(Pablo Picasso, Il poeta)
Ogni forma d’arte, nelle sue possibilità di espressione, ricerca e ha bisogno di un canone formale e anche filosofico. Nell’arte figurativa ricordiamoci il Cubismo, che dichiarava il coinvolgimento intellettuale del fruitore attraverso la scomposizione dell’immagine rappresentata, prefissata dai sensi, e inaugurava il concetto di simultaneità nell’espressione artistica: questo potrebbe sembrar sfuggire ai canoni precostituiti. Ma in realtà il processo intellettuale che sta alla base dell’interpretazione rimanda inevitabilmente ad una decisione di tono filosofico. Scrive Aristotele nel De Anima III, 3: L’immaginazione, a sua volta, è altro dalla sensazione e dal pensiero: essa, però, non esiste senza sensazione, e senza sensazione non c’è credenza. Ancora: … l’immaginazione sarà un movimento prodotto dalla sensazione in atto. Mi viene del tutto spontaneo paragonare il verso libero in poesia a questa forma astratta di creazione dell’immagine. Una comprensione puramente intellettuale, ma senza vincoli predefiniti, che però riconosce una forma ripetibile e riconoscibile. Sono debitore a Franco Nasi, docente di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Modena, per la formulazione delle considerazioni di natura formale riguardanti la Poesia che ora vado ad esporre. Ne parlammo in quel luogo intriso di cultura anche letteraria che è l’Appennino emiliano: il castello di Sarzano fu il luogo del nostro colloquio. Ho inteso qui identificare due percorsi, il primo obbligatorio per chi scrive Poesia, il secondo auspicabile e direi quasi naturale. Dunque, il primo percorso definisce gli ASSIOMI formali, il secondo gli ATTEGGIAMENTI filosofici.
RITMO – Chi legge correttamente Poesia deve poter cogliere il ritmo intrinseco del testo poetico. Certamente la rima ha dimostrato nei secoli capacità di instaurare un movimento ritmico nei versi: “Deh peregrini che pensosi andate, / forse di cosa che non v’è presente, / venite voi da sì lontana gente, / com’a la vista voi ne dimostrate, / che non piangete quando voi passate / per lo suo mezzo la città dolente, /come quelle persone che neente / par che ‘ntendesser la sua gravitate? / Se voi restaste per volerlo audire, / certo lo cor de’ sospiri mi dice / che lagrimando n’uscireste pui. / Ell’ha perduta la sua beatrice, / e le parole ch’om di lei po’ dire / hanno vertù di far piangere altrui” (Dante, Rime). L’avvento del verso libero, in realtà un ritorno (vedi ad esempio i Laudari medievali), ha stravolto la convinzione che solo la rima potesse definire un andamento ritmico in poesia. Ad esempio l’uso dell’enjambement crea quel movimento ritmico di prosecuzione da un verso all’altro che facilmente anche il lettore meno preparato afferra: “O pioggia dei cieli distrutti / che per le strade e gli alberi e i cortili / livida sciacqui uguale, / tu sola intoni per tutti! / Intoni il gran funerale / dei sogni e della luce / nell’ora c’ha trattenuto il respiro: / bùssano i timpani cupi, / strìsciano i sistri lisci, / mentre occupa l’accordo tutti i suoni; / intoni il vario contrasto / della carne e del cuore / fra passi neri che han gocciole e fango: . . .” (C. Rebora, da Frammenti lirici).
MUSICALITÀ – Le due forme di arte immateriale, la musica e la poesia, sempre sono destinate a compenetrarsi. Chi legge versi deve rintracciare in essi un andamento oscillante, propriamente musicale, dall’inizio alla fine del testo poetico: “O notte, o dolce tempo, benché nero, / con pace ogn’opra sempr’al fin assalta, / ben vede e ben intende chi t’esalta, / e chi t’onor’ha l’intelletto intero. / Tu mozzi e tronchi ogni stanco pensiero; / ché l’umid’ombra ogni quïet’appalta, / e dall’infima parte alla più alta / in sogno spesso porti, ov’ire spero. / O ombra del morir, per cui si ferma / ogni miseria a l’alma, al cor nemica, / ultimo delli afflitti e buon rimedio; / tu rendi sana nostra carn’inferma, / rasciughi i pianti e posi ogni fatica, / e furi a chi ben vive ogn’ira e tedio” (Michelangelo Buonarroti, Rime). Cantato musicale, nonostante il frangersi e la serpentina della parola. E ora un Madrigale di Marino: “Pallidetto mio sole, / ai tuoi dolci pallori / perde l’alba vermiglia i suoi colori. / Pallidetta mia morte, / a le tue dolci e pallide viole / la porpora amorosa / perde, vinta, la rosa. / Oh piaccia a la mia sorte / che dolce teco impallidisca anch’io, / pallidetto amor mio! (Giambattista Marino, dalle Rime sparse).
ARMONIA – Una poesia non può, è mandatorio, essere priva di una armonia intrinseca. Un flusso ininterrotto dal principio al termine del dettato poetico: La Chimera “…Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti / E l’immobilità dei firmamenti / E i gonfii rivi che vanno piangenti / E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi / algenti / E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre / correnti / E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera” (D. Campana, da Canti Orfici). Rimaniamo nel Novecento: La casa “L’uomo solo ascolta la voce calma / con lo sguardo socchiuso, quasi un respiro / gli alitasse sul volto, un respiro amico / che risale, incredibile, dal tempo andato. // L’uomo solo ascolta la voce antica / che i suoi padri, nei tempi, hanno udita, chiara, / e raccolta, una voce che come il verde / degli stagni e dei colli incupisce a sera…” (C. Pavese, da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi).
AMBIGUITÀ – La poesia non può dichiarare in maniera descrittiva, saggistica. Scrive Leopardi nello Zibaldone, 164: Perché quantunque il poeta o lo scrittore possa bene assumere anche l’uffizio di descrivere, è da stolto farne professione, non essendo uffizio proprio della poesia, … Il poeta deve essere ambiguo: in questo modo offre uno spazio interpretativo al lettore, che finirà per far “sua” la poesia scritta: Arsenio “I turbini sollevano la polvere / sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi / deserti, ove i cavalli incappucciati / annusano la terra, fermi innanzi / ai vetri luccicanti degli alberghi. / Sul corso, in faccia al mare, tu discendi in questo giorno / or piovorno ora acceso, in cui par scatti / a sconvolgerne l’ore / uguali, strette in trama, un ritornello / di castagnette…” (E. Montale, da Ossi di seppia). Si parte da una descrizione d’ambiente per avere accesso ad una dimensione altra, parallela. Sempre nel Novecento: La ricamatrice “Com’era acuto l’ago / e agile e fino l’estro! // Raccolta entro quel vago / bianco odore di fresco / lino, oh il ricamare / abile come la spuma / trasparente del mare! …” (G. Caproni, da Il seme del piangere). Evidentemente alla Poesia molto è concesso, sia in termini filosofici che letterari. Ritengo che alcuni atteggiamenti filosofici – concessi e privilegiati -, tutti o anche solo in parte, permettano al poeta di costruire un testo che riesce a valicare il confine, eludibile, del dato puramente descrittivo.
SOSPENSIONE DELL’INCREDULITÀ – In Poesia è lecito esprimere tutto ciò che può essere rintracciabile ma anche, e soprattutto, ciò che non lo è. L’ambiguità è il corrispettivo formale di questo atteggiamento filosofico.
ASTRAZIONE DAL GIUDIZIO – Una Poesia mondata va oltre le banali considerazioni e valutazioni sulle cose o sulle idee degli uomini. Non ha bisogno del giudizio.
ATEMPORALITA’ – Questa eterna lotta dei poeti contro il Tempo, divinità cattiva. Ma forse (come ormai afferma la Scienza) è solo tutto soggettivo?
VISIONARIETA’ – La visione poetica come liberazione, passaggio ad un mondo altro. Comunque alieno dal quotidiano facilmente descrivibile.
Il biondo dei capelli / accosta l’azzurro / nelle sere abbandonate / dall’aria.


Grande Giorgio! Un’ analisi approfonditae luminosa, Lorenzo e Letizia
Grazie.