IL NUOVO LIBRO DI LILLO GULLO

C’è un modo di fare poesia che non ha bisogno di mettersi in posa, di allargare il respiro per sembrare importante, di ingombrare la pagina per lasciare il segno. Il tamburo delle vanvere di Lillo Gullo appartiene a questa famiglia rara: quella dei libri che scelgono la misura breve non per sottrazione difensiva, ma per fiducia nella precisione. Già il titolo è un piccolo manifesto. Le “vanvere” sono il rumore del troppo dire, della chiacchiera che copre il mondo, del brusio inconcludente che oggi sembra avvolgere tutto. E contro quel tamburo incessante Gullo oppone versi rapidi, aforistici, taglienti, spesso fulminei. Non per chiudersi nell’arguzia, ma per tentare un gesto più difficile: salvare il pensiero dalla prolissità. Paolo Ruffilli, nella prefazione, coglie bene questo tratto quando insiste sul talento aforistico dell’autore, sulla sua capacità di concentrazione e di icasticità. È una chiave giusta: Gullo sa che tra poche parole è difficile nascondersi, e proprio per questo sceglie di esporsi lì, dove la poesia non può barare. Il libro è costruito in tre sezioni, e questa architettura gli dà un ritmo interno molto chiaro. Nella prima parte, che dà il titolo alla raccolta, prevale una vena epigrammatica, insieme ironica e metafisica: Gullo osserva il mondo, ne registra storture, paradossi, crudeltà, e le restituisce con una leggerezza solo apparente. Dietro molti testi c’è un fondo amaro, ma mai compiaciuto. Dietro altri c’è una grazia pensosa, come se il poeta riuscisse a cogliere il comico e il tragico nello stesso istante. Nella seconda sezione, Parole sotto sale, la voce si allarga un poco, pur restando fedele alla brevità. C’è più sapore autobiografico, più quotidiano, più materia vissuta: il taccuino, il vino, il mare, il cielo, gli oggetti, i piccoli inciampi del pensiero e del corpo. La terza sezione, Quadrelle siciliane, è forse la più affascinante. Il dialetto non è qui un vezzo identitario né una cartolina regionale: è una lingua di verità, di tatto, di musica Accanto al testo siciliano compare la versione italiana, ma ciò che conta è il doppio movimento che ne nasce: da una parte l’intimità del radicamento, dall’altra l’universalità di temi che riguardano tutti – il tempo, la morte, il desiderio, la natura, la solitudine, l’amore. Il merito maggiore del libro, alla fine, è questo: Gullo riesce a essere insieme lieve e serio. Ha ironia, ma non superficialità; ha nitore, ma non freddezza; ha sapienza formale, ma senza esibizionismo. In un tempo di poesia spesso o troppo oscura o troppo spiegata, Il tamburo delle vanvere sceglie una terza via: quella della chiarezza intensa. E mostra che anche un testo di poche righe può contenere un piccolo mondo, purché abbia ritmo, sguardo e necessità. E un libro sobrio, intelligente, spesso felicemente pungente. E soprattutto è un libro che sa una cosa essenziale: il contrario del rumore non è il silenzio, ma la parola giusta.

Il Foglio, 31 marzo 2026 (con AI)

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