La Poesia italiana del Secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century

Amelia Rosselli


 

Amelia Rosselli è nata a Parigi nel 1930, figlia dell'esule antifascista Carlo Rosselli, e di Marion Cave, attivista del partito laburista britannico, di fede quacchera. Nel 1940, dopo l’assassinio del padre e dello zio, ordinato da Mussolini e Ciano, ad opera delle milizie fasciste in Francia, fu esule dapprima in Svizzera e quindi negli Stati Uniti. Compì all’estero senza regolarità studi letterari, filosofici e musicali, ultimandoli in Inghilterra poiché in Italia, dove era tornata nel 1946, non le poterono essere riconosciuti. Negli anni quaranta e cinquanta si occupò di teoria musicale, etnomusicologia e composizione, trasponendo le sue ricerche in una numerosa serie di saggi. Nel 1948 cominciò a lavorare come traduttrice dall’inglese per alcune case editrici di Firenze e Roma e per la Rai; nel frattempo continuò a dedicarsi a studi letterari e filosofici. In questi anni cominciò a frequentare gli ambienti letterari romani (nel 1950 conobbe lo scrittore Rocco Scotellaro, che le presentò poi Carlo Levi) e gli artisti che avrebbero successivamente dato vita all'avanguardia del gruppo 63 e cominciò a pubblicare i suoi testi principalmente su riviste, attirando l'attenzione di Zanzotto, Raboni e Pasolini. Nel 1963 pubblicò su Il Menabò ventiquattro poesie. L'anno successivo uscì la sua raccolta di poesie, Variazioni belliche, edita da Garzanti, e nel 1967 la raccolta "Serie Ospedaliera". Nel 1981 uscì Impromptu, un lungo poema diviso in tredici sezioni, e nel 1983 Appunti sparsi e persi, scritti tra il 1952 e il 1963. Nel 1992 uscì Sleep. Poesie in inglese. Molti dei suoi racconti in prosa furono pubblicati nel 1968, con il titolo Diario ottuso.
Due malattie croniche e la morte della madre le causarono un esaurimento nervoso, che la condizionò per il resto della sua vita, fino al suicidio a Roma nel 1996.

Link        http://it.wikipedia.org/wiki/Amelia_Rosselli


POESIE



da Variazioni belliche 


 

Tutto il mondo è vedovo se è vero che tu cammini ancora

tutto il mondo è vedovo se è vero! Tutto il mondo

è vero se è vero che tua cammini ancora, tutto il

mondo è vedovo se tu non muori! Tutto il mondo

è mio se è vero che tu non sei vivo ma solo

una lanterna per i miei occhi obliqui. Cieca rimasi

dalla tua nascita e l'importanza del nuovo giorno

non è che notte per la tua distanza. Cieca sono

chè tu cammini ancora! cieca sono che tu cammini

e il mondo è vedovo e il mondo è cieco se tu cammini

ancora aggrappato ai miei occhi celestiali.





*

L'automa che disfaceva le giornate era la pallida

ombra che temeva e pregava e sosteneva di non esser

degna; il cielo rompeva il suo isolamento e tutto

cadeva nel panforte del nulla. Ma io esplodevo

fuori della scabra pelle tenace e croccante ma

io rompevo fuori della luna della noia. E ne

seguiva una tenace invettiva a tutti i tramvieri

del mondo; non calate così presto le vostre trombe

d'orgoglio!





da Documento


 

*

I fiori vengono in dono e poi si dilatano

una sorveglianza acuta li silenzia

non stancarsi mai dei doni.

 

Il mondo è un dente strappato

non chiedetemi perché

io oggi abbia tanti anni

la pioggia è sterile.

 

Puntando ai semi distrutti

eri l'unione appassita che cercavo

rubare il cuore d'un altro per poi servirsene.

 

La speranza è un danno forse definitivo

le monete risuonano crude nel marmo

della mano.

 

Convincevo il mostro ad appartarsi

nelle stanze pulite d'un albergo immaginario

v'erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.

 

Mi truccai a prete della poesia

ma ero morta alla vita

le viscere che si perdono

in un tafferuglio

ne muori spazzato via dalla scienza.

 

Il mondo è sottile e piano:

pochi elefanti vi girano, ottusi.

 

 

*

C'è come un dolore nella stanza, ed

è superato in parte: ma vince il peso

degli oggetti, il loro significare

peso e perdita.

 

C'è come un rosso nell'albero, ma è

l'arancione della base della lampada

comprata in luoghi che non voglio ricordare

perché anch'essi pesano.

 

Come nulla posso sapere della tua fame

precise nel volere

sono le stilizzate fontane

può ben situarsi un rovescio d'un destino

di uomini separati per obliquo rumore.



*

L'immaginazione torturata si tormentava

gli idilli nascevano e si tramutavano

in fantascientifico dubbio o nausea

e l'amore era un gioco di scacchi.

Il fantasma che regnava nella casa vuota

il fiero dedicarsi ai combattimenti

tutto prendeva una piega imprevista

se il dolor di capo ricominciava.

È nel voler dar fiducia e nel dover

toglierla, il perpetuo scacco della

regina: non ha fiducia, né può darla

mentre i lustrascarpe s'industriano.

Gli alberi assassini s'accovacciano,

foglie libere e deliberate hanno conti

aperti col vento; e l'ira della regina

si tramuta in angoscia col vento!

Il vento stesso si tramuta in libidine

col vento!





da Serie Ospedaliera



*

Di sollievo in sollievo, le strisce bianche le carte bianche

un sollievo, di passaggio in passaggio una bicicletta nuova

con la candeggina che spruzza il cimitero.


Di sollievo in sollievo on la giacca bianca che sporge marroncino

sull'abisso, credenza tatuaggi e telefoni in fila, mentre

aspettando l'onorevole Rivulini mi sbottonavo. Di casa in casa


telegrafo, una bicicletta in più per favore se potete in qualche

modo spingere. Di sollievo in sollievo spingete la mia bicicletta

gialla, il mio fumare transitivi. Di sollievo in sollievo tutte


le carte sparse per terra o sul tavolo, lisce per credere

che il futuro m'aspetta.


Che m'aspetti il futuro! Che m'aspetti che m'aspetti il futuro

biblico nella sua grandezza, una sorte contorta non l'ho trovata

facendo il giro delle macellerie



*

Ti vendo i miei fornelli, poi li sgraffi

e ti siedi impreparato sulla scrivania

se ti vendo il leggiero giogo della

mia inferma mente, meno roba ho, più

contenta sono. Disfatta dalla pioggia

e dai dolori incommensurabile mestruazione

senilità che s'avvicina, petrolifera

immaginazione.




da Tutte le poesie

 


*

                                        a Pier Paolo Pasolini


E posso trasfigurarti,

passarti ad un altro

sino a quell’altare

della Patria che tu chiamasti puro…


E v’è danza e gioia e vino

stasera: - per chi non pranza

nelle stanze abbuiate

del Vaticano.


Faticavo: ancora impegnata

ad imparare a vivere, senonché

tu tutto tremolante, t’avvicinavi

ad indicarmi altra via.


Le tende sono tirate, il viola

dell’occhio è tondo, non è

triste, ma siccome pregavi

io chiusi la porta.

 

Non è entrata la cameriera;

è svenuta: rinvenendoti morto

s’assopì pallida.


S’assopì pazza, e sconvolta

nelle membra, radunata a sé

gli estremi.


Preferii dirlo ad altra infanzia

che non questo dondolarsi

su arsenali di parole!


Ma il resto tace: non odo suono

alcuno che non sia pace

mentre sul foglio trema la matita.


E arrossisco anch’io, di tanta esposizione

d’un nudo cadavere tramortito.