti. È una poesia in cui le figure, le cose, le situazioni, i paesaggi, tutto insomma batte secondo l’intimo pulsare biologico di una materia che è anche psiche, riscatto, sublimazione, amore. Secondo gli accenti netti e cristallini di una scansione misurata, nella forma, ma aperta all’apporto di elementi vari che si intrecciano in un tessuto stratificato sul quale restano stampigliati a fuoco i contorni, quasi mitofotografie di persone, di oggetti, di luoghi, tra la deiezione del tempo e l’istintivo recupero di sé e degli altri, sotto l’evidenza luminosa della lente d’ingrandimento della luce. Continuiamo a cogliere il miracolo di una coniugazione tra parti apparentemente inconciliabili, anche se di aree comunque confinanti e tuttavia non proprio affini, ciascuna con le proprie peculiarità inderogabili. E la cosa avviene, per così dire, dentro il macinino della mente insaziabile e attraverso graduali e successive sterzate dell’intelligenza dell’autore. E con il dono al lettore di un sorprendente e felice Elogio dell’intermezzo: “la pausa / di silenzio tra i tempi di una / sinfonia. Nella vita è il luogo / virtuale (il monologo) di sintesi / riflessione e preludi. / La calura del vento non è mai / attendibile, è solo l’intermezzo / tra una tempesta e l’altra. / La solitudine del dolore è il / tempo che intercorre tra due / origini.”
Paolo Ruffilli

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