Così come tanti autori si sono occupati, e continuano ad occuparsi, del rapporto tra l’uomo e la natura, e potremmo fare infiniti esempi in questo senso – a partire dal De rerum natura di Lucrezio, per arrivare a La Pioggia nel pineto di D’Annunzio, solo per nominare due autori, lontanissimi e contrari, ma ugualmente potenti in quest’ambito – anche Raffaella Bettiol decide, a questo punto della sua carriera di autrice, di cimentarsi con questa dimensione relazionale, e di farlo in una modalità insolita, per niente scontata né banale ma, al contrario, di grande impatto emotivo ed emozionale: Nel domestico giardino (Arcipelago Itaca). Per leggere questo libro con il giusto approccio diventa necessario calarsi in primis in una realtà multiforme e quotidiana che mette in rilievo anche le più piccole forme di vita vegetale, dona loro un senso ben preciso, un ruolo necessario, e le inserisce in una connessione di grande rilievo con l’interiorità di chi scrive. Si potrebbe sottolineare che l’uso del correlativo oggettivo, per l’intersezione dei sentimenti con le piante stesse, è uno strumento molto utilizzato dalla Bettiol tanto da far confluire, in diversi testi, quello stato d’animo vissuto in un determinato momento, che spesso è definito dalla sofferenza, nel consapevole e amorevole ascolto, nell’accoglienza incondizionata, in una reazione più che adeguata, si potrebbe dire empatica, del fiore o della pianta a cui l’autrice si rivolge. E penso alla chenzia, ad esempio, a cui l’autrice dedica due testi (a dire il vero sono diversi i fiori a cui sono dedicati due testi, per la rosa sono addirittura quattro, quasi a voler indicare che i fiori – che soffrono la solitudine – devono anche essere raccontati in più poesie, vicine tra loro). La chenzia, dicevo, sola, nel vano di una scala, vive come in una prigione, nella scrittura delle foglie, con l’anima altrove e senza risposte. Inevitabile chiedersi quanto abbia inciso lo stato d’animo della Bettiol quando, in quel lontano marzo 2017, si è connessa con questo fiore a tal punto da immedesimare la sua esistenza, il suo luogo e la sua modalità di vivere, il suo sentire, con tutto ciò che la riguarda direttamente: […] Assetata volge lo sguardo/a bagliori d’un lontano giardino/senza nutrirsi delle certezze/d’una terra umida colma di semi./Chiusa in una quieta prigione/di spoglie pareti/vive nella scrittura di foglie che/aculei penetrano fin dentro l’aria,/ma la sua anima è forse altrove/avvinta nel suo essere e nel suo pulsare/in quello che non vedi/a cui non sai dare risposte. E la relazione continua anche nel secondo testo dedicato a quel fiore che, se pure scritto a distanza di tempo, ovvero nel luglio del 2022, s’inserisce nella stessa scia e, per quanto possibile, consente all’autrice di rilanciare la relazione della vita della chenzia con la propria, associandola all’inesorabile decadenza data dal trascorrere del tempo: Lentamente vedo disseccarsi le foglie/abbandonare la vita senza lamenti/ritagli di luce rapire la linfa/esausta d’attese/non c’è acqua che possa nutrire/o carezza di mano. […] Oltre la vetrata l’estate asseta/il verde d’un giardino. Ed è così che, scorrendo le pagine del libro, si scoprono voci di fiori che si fanno sempre più umane, che assorbono le intemperie dell’animo della poetessa, instaurando con lei un modo tutto nuovo di comunicare, che diventa anche un nuovo modo di stare al mondo, e di capirlo: Una viola fra gli sterpi … ha un’anima che non diserta le nubi/nella sua vita estrema; Gli ultimi girasoli… in ansia di luce/in un novembre piovoso/che non risparmia le nebbie/la notte si volgono al bagliore/di un lampione; Queste ortensie così vivide/non sono vere ma finzioni… una maschera indossano/assenti ad ogni richiamo. Non so perché ma viene in mente anche la poesia di Palazzeschi, dedicata ai fiori, a quei fiori che con un’amara ironia sono lo specchio di una vita fatta di meschinità, di apparenze, di falsità dove tutti indossano maschere… Ma, certo, è in una delle poesie dedicate alla rosa, quella che parla delle Rose di serra, che l’approccio alla vita, al senso di finitudine che accompagna l’uomo, al destino che incombe su ognuno senza possibilità di scampo, in una sorta di pessimismo dal sapore leopardiano, che si scoprono, a mio avviso, i versi più profondi e più veri, quelli che aprono alla congiunzione di un significato col significante, senza possibilità di equivoci, con immagini e metafore che restituiscono tutta l’essenza della poetica di questo libro, forgiata a suo modo sull’ineludibile: Breve la vita!/rose recise, rose di serra/un giorno, forse, qualche ora/e già s’inclina lo stelo/imbruna il petalo.//In questo vaso inviolate/da vento o pioggia/nulla sapete d’un inquieto sole…di un lontano roseto/dove il pensiero riposa […]. Ancora una volta, Raffaella Bettiol ci sorprende con la fragilità del suo pensiero, con la dolcezza amara dei suoi versi, con la profondità di una poesia che sembra irrorare leggerezza, ma che ci prende per mano e ci accompagna alla scoperta di un giardino interiore, fatto di complessità, di attimi e di luoghi in cui incontriamo la vita vera.
A cura di Cinzia Demi

