Plinio Perilli è nato nel 1955 a Roma, dove viveva e dove è scomparso nel 2026. Iniziò la sua attività come poeta nel 1982, con la pubblicazione di un poemetto sulla rivista Alfabeta. La sua prima raccolta poetica è L’amore visto dall’alto,del 1989. Le sue raccolte principali: Ragazze italiane (1990), Preghiere d’un laico (1994), Storia dell’arte italiana in poesia (1990, antologia interdisciplinare), Petali in luce (1998), Promises of Love (Selected Poems) (2004), Gli Amanti in Volo (2014), Stretti nello stretto. Ponte di cultura, ponte della legalità. Tremila anni fra Scilla e Cariddi (2017), Museo dell’uomo (poesie e poemetti, 2020). I libri di saggistica: Melodie della Terra. Il sentimento cosmico nei poeti italiani del nostro secolo (studio sul Novecento italiano in rapporto all’idea di Natura, 1998), Costruire lo sguardo. Storia Sinestetica del Cinema in 40 grandi registi (compendio sui rapporti fra il cinema e le altre arti, 2009).
https://it.wikipedia.org/wiki/Plinio_Perilli
POESIE
Tracce d’amore
Non vale dirlo, l’amore,
e troppo poi evocarlo –
se questa luce diffida
di chi ne fa uno svago…
Non vale scriverlo, oro
di parole, se nominare allontana lo sguardo
che ha radici….
Mai finisco d’amarti: sempre poi si prolunga
l’amore – pensandole, le carezze rinnovo
che da poco, al mattino, ho smesso di farti,
l’ardore che staccandomi rinuncio a espletare.
Ogni volta ti bacio come se fosse l’ultima,
dico “T’amo” quasi con lo stupore neòfita
di chi primamente si dichiara, immenso
confessa un pudore. Sempre inizio ad amarti.
Questo dissidio, forse unisce gli amanti –
questo groviglio li sublima… Insieme
ci si sveglia reciproci, e ogni giornata incipiente
ci separa d’impegni, oziosità, rancori
o beghe del quotidiano. Ma ci salva l’idea,
la religione del rapporto, la certezza
indimostrabile e dogmatica nell’Altro –
fiducia come progetto ardito, teorema di volontà.
Manca l’azzurro al cielo, oggi,
architettato di nuvole. O il sole
resta pigro dentro un cuore che scava
e risale maree, nomi, colline di pazienza.
Mi sveglio e già sfrecciano rondini,
stridono la gioia illusa che io non vivo,
eppure m’incorona. Solo manchi tu
al mio giorno, ma adesso sta parlandoti…
Non manchi tu all’azzurro, e grigia
ti fai cielo non visto, rosa su nero,
poesia che mai sta ferma, percorri
giri in testa, mi voli nello sguardo.
Scendo dalla tua parte, e sorrido, circum-
navigo ieri – se oggi il mio pensiero
t’ha riavverata qui, m’ha consegnato
il Tempo: conta poco in amore, se ad ogni
sole risorge azzurro stupore, come d’un
sogno che metta a fuoco il mondo, i suoi
contorni; poi s’affaccia di fuori, a un
nuovo giorno che ringrazia d’esistere,
d’averci dato questa gioia riflessa,
affratellata agli altri, questo anonimo
porto che in seno respira vero il suo
sogno – culla, disgiunge o sposa il futuro.
Deserto che anch’io attraverso
come la plaga mobile ed estrema del Mondo,
ferita stessa di ogni vita, che solo
dall’assenza può rinascere – da questa
sete d’amore che incarno e che attraverso
– da questo vento che m’impietrisce,
m’insabbia e mi sala il cuore.
Fiorisce poi il deserto le sue rare,
donate oasi d’amore – i palmizi dei baci,
le carezze dei datteri che forse gli stessi
Re Magi ci portarono sui cammelli del Simbolo.
Il deserto che mi attraversa, mi spazza
gioia, e infredda o assola le emozioni:
più forte, bollente dichiara il giorno,
ma anche gelida, gelata, ci infligge la sua notte.
Deserto in cuore, da oasi
ad oasi…ed anche l’oasi è deserto
se fallisce il miraggio, se la sabbia
annega il mare, affoga l’acqua…
O forse tutto questo deserto mi si fa
oasi, m’inghiottisce l’orizzonte… mi salva.
O il deserto ci è dentro – ci insabbia
di coscienza, ci esilia in un altrove
più astratto che drammatico, salvato
dalle oasi… Idealità, pensieri, amori
in carovana – d’esperienze e antidoti,
strappi e stupefazioni, fabule aride.
Deserti radiosi o implosi, scenario
di ogni crescita, missioni dell’asprezza.
Polvere e Tempo, clessidre immense
dell’enorme Storia, che sempre percorriamo
ma poi non ci appartiene, ci ferisce
o blandisce, ci delude o ci premia
– e noi le apparteniamo.
Fioriture e rancori egualmente donatici…
Oasi dove il deserto corre al riparo,
eppure prolunga, conferma se stesso.
Pellegrinaggi rasserenati e scabri, viaggi
oltre l’orizzonte e la pena, il confine
e l’illimite: deserti di ogni Speranza
disertata nei cuori, ma in fondo mai
smarrita.
S’incammina furtiva e mistica
dietro le Città Ruggenti, oltre il Caos
che danna e s’innova sterile, dove la Storia
finisce – o smette di vantarsi…
Deserti dell’Amore: se l’uomo non sa
crescervi, radicarsi alla sabbia, giù
fino alla pietra che è buia ma
si nutre, refrigerio dà all’anima.
Deserto che anch’io attraverso
come la plaga nobile ed estrema del Mondo,
ferita stessa di ogni vita, che solo
dall’assenza può rinascere – da questa
sete d’amore che incarno e che attraverso
– da questo vento che m’impietrisce,
m’insabbia e mi sala il cuore.
Se apri gli occhi, è al colore, ti svegli e già
gli affidi i colori consueti, o forse perfino
inventare per dipingere il nostro sogno come era
e sarà, estraniato e felice, pudico e cancellato,
rivestito di bianco. Perché di nuovo tu ora
possa viverlo, farlo nascere al mondo, dipingerlo
come si ferma un sogno… Se ha i colori, un sogno,
certo li ha rubati all’amore, o ad un viaggio
troppo arduo e in mistero. Si ricorda il rosso
d’essermi cuore, e giallo il sole, l’azzurro
lontananza e attesa, soffitto e cielo d’ogni poesia.
Il fiorire di tutto
Ginestre e papaveri: sparsi,
liberati pressoché ovunque.
Tu intendili colori e ascolta
il loro immobile, inaudito
dialogo di roccia… Risalgono
così ogni montagna, la convertono
al verde…
E mentre il cielo
della sera battaglia per l’azzurro,
vince il grigio di luce – almeno
impariamo il vortice, e il seme
della quiete. La roccia che ha
in premio l’amplesso, il profumo
del giallo, baci ridenti di rosso.
Nessun pittore può dipingerlo,
se dentro non lo vive… Se poi
la roccia non soffre di troppo
cielo, luce in fervore, tanto sola
da fiorire di tutto, per tutti.
L’Umiltà in e-book
L’Umiltà in e-book! Umilità globale…
che oggi mi distoglie, eppure ci richiama,
pulsante come una strana luce lontana
che annette, “tagga” pastorelli e Re Magi,
giornalisti e migranti, alla capanna elettronica
di quest’immenso, inquieto twitter/presepe,
dove fedeli e “valori” – scrive il “Corriere” a mo’
d’ enciclica laica, francescana cometa di
trasparenza – pacificano ogni dissidio, e sono,
sic! disponibili in tutti gli store digitali…
L’Umilità di tutti, amplificata a tutti…
Ma il suo megafono resta il silenzio,
in questo brullo, freddo Cuore/caverna
dove ci inginocchiamo solo col pensiero,
profondo e grato, capendo che il vero
amore è appena un gesto, sussurra il senso
d’una poesia che finalmente dismette
le parole, non le sciupa che a mente.
Dove l’Umiltà vige e cresce respiro, ma non
rito, bisogno e non richiesta, perdono e mai
rivalsa… L’umiltà degli umili, che non ne parlano,
non chattano prediche – interviste emerite
ai pontefici, news coronate – ma se ne accendono…
L’unico dono che non si vede, ma neonato ci dona
il suo Dove. Quell’esserci tutta dentro, tutta dedita
a tutti, fiato fraterno – travaglio ferito, fiorito di Dio.

