Rossano Vittori è nato nel 1950 a Livorno, dove vive. Ha pubblicato le raccolte di poesia La volta dei dadi (Giardini, 1986), Il viaggio (con litografie di Antonio Vinciguerra e presentazione di Antonello Trombadori, Angeli, 1989), Colloquio coi personaggi (ritratti poetici di grandi artisti, Assessorato alla Cultura Comune di Livorno, 1992), Passeggiando nel tempo (Edizioni del Leone, 2004), Il segreto degli invisibili (Lepisma, 2018). Ha svolto attività di giornalista e critico cinematografico scrivendo volumi sull’opera di Luigi Pirandello e Ettore Scola. Come autore e regista ha realizzato lavori televisivi, allestimenti teatrali, il cortometraggio cinematografico Il perfezionista e il docu-fim Campioni livornesi. Ha pubblicato, inoltre, la sceneggiatura Tutto è nulla, la misteriosa vicenda della morte di Michelangelo (con Pier Marco De Santi, Felici, 2013) e il volume di racconti Se vuoi te lo racconto (Erasmo, 2016).

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POESIE

da LA VOLTA DEI DADI

Per te
Ecco, ora non è più il vento
a frugarti la veste,
sei un fiore fra le rocce
e io mi perdo nel tuo odore di donna.
E non temere, non sono il gitano
che chiede e fugge via,
non temere ho le mani calde
e i piedi di gesso.
Per te, se vuoi,
chiederò la complicità del mondo
e più rispetto per la nostra età,
parlerò per prolungare il giorno
e per convincerti che non è più tempo di cambiare.
Ma di’ qualcosa,
questo amore può essere l’ultimo,
e anche ieri hanno deluso un uomo.

Niente torna
L’ultima sera
non hai fumato la pipa:
domani.
Vento secco
ora ti scuote la pietra,
ma non è fumo di tabacco.
Ossa senza voglie
masticano solitudine,
nemmeno un vecchio
ormai
ti sputa cenere
per compagnia.

da PASSEGGIANDO NEL TEMPO

Tutto esiste
Tutto esiste
su questa sfera opaca e solitaria:
l’amore tenero e bugiardo
il ladro gentiluomo
il gatto sornione e il grillo temerario,
la bufera e l’aurora
il fucile e la rosa.
L’ira esiste e il perdono
la luna piena e l’eclisse,
la donna generosa all’angolo di strada
e il gitano con la mano tesa.
Su questo pianeta rappreso in un pugno
l’ostinato gamete perpetua la vita,
il riso spudorato versa lacrime grevi
e il lazzo e la noia giostrano a paso doble
legittimando equivoco e apparenza.

Stasera non sei qui
Stasera non sei qui
e io rincorro le tue ciglia nella luce
che dai vetri cerca riparo nella stanza.
Com’è dolce trovarti nella griglia
riflessa dello specchio,
tenera come sempre
e calma come mai,
col seno rigoglioso di fosforo.
Nel sogno ti ho già fatta mia
sciolta nella trina
come le corde della chitarra
dove ora accenno un assolo:
perché soltanto domani ti avrò
meno docile d’una cavalla pazza
dalle gambe di seta.

Il matrimonio di Maria
ad Hanna Schygulla
Tu sì che hai un senso
se vinci l’oblìo
risorgendo dalla catastrofe.
Con occhi spersi fra macerie
imbavagli nel basco la bionda follia
e ne accordi un barbaglio
col nudo valzer della trina
sul precipizio del fotogramma.

da IL SEGRETO DEGLI INVISIBILI

Una tomba non serve
che ad onorare un morto,
a trasmettere il segno di una vita.
Ma se colui che giace è muto
ed altri non ne hanno memoria,
il sepolcro è solo un guscio vuoto.
Per questo, compagni di sventura,
parlate e svelatevi senza ritegno
perché un uomo è stato
solo se ha avuto una sua storia.

Ignoto 2
Per ogni cosa c’era mio padre,
per il pane quotidiano
e il bacio della buonanotte.
Ma Dio lo volle per sé
e all’incrocio fra tre strade
lo fece salire in cielo.
Da allora non ci fu più pane
né tenerezza, e vagai nel mondo
come una nuvola,
finché anch’io mi ritrovai a un bivio:
c’era scritto dolore e follia.
Scelsi la morte.

Ignoto 5
Lo dissi al prete in confessione
sapendolo muto come uno specchio
e lui, ebbro del sangue di Cristo,
marcì col mio segreto.
A voi dico soltanto
che la mia è una ben trista storia
di turpitudini e misfatti,
di bambini violati e reticenze.
Una storia di complicità e silenzi
che non portava in grembo il lieto fine,
e ha partorito, con la mia morte,
l’ennesimo e inesplicabile mistero.

Ignoto 8
Aveva lunghe le ciglia
ma un demone nelle pupille
quando mi rese madre
che ancora ero bambina.
Mi ritrovai giovane come mio figlio
che non voleva capire
perché odiassi tanto suo padre
che scontava il peccato
mansueto e felice.
Così sopravvissi fra il rancore e la pietas
finché i due sodali trovarono un accordo
costringendomi alla fuga e al sacrificio.
Pregano adesso per l’anima mia
senza cercare il corpo.

Ignoto 14
Ero una figlia devota
e quando i miei genitori
se ne andarono in cielo
mi consacrai a Dio.
Ritrovai un po’ di pace
e la speranza di ricongiungermi a loro
pregando nel vano muto d’una cella.
Finché un giorno lo vidi,
alto, algido, con gli occhi di rapace.
Era il mio confessore
e in breve tutto seppe.
Gli fu facile avermi
e dissetare il suo ardore.
Ma si stancò presto dei miei struggimenti
e delle mie minacce:
mi tuffò nell’acquasantiera
e fece tre parti del mio corpo
come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo,
prima di gettarlo nel pozzo del convento.

Ignoto 23
Quando seppi di avere un tumore
feci quello che non avrei pensato.
Restai attonito eppure calmo
e me ne andai sul mare
a godere, come sempre, del tramonto.
Ero stato un pugile in gioventù
e se non potevo schivare i colpi
piegavo le gambe e davo le spalle
senza curarmi di salvare l’onore.
Ma ora potevo arrendermi?
Far decidere ad altri la mia sorte?
Espormi al massacro dei medici?
Volli stavolta finire in piedi
come l’ardito Cyrano.
Tirai dei pugni all’orizzonte
e scacciai i fantasmi che mi assediavano,
feci un lungo sospiro
e mi gettai fra le onde.
Presi il largo nudo
lasciando a riva la mia vigliaccheria.

Ignoto 44
Ero la servetta della famiglia
e oltre al blasone mi mancavano
almeno venti centimetri,
ma il giovane erede era pieno di voglie
e accecato dalle pulsioni.
Così trovò il modo di prendermi
nell’antro oscuro della cantina
fra le botti e le damigiane.
Quando si levò la sete toccò
agli altri scongiurare lo scandalo
strappandomi il feto dalle viscere
e dannandomi  alla pena eterna.

Ignoto 45
C’erano giorni di gaiezza impetuosa
e poi giorni di malinconia
struggente e disperata.
C’erano il fuoco e il gelido
vento che intirizziva l’anima,
e le voci degli amici morbide e sterili
come echi di conchiglia.
C’era il mondo che più non era mondo
e la gente estranea e ostile,
e io che navigavo a pelo d’acqua
sospeso nella vertigine
a trattenere un grido.

VERSI INEDITI

Il poeta
Nessuno io conosco più ardito
di un poeta nel dolore giocondo
artefice del suo inquieto mondo
in uno sciame di rime e assonanze
testimone di desideri e ansie
del bello rovinoso e infinito.

L’amore
L’amore è un sentimento sacro e osceno
amara e gustosa meraviglia
un desiderio vuoto e pieno
concreta e sfuggente eco di conchiglia.

Il mare
Mare, un sorso di spuma lucente
che scorre in un grembo di seta
e al sognatore ardente
ogni voglia disseta.

Lui amava le parole
Lui amava le parole,
le sonore e intrepide parole
vergate nelle notti senza luna.
Erano il suo angelo custode
e una scala di seta
per salire in cielo.
Perché con le parole
lui aveva placato il suo sgomento,
e anche se non erano pane
ma bricioli di perle,
lui d’esse si nutriva
e conteneva gli orrori del mondo,
leniva le ferite,
cullava i sogni e i desideri,
tesseva la sua rete d’amore.
E quando loro erano buone con lui
le spediva alla sua amata:
era quello il suo modo
di mandarle un bacio.