Si intitola Epiloghi (Internopoesia) l’ultimo libro di poesie di Evaristo Seghetta Andreoli e del campo semantico di questo titolo è pervasa tutta la raccolta. “Epilogo”: termine derivante dal greco – lingua molto amata dall’autore – ed indicante la parte finale di un racconto, di un viaggio, in questo caso il percorso di scrittura e di vita di Evaristo Seghetta, poeta umbro, già autore di varie sillogi poetiche di valore. Affiora in ogni testo di Epiloghi la visione quasi a posteriori del proprio vissuto, contrapposta e inquadrata nel presente, nell’età ormai matura, in cui riaffiorano davanti agli “occhi vecchi e stanchi ma ancora da bambino” (Occhi, p. 32) i ricordi di un passato non pienamente vissuto, le “perle di una felicità perduta” (Locande, p. 24) e di un amore che ora è “una fenditura / lo squarcio affondato nella maglietta / lì al centro del petto, quel lacerto / a forma di cuore” (Percorsi, p. 29). E basta anche una “dedica ribelle” ritrovata per caso su un trattato di Spinoza per far esplodere la malinconia, per “scuotere questo cuore” (Dediche, p. 22), anche in una domenica ottobrina qualunque. Ricorrono più volte, specie nella Prima sezione Al riparo del vento maestrale, le parole “amore” e cuore” (pp. 22, 23, 29, 31, 32,35), a cui fanno da amaro contraltare le parole “assenza” e “vuoto” (pp. 30, 32, 34, 37), senza che il contesto legato a questi termini si vesta di scontato romanticismo, anzi il pathos è trattenuto grazie ad uno stile discorsivo, colloquiale ed a continui riferimenti al reale, come quando, di fronte ad una lontana foto sullo scaffale, “dove si ferma la polvere e il tempo” emerge comunque “la voragine dei rimpianti” (p. 32). Il poeta ripensa alla vita come “una storia infinita di errori” (Resoconti, p. 33) e, per il “guizzo mancato” davanti ad una scelta, lo pervade il senso di “colpevolezza” e “sconfitta” per il “sogno infranto”. Nel sommesso colloquio con se stesso le lacrime sono “pesanti come cemento” (p. 27) e ciò che resta è “solo vuoto/ solo assenza…solo piccole ali volate via” (Interruzioni, p. 30). Un’altra parola domina e apre la prima sezione, l’amata parola “poesia”: evento imprevedibile, risorsa, messaggio in bottiglia per lettori immaginari e purtroppo spesso distratti, disattenti, indifferenti di fronte alla profondità e bellezza che possono offrire i versi, “la scarna povertà delle parole” (Vanitas vanitatum, p. 12), nutrite però dei classici, di storia, di vita vera e non salottiera. Esemplari in questa ottica sia la poesia Vanitas vanitatum che quella Toponomastica, ambientata in una Roma affollata e immemore del suo glorioso passato, ignara che proprio tra quelle vie intitolate a nomi antichi “oggi / nei pressi di Via Furio Camillo / si leggerà poesia, non molto lontano/ dal ponte di Orazio Coclite” (p.16). Poesia: versi che nascono, scrive Evaristo in Pozzanghere (p. 20), dall’”incanto del momento ormai raro”, come un dono inaspettato, fili d’erba tra le pozzanghere decembrine e che forse a primavera torneranno a fiorire. Ma la forza e il valore delle poesie, il loro offrire un “guado” tra i sassi della vita, il loro riuscire a scorgere, oltre le nuvole, il sole” (Premio di poesia, p.19), sono purtroppo incompresi e ai poeti rimane solo l’illusione di essere riconosciuti, incoronati da un alloro virtuale, “poeti regnanti, inevitabilmente perdenti” (Guado, p. 21). In questi versi si riversa tutta la giusta amarezza per il ruolo ancillare a cui è ridotta l’arte poetica nella odierna società dominata da forme di espressione e comunicazione che si appoggiano a musiche, immagini, video, lasciando pochissimo spazio alla magia e alla suggestione della pura parola, allo stimolo riflessivo che scaturisce dalla lettura o ascolto anche di pochi, perfetti versi. Come non dare ragione al poeta? È stridente il contrasto tra passato e presente, tra l’eredità dei classici, che pure ritornano a lenire il disinteresse altrui, la tristezza dei giorni che sfuggono di mano e, secondo la “lectio” oraziana, mai abbastanza “carpiti”. Quest’ultima prospettiva di “eterni perdenti” si acuisce nella successiva sezione Le stelle non sono lì per caso, in cui emerge la consapevolezza di essere giunti all’ “autunno” (parola chiave ricorrente) della vita o, per dirla con una centrata metafora, “al capolinea, o a fine corsa” (Confessioni, p. 83). Il senso del tempo che erode “la nostra vita breve” (Inganni, p 57), già presente in opere precedenti, si acuisce in Epiloghi, esprimendosi nei ricordi dei cari scomparsi, dei “racconti antichi al fuoco” (Inganni, p. 579), nella memoria di un’epoca svanita, mentre ora “la mente non trova / ancora risposta alcuna a nessuno / dei nostri troppi, infiniti perché” (Emme, p. 58). E allora la riflessione non è più solo dell’individuo Evaristo, che si identifica con il lago stanco e statico (Canneti, p. 50), con il tronco ritorto degli olivi (Attesa, p. 42) o nella camicia dello spaventapasseri “inchiodata alla croce lignea” e priva ormai dei “soli catulliani” (Spaventapasseri, p. 48), ma il poeta si interroga su tutto il senso o meno della condizione umana. Ne scaturisce un originale dialogo, oltre che con la natura e con se stesso, con personaggi reali ma denotati da una sola lettera (Erre, Emme, Ti, Elle, Zeta…), figure forse incontrate nelle loro mansioni agricole e artigianali o in una casa di riposo, scenario perfetto per rendere il tramonto anche fisico. In queste figure si materializzano debolezze, fragilità, solitudine, ma anche antica sapienza e spuntano tra i versi considerazioni esistenziali, domande sull’umana sorte, su “da che cosa dipendiamo” (Enne, p. 58 ), sul mistero dell’assoluto, del finis vitae che incombe senza che si trovino risposte, se non che l’uomo è “ soggetto ai capricci del Fato / isolato in questa assurda ellisse / del pianeta da noi chiamato Terra” (La condizione umana, p. 84) e “non sapremo mai perché siamo stati / qui o meglio solo perché siamo stati” (Effe, p. 73). Anche se l’umanità – afferma il poeta – nel corso della storia ha indossato toga o armatura, in realtà ha solo una “illusoria onnipotenza” di fronte alla Natura (p. 48) e “tutto avviene così per caso“ (Spiragli, p. 45), “imprevisto / fuori da ogni logica conclusione “(Casualità, p. 44). È questa l’amara sintesi che emerge dall’ultima corposa sezione e la visione si avvicina a quella leopardiana: una natura indifferente di fronte ai dilemmi e alle vicende umane: “Noi siamo qui e la natura / che muta veloce dimostra / tutta la sua indifferenza alla nostra presenza.” (Avvicendamenti, p. 81). Ma di fronte a questa visione quasi nullificante, a questa consapevolezza di una inevitabile “inesistenza” (Fumose collocazioni, p.66), alla paura di inaridirsi, di non riuscire neanche più a sillabare versi, si apre la risorsa del buio notturno, “il solo che sa parlare” (Insensibilità, p. 86), con il tarlo intermittente del pensiero, del cuore che nonostante tutto batte e in quel momento, con le residue energie, il poeta riesce a scrivere “Tieni duro, anima mia, non mollare, / non lasciarti andare, resisti. /… perché la vita ha una forza interiore, / una “vis” che scorre nelle vene / alla velocità di una flebo / e per me che assisto in disparte / è un fluido dilagare di speranza “(Reparto notturno, p. 75). Una stilla di speranza che si accende e che apre la porta alla scrittura, al nascere di tante poesie che, anche a “Capitoli chiusi”, secondo il titolo del testo finale, si sono stratificate e realizzate in un libro, in pagine che sono un’analisi e testimonianza lucida e ben scritta del nostro cammino di vita, perché le stelle, “si spengono ad una ad una “(p.97), ma dopotutto, come ci ricorda l’amico Evaristo, “non sono lì per caso” (Speculazioni, p. 89). Il fascino della raccolta sta proprio nell’assillante ricerca di una “briciola di illimitata verità” (Emme, p. 64), di un senso estremo al nostro viaggio terreno, un enigma che si può sfidare solo ponendosi in posizione di rassegnata opposizione al destino, di creatori di versi che, in dissonante armonia di linguaggio e riferimenti, intrecciano realtà e sogno, pensiero e paesaggio, metrica antica e moderno rap. Tanto si potrebbe ancora dire, ma concludiamo con un cenno alla poesia Imitazioni (p.46) in cui l’atto faticoso dello scrivere si unisce al ricordo di “quando cadeva la neve, // quella neve che sa di poesia / che lascia sulla via della vita / il candore perso per sempre”. Ma che il vero poeta ancora riesce a esprimere.

