La Poesia italiana del secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century

Elio Pecora

ELIO PECORA è autore di raccolte di poesie, racconti, romanzi, saggi critici, testi per il teatro. I suoi libri di poesia: La chiave di vetro (Bologna, Cappelli 1970); Motivetto (Roma, Spada 1978); L'occhio corto (Roma, Studio S. 1985; Interludio (Roma, Empiria 1987 e 1990; Dediche e bagatelle (Roma, Rossi & Spera 199O); Poesie 1975-1995 ( Roma, Empiria 1997 e 1998; Per altre misure (Genova, San Marco dei Giustiniani 2001). I suoi libri di prosa: Estate, ed. Bompiani 1981; Sandro Penna:una biografia, ed.Frassinelli 1984 e 1990; I triambuli, ed.Pellicano 1985; La ragazza col vestito di legno e altre fiabe italiane, ed.Frassinelli 1992; L'occhio corto, ed. Il Girasole 1995.I testi per il teatro rappresentati: Alcesti ,1984 Roma Teatro SpazioUno, regia di Enrico Job; Pitagora, (edito nei Quaderni del Comune, Crotone 1987), Crotone, regia di Luisa Mariani; Prima di cena, (Premio IDI 1987, in "Sipario",474, gennaio-febbraio 1988),Roma Teatro Belli, regia di Lorenzo Salveti; Nell'altra stanza,1989 ( in "Ridotto" 7-8,agosto-settembre 1989), Roma Teatro Due, regia di Marco Lucchesi; Il cappello con la peonia, 1990, Roma Teatro Due, regia di Marco Lucchesi; A metà della notte, Todi Festival 1992, regia di Maria Assunta Calvisi, edito da l'Obliquo, Brescia 1990; Trittico, Roma Teatro Due, regia di Marco Lucchesi, 1995. Le radiocommedie trasmesse: Il giardino, RadioTre il 21 luglio 1996; Il segreto di Lucio, RadioTre il 19 ottobre 1997. Ha curato : Sandro Penna Confuso sogno ed. Garzanti 1980; Antologia della poesia del Novecento, ed. Newton Compton 1990; Sandro Penna poeta a Roma, ed. Electa 1997; Diapason di voci (quarantadue poeti per Sandro Penna) ed.Il Girasole 1997.Ha collaborato come critico letterario a: Il Mattino, La Repubblica- Mercurio, Reporter, La Voce Repubblicana, La Stampa-Tuttolibri, Il Tempo Illustrato, L'Espresso, Wimbledon, La Rivista dei Libri, Belfagor, Avvenimenti, Radio Due, Radio Tre, etc. Ha pubblicato prose e poesie in : Nuovi Argomenti, Ulisse, Belfagor, Tempo Presente, Galleria, Anterem, Salvo Imprevisti, Discorso Diretto, Lettere Romane, La Clessidra, Pandora, Lunario Nuovo, Mondoperaio, Malavoglia, Lengua, Poesia , Kamen etc. Fra il 1978 e il 1999 ha curato, a Roma, a Perugia, a Terni, a Comiso, e in diverse altre località, numerosi incontri di poesia in teatri, gallerie, biblioteche, librerie ai quali hanno partecipato poeti di diverse generazioni (da Sinisgalli a Bassani, da Scialoja a Bemporad, da Giuliani ad Arbasino, da Amelia Rosselli a Bellezza, da Raboni a Magrelli). Nei primi anni Ottanta s'è occupato , con Maria Luisa Spaziani, delle attività pubbliche del Centro Montale, chiamando a Roma, nel Teatro dei Dioscuri e nel Teatro Flaiano,fra gli altri Luzi, Raboni, Dolci, Caproni.Ha presentato lungo un trentennio alcune centinaia di romanzi e raccolte di poesia , presenti gli autori più diversi ( da Siciliano alla Sanvitale, da Bufalino a Maraini, da Moravia a Bertolucci, da Golino a Kezich).Ha curato a Roma per l'ENAP (Ente Nazionale Assistenza Scrittori, Musicisti, Scrittori) due rassegne di poesia, nel teatro Delle Arti e nel teatro Euclide, alle quali hanno partecipato fra gli altri Giudici, Erba, Cucchi, Loi, Lamarque, Insana, Ruffilli. Per l'Associazione Dario Bellezza ha curato una rassegna della poesia giovane contemporanea alla quale hanno partecipato diciotto poeti, da Edoardo Albinati ad Antonio Riccardi. Ha curato e cura laboratori di scrittura di prosa e di poesia in numerose scuole di vario ordine e grado a Roma e in altre città. Ha curato a Perugia nel 1990 e a Roma nel 1997, per gli Assessorati alla Cultura delle due città, mostre di autografi e documenti vari su Sandro Penna, poi raccolti in volume dall'Electa in due successive edizioni. Ha curato per la RAI ( Dipartimento Scuola ed Educazione, Radio per gli Stranieri, Radio 2 e Radio 3), oltre ad almeno cento recensioni di volumi di prosa e di poesia, oltre a svariate partecipazioni a tavole rotonde, numerosi programmi fra i quali: Un libro, una regione (in venti puntate); Il Sud nella letteratura contemporanea (otto puntate); Le fiabe italiane nelle raccolte dell''800 (venti puntate); Scrittori dimenticati o trascurati del Novecento Italiano ( quattordici puntate); I poeti e il sogno (dieci puntate); I poeti e il mattino (dieci puntate); Scienza e letteratura ( quattordici puntate); Le città e la musica (quattordici puntate).

 

da Poesie 1975-1995

Interludio

Vigilati i timori, le voglie,

resta un'urgenza misteriosa,

muove i risvegli, manda

per camere, strade..e ancora

il tempo dell'insufficiente ragione,

dell'errore inconsulto. E l'amore.

Per riposta intenzione

navigando destini

su una nave insicura

sprovvista di scialuppe e di radar,

seguitando festini

lungo il mare che muta.

Promessi abbrivi, rade

di dove non conta partire,

dove scade l'attesa,

stanze d'aria, intesa

di respiri, di facce

- la terrestre famiglia.

Ma, consumare il viaggio

rinviando lo sbarco

- stretti cieli chiusi,

 

acque di naufragi-

quasi basti l'evento

del resistere in pena,

quasi l'unica meta

scemi nel desiderio:

imprecisato nome,

improbabile luogo,

goccia nell'onda aperta,

ombra nell'ombra chiusa.

- Quando, la nave scende

verso l'ora che schiara,

dentro la notte fonda,

ed è il posto, la casa,

una luce in cammino,

un segnale che avanza,

ed è qui il paradiso

dove è dato abitare

ed è caro e tremendo;

qui si confonde il sintomo

del presente e dell'essere col sogno,

qui nutre e affama amore.

 

 

 

 

 

L'occhio mai sazio percorre la veglia e il sonno,

scende voragini, apre nell'ombra l'abbaglio,

cerca nell'occhio l'incauta risposta del sempre..

La mano tenta carezze, nega promesse,

addita l'ora dell'alba, il ramo che polla,

conta i passi obbligati della salvezza..

Il piede incespica...Il niente sfalda l'attesa...

Il molto da cui venimmo è un punto minuscolo..

L'occhio, il piede, la mano, il molto, il niente,

chiusi nei segni di una mappa intricata

dove ruota e beccheggia un mondo dipinto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il caso di starsene muti in una ressa di voci,

gesti, progetti intesi anzitutto a drizzare

intrichi di muri, da abitarvi per poco

fino alla guerra- cancellazione temuta,

forse sperata..

l'errore di annettersi l'ombra di un'ombra

in mezzo a un niente che pure comporta fatiche

" Chiamatelo sogno, non cambia"

intanto patire attese e le ore del sonno

e quelle ugualmente torpide della veglia..

 

 

 

 

Prima di essere re

e pane e flauto e barca

fui uccello dei cieli,

fiamma che guizza, vento:

io che il giorno degli ansimi

che la notte dei sogni,

mai non conosco quiete,

né mai smetto l'inganno

- uomo dai piedi lenti-

di ridurre la fine

dei mondi rotolanti,

delle stelle infinite,

alle poche stagioni

della mia voce esile.

 

 

 

L'ultimo canto

Forse la prova fu in questo andare per acque

mai ferme sotto i cieli, sopra gli abissi,

incontro a porti segnati su logore mappe,

e ancora in questo snodare funi d'inganni,

chiusi dentro l'inganno che tutto include,

così seguitando le attese, le congetture.

Dunque sostiamo fra le mura e gli arredi

dicendoci eventi remoti, grovigli di storie,

il colmo amore attimo fulminante,

il nostro, il loro ultimo esteso dolore,

un canto accennando, breve come un saluto:

"..la segreta allegria

di starsene affacciato,

il cammino malcerto

nel percorso tracciato,

l'arbusto che infoglia,

il cielo che imbruna,

dentro i vetri la luna.."

 

 

 

Epifanie

Vengono ombre che s'appressano intente,

salgono in folla anche le non chiamate.

(Quali di esse amai, quali mi amarono,

e chi mi disse:"Andiamo", a chi risposi:"Sempre",

chi dopo tanto lasciai, da chi fui lasciato,

con chi percorsi una strada,di chi attesi la voce

e chi passò veloce dentro i miei giorni ?)

(Da molti aspettai vicinanze, da molti una guerra,

di quelli che più m'accostarono chiesi la morte

tanto così m'affamava la loro presenza.

Con tutti compii un tragitto

breve, inconcluso,

di alcuni conobbi l'ansia,

di alcuni il rancore,

per altri appresi un passato

di insidie, di incanti,

e chi chiamò piangendo,

chi rise e disparve).

 

 

Sostano finalmente

nella mia camera ombrosa,

si sovrappongono i volti,

sono confuse le voci,

al mio cauto richiamo

rispondono chiamando,

dal mio desiderio adunate

ripetono il loro apparire.

 

Tornano nel mistero

mai veramente toccate

- con loro fui quello che ieri

si aggirò nel recinto

annodando parole,

dalle parole vinto.

 

 

 

 

Al padre

Ombra che indugi nella memoria confusa

come al ritorno da un lontano viaggio

non più dicendo di altre partenze e fatiche

e del destino di abitare sulle onde.

Corpo toccato solo avanti la morte,

arrese mani, brevi ceduti lamenti,

venni per mare anch'io se mi portava

fra chiuse mura la tua nave inerme.

Vecchio randagio lungo deserti di acqua,

partito ragazzo da un paese di selve,

poco o niente sapesti del figlio sperso

a rintracciare nel buio l'esatta via.

( Aprile, vele nel golfo, tu m'attendevi

e la pianola sgranò una promessa d'amore,

m'involse allora la pena che adesso sciolgo,

avevi gli anni che compio mentre ti parlo.)

 

 

( Noi scendevamo l'isola verde di luce,

svaniti gli orti, le case, prossimo il cielo,

nelle tue braccia, come semenza nel solco,

colsi un istante il bene di essere colmo.)

Ti riconosco compagno nell'arduo cammino

oggi che molti padri invano ho cercati

solo trovando uguali nel dubbio, nell'ansia,

cauti viandanti verso un ignoto traguardo.

Sei la stagione trascorsa avanti la mia,

l'ultima porta e scendo verso l'uscita,

la voce tenue levando traverso le nebbie,

ombre chiamando nel nome breve dei vivi.

 

 

 

 

 

Confidenza

M'attende nello specchio

come in un vecchio racconto di prevenuta pazzia,

raramente mi guarda

pure so bene il disprezzo che alterna alla paura,

stiamo insieme ab initio

ci staremo di certo fino all'estrema chiusura

quando ripartiremo

per quel niente che a noi come a tutti spetta.

Ogni tanto lo scordo

e andando si fa lieve e contento il tragitto,

ma presto l'ignorato

torna a contare i passi, a mozzare i respiri;

l'ho visto, si ammanniva

di assai dubbie speranze, di premi da poco,

quando era sufficiente

amministrarsi le ansie e le voglie mai zitte.

La volta che ho provato

a lasciare la stanza del suo triste segreto

ha socchiuso la porta

e m'ha mostrato, un attimo, sabbia soltanto e

cenere.

 

 

 

a Pier Paolo Pasolini

Ancora la vita

come fosse un altrove

da abitare nel sogno

e questa - di rabbie, di attese,

e pure cara, cercata -

la porta da valicare,

una vigilia, una sosta.

Ancora l'ansia,

come scura semenza

da concimare, annaffiare,

e in essa la mappa

per seguitare il viaggio.

( Un pomeriggio, a Sabaudia,

nella tua ultima estate

- dal terrazzo tua madre

chiama il mare che avanza-

maledici il catrame

dentro la sabbia, lungo la battigia,

e stupisci dell'olio

di uliva che smacchia ).

 

 

 

per Sandro Penna

Nell'alta stanza con le imposte chiuse

gli tornavano intatti il cielo e il mare

e fanciulli fra l'erbe e l'erbe al sole

del tempo immemorabile sereno

forse varcato soltanto nel sogno.

S'ammucchiavano intorno

al suo letto di logore lenzuola

vari strumenti e vecchi panni e mappe

per un viaggio da compiere ancora.

Nelle notti vegliate udiva l'ora

battere sopra le cupole e il fiume

e già piangeva l'attimo bruciante

quando la triste fanciulla gentile

sarebbe entrata a fermarlo nel sonno.

 

 

 

J.R. Wilcock

" Tutto è niente- diceva- e niente è morte.",

come il sapiente di Vienna salito nei boschi

pacatamente insisteva:" E tutto è parola.",

dalla sua casa di tufo guardava le terre

cedere i solchi all'abisso e le viti slegate.

Quando la mano non tenne la pillola amara

- forse sarebbe rimasto ancora un mese-

l'ombra sua macilenta, nell'alba di marzo,

chiuse la stanza dei libri, spense la lampada,

lasciò sulla porta il cane in mezzo alla nebbia,

sdegnata sparve verso i confini del vuoto

dove avrebbe dissolto il chiaro degli occhi

e la sua fragile sorte di triste animale.

 

 

 

da Poesie per la madre

Io non sapevo, no, quando cantavi

- forse d'aprile, nella stanza azzurra-

che tu eri la madre, ch'ero il figlio.

T'ascoltavano i monti e le pianure,

le rondini acquietate nelle gronde

e io incantato sul cuscino bianco.

Nel tuo canto s'aprivano le attese

del confuso presente, le mestizie

di tutti gli improbabili futuri.

Compresi allora ch'eri la compagna

di un viaggio di asprezze, di tormenti,

al di là delle mura e delle porte.

Lungo molte stagioni quell'inganno

dentro mi crebbi e mi finsi colui

che nella notte cammina davanti.

Stasera dici con voce di pianto

- sale nel cielo la luna di agosto-

che andasti sola per le strade buie.

 

 

da Congedi

 

Il sogno, non quello che a notte

assai di rado conduce per inattesi Eldoradi,

invece inserra porte, stringe cunicoli,

confonde alfabeti, lega i piedi alla fuga;

(torna mio padre e mi offende

come mai fece da vivo;

parte per non più tornare

chi a fianco mi dorme fedele)

il sogno, che accompagna la veglia

-fantasma d'amore- salute- ferma allegria,

e converte i passi, falsamente consola,

sdoppia l'istante in uno specchio ingannevole:

una tale spaventosa chimera

dobbiamo ucciderci dentro.

...Andava il delfino veloce

nell'acqua azzurra portando

la prima voglia di esistere.

 

da Recinto d'amore

Da sempre aborro le armi,

non so se per superbia o per paura,

e quanto ai cavalieri

preferisco i cavalli.

Amo invece l'amore

e seguito a cercarlo

bestemmiando e soffrendo,

come non mai sapessi

d'essere in un servaggio.

 

 

 

Ti vidi, andavi fra tanti

- nell'aria filtravano ombre,

in fondo alla piazza giardini

di alberi spogli - ti vidi:

eri tu chi aspettavo.

Andammo, insieme, parlando

- il buio avvolse le case,

s'alzò dal fiume un gabbiano-

quale parola, fra tante,

quale gesto mancammo?

Ora io so che quel tempo

fu solo un lungo patire,

pure a volte mi chiedo:

" Quale parola fra tante,

quale gesto mancammo?"

Un dio nemico ci tenne

fermi, sopra un abisso.

 

 

 

 

La luna apparve, tonda, e ci distrasse

(nella finestra, in cima alla magnolia),

stavo per dire:" Non sei tu, l'amore.

Io voglio solo prenderti, tenerti

per un eternità che non misuro".

Corsero i giorni, la luna riapparve

(nel vento lieve, sopra la magnolia)

e mi dicesti:" Partirò domani.",

con la voce di chi non vuol ferire,

intanto caccia nel ventre un coltello.

 

 

 

 

 

Chi potrà mai, mai più darmi quel bene

che m'aspettavo come un nutrimento?

Che m'accadrà, ora che a un guscio vuoto

assomiglio il mio giorno, la mia sorte?

Non vedo, non ascolto, m'incammino

per una lunga strada, senza mappa,

e non lascio segnali per tornare:

incontro al buio avanzo dal buio.

 

 

 

 

 

Altro non ho che la disperazione

e una confusa voglia di sparire:

nessuna voce che venga a chiamarmi

nel pozzo vuoto in cui sto rannicchiato.

E' morte questa che già mi rinchiude.

La memoria è disfatta. Ci fu un tempo

( a chi appartenne se niente rimane?)

quando attendevo che tu ritornassi

e pativo, chiamavo, e tu apparivi

molto ridendo di quel mio penare.

 

 

 

 

 

" Vorrei che mi guardassi e m'ignorassi.",

chiedi. Tu sei vigore e sfinimento.

Arde l'estate, seguitiamo i passi

di un inatteso accordo, di un intento

che al sempre il sempre aggiunge e vi disvela

un'antica promessa da fermare.

Nell'orizzonte trascorre una vela:

immenso desiderio da chiamare.

Presso gli scogli la medusa attende

l'incauto che s'accosta. Ti disciogli

dall'acqua azzurra. Sulle case scende

il sole, come un gioco che si compie,

come la sola suprema risposta.

 

 

 

 

 

Hai sognato il tuo gatto che affogava.

E' mattino sui monti, nella stanza

trapela un fresco sole, mi domandi:

( esiti prima, ti guardi le mani

lievi, sottili come foglia o vetro,

attendo un poco ansioso, ti sorrido)

" Ora, promettimi di essere eterno".

La tua voce pretende una risposta.

Io dico:" Eterno è questo che viviamo.",

dico che t'aggrediscono fantasmi

dissennati nel mezzo della gioia.


Ma nelle mie parole v'è il morire

che ci spetta, la brevità del tempo

che ci fu dato in oscura misura,

v'è la passione che non sa durare

oltre il fievole battito del cuore;

v'è la sconfitta e, pure in questa, il bene

di restare nel sole del mattino,

di traversare strettamente insieme

l'ora della stagione ed il destino.

 

 

 

da Per altre misure

 

 

Un albero, per appoggiarvi la schiena.

Stare là, senza pensieri, senza possessi.

Il mondo davanti, dietro, intorno.

Uguale al ramo, alla foglia. Che importa

la tegola rotta, la stanza stretta?

Restare fino a che è dato,

senza orologio e senza calendario.

Chi ha deciso questa inquietudine?

Partire, tornare, tenere, trattenere,

quando basta appoggiarsi a un albero.

Invece, nella sazietà

temere la fame, sospirare nella contentezza.

Così, da per tutto.

Non un attimo di sosta. Sempre una guerra,

un contrasto. Profumi che divengono fetori,

polpe che infradiciano,

parole come baccelli svuotati.

Una barca fragile su un mare senza fondo,

l'ansimo nella corsa dell'atleta,

l'urlo dopo il traguardo.

Non sapeva e gli è toccato imparare.

A che è valso ?

Continua, come se non fosse avvertito.

Si sveglia da sogni confusi,

si dice che oggi capirà.

Un istante e tutto si ripresenta,

uguale a ieri e a ieri l'altro,

lo stesso disagio, la medesima angoscia.

Quando è cominciato tutto questo ?

Non l'ha voluto, ma sta

dentro questo recinto,

e chiama e cerca mentre si processa

e si specchia.Narciso, il deluso,

muore per acqua. Si conosce nel fonte,

si raggiunge negandosi. E Lui qui,

nemmeno lacero, nemmeno affamato,

chiede compagnia nell'errore,

traversa luoghi che lo trattengono,

insegue fantasmi, si chiama per riconoscersi.

Come può difendere la casa, quando

sa di averla eretta sul fango ?

Come può vigilare sui figli, quando sa

di essere lui stesso un figlio

piccolo inerme? Forse altri verranno

e la loro giornata sarà chiara e sicura

come l'idea che lo annichilisce.

Gli tocca solo questo:

dopo essersi rivoltato nel vuoto,

recuperare la voce perduta,

tentare la presenza.

Non più la salvezza e l'uscita.

Solo un altro patto,

una nuova misura. Per seguitare.

 

 

 

 

Sono quel che fanno.

Un rametto di basilico in un vaso d'argilla,

tocca piantarlo, innaffiarlo.

Il mondo non è un'idea se il nostro corpo

ha fame e s'ammala, se respiriamo

l'aria che andiamo impestando.

Chi crede ancora all'anima vagante

in un regno etereo ? Come se lei,

l'anima, non la portasse ognuno

nelle proprie carni, nella mente

che dubita e decide,

nei piedi che s'arrestano o procedono.

 

Il seme spunta, s'inerpica,

sboccia, matura, infradicia.

Ma è corsa troppo a lungo

dietro il suo desiderio,

non s'è più ritrovata. Forse le tocca

tornare là di dove era partita.

 

Anche Lui voleva

una storia diversa.

Con il risultato che s'è trovato davanti

altre mura da abbattere e,

dietro quelle mura,

da lottare contro gli stessi mostri.

 

 

 

 

L'amore è stato e continua

ad essere il perno della sua esistenza.

Quando le manca, si sente disperata, vuota.

Anche nel mezzo dell'amore è scontenta.

Vuole tutto: la vicinanza, la compagnia.

Pretende di specchiarsi nell'altro,

pretende che l'altro

abbia le sue stesse voglie,

pensi i suoi stessi pensieri.

E siamo alla favola del mostro primigenio,

lui intero, spaccato

a metà dall'invidia divina,

condannato per sempre a cercare

la parte mancante. Quanti riusciranno

a imbattersi in quell'altra parte

e per quanto crederanno di esservi riusciti?

I più rabberciano, pazientano,

si lagnano, si rivoltano. L'Amore,

così come lo pretendono,

sbuca di rado, quando non s'assenta

del tutto. Dunque,

ammesso il bisogno impellente,

si passa la vita disperando.

La fiaba di Amore e Psiche:

la ragazza rapita non trova porte per fuggire,

lui torna nel buio a sfinirla di carezze,

per vedere chi l'ha rinchiusa

lei attende che dorma, abbagliata

lo vede. Il seguito è noto.

Psiche supera prove impossibili,

si ricongiunge all'amato. E qui

la fiaba finisce con il dovuto festino.

 

 

 

 

 

Il suo amore è pieno di odio,

Il suo odio è pieno d'amore.

Questo è arrivata a sapere,

dopo aver camminato nella nebbia,

dietro un fantasma che chiamava bene e salute.

Le tocca lasciare la rassegnazione,

la pazienza. Le tocca restare qui,

fuori dell'io e del tu, in una ressa di parole,

tutte da districare, da farne cose e gesti.

Nemmeno un istante può fermarsi.

Deve aggiungere mattoni, mentre i muri cedono.

Così per il suo stesso corpo:

lo nutre mentre la consuma,

lo vigila mentre la stordisce.

Di dove verrà il segnale estremo ?

Quando si mostrerà il nemico

che porta dentro e la minaccia di morte?

Intanto si procura conforti

che sa esili e brevi,

si figura mutamenti, cerca

l'uscita dalla faticosa vigilia. Sbaglia,

ma ha smesso di blandirsi.

di ripetersi bugie. Sta qui

e vuole starci fino a quando le è dato.

Qui deve raggiungersi, tenersi.

 

 

 

 

 

Il referto da tanto è lo stesso.

Vittime, chi le azzitta?

Carnefici, chi li arresta?

Disastri ovunque. E inconcludenze.

A questo punto c'è chi avverte,

con i riflettori accesi della coerenza:

"Esci, una volta per sempre.

Non predicare il silenzio, azzittati.

Vai ripetendo che non sei,

dunque blocca il respiro, annientati."

Ma Lei è spaventata da che l'aspetta

e Lui si allaccia le scarpe

per ripartire. Vedono il cielo passare

dagli azzurri ai bianchi ai viola,

odorano il vento, si godono

il sole sulla faccia,

il sapore di un frutto, il sonno

che sale negli occhi.

Non si tratta di rinunciare.

Forse che non sei vivo

anche mentre soffri o ti ritrai ?

 

 

 

 

 

Dovremmo restare dove siamo.

Lei sa di essere in cammino.

Ogni passo le prova di esserci.

Basta ed è tanto. Il resto !

Aveva quattordici anni,

un pomeriggio d'estate, sola in casa

si urlò dietro:" I morti, i morti!"

e si precipitò per le scale;

ne ebbe il piede sinistro slogato.

Ancora sogna di aggirarsi in quelle stanze

e sente al di là delle scale

i passi di qualcuno e sa

che non le riuscirà di vederlo

e ne è atterrita. Si sveglia

con il cuore in subbuglio.

 

 

- Se solo decidessero

che questo non è più di un sogno.

 

- Chiamatelo sogno, non cambia nulla.

 

- Gioverebbe il silenzio.

 

- Conclusione proposta altre volte.

Ma qui nessuno muore,

nessuno lascia corone.

Qui le parole dette si dissolvono.

E' una fine e vuole sembrare un inizio.

 

 

 

 

 

da Simmetrie

 

L'idea di stare

dentro un immenso vuoto,

affardellati di niente,

nel niente incespicando.

*

Cercarsi, nemmeno accostarsi.

Domande. Mai chiuse risposte.

Pure qui l'ora, il giorno.

Quale voce accompagna ?

quale mano conduce ?

Un grumo ogni storia residua.

*

Desiderio è mancanza.

Indifferenti stelle

dentro abissi insondabili,

sperse divinità

in limbi senza nome.

Altra la soglia, la stanza

poco avanti lasciate,

altro il momento, il percorso,

lo sguardo sorpreso allo specchio.

Non v'è ritorno,

     soltanto l'andare e l'addio.

 

 

 

 

 

Parole come gesti che additano il percorso,

innervate, veloci, da sottrarre al silenzio.

Parole che dissaldano segreti,

che disfano la trama

spessa della paura.

Leggere come foglie,

aguzze come lame,

usurati strumenti

ma chiamano l'attesa, la salvezza.

Corsa breve di sillabe, universo

ricomposto di scaglie,

involucro, confine,

di un'impresa insoluta.

Mappa, specchio reclino,

porta schiusa di un sogno,

e cercarvi la voce

che finalmente adduca

dal nome al corpo.

Fiato, grido, sussurro,

e ritrovarvi il segno

lieve, solo il lacerto di un motivo

che un poco ferma, un pocoaccompagna.

Parole del tornare nell'addio.

 

 

 

 

 

Il canto, al dunque,

per sopraggiunto spasimo

incaglia, s'arresta,

anche dove s'inerpica

e l'ebbrezza

cede assillo, insipienza.

 

- come se, chiamandosi per nome,

avesse tentato un gesto

e fosse giunto al centro

di un vuoto illimitato :

di là, muovendo braccia o branchie,

trattiene il lembo

di una terra friabile.

 

- come se il fiato venisse

da reticoli mai esplorati

( e lui, il cantore,

andasse viscere e piedi )

per un bene che non ha più nome

o un male che di quel bene

affama e respira.

 

- come se la voce

fosse un dio solitario

senza più seggio né faretra

e va per luoghi cancellati

in cerca di altre misure.

 

- come un vortice

attorcendo si disfa

in un'ansa

di vetro imponderabile.

 

 

 

(Poesie inedite in volume)

 

 

Il limite

 

 

 

Starsene qui, nelle stagioni che mutano,

è la norma comune: il dono estremo e l'uscita.

A chi varcò la soglia non è dato tornare:

solo forse nel sogno dice parole slegate

troppo simili a queste dei nostri percorsi.

E seguitiamo assorti, a volte sorpresi,

ogni attesa è un gioco,

ogni dubbio l'incaglio di una deriva,

e diamo numeri ai giorni,

piedi alle voglie,

confini al vagare

- sforniti di mappe, ignari delporto.

 

 

 

 

 

L'isola

 

 

A Procida quali silenzi fasciano ancora

le vie che si stringono intorno

agli orti e alle case.

Stanotte il vento ha nettato il cielo e le isole,

sul mare steso scivolano vele.

 

In motoretta un ragazzo ebbro, assordato,

da Chaiolella a Porto, da Faro alla reggia deserta,

cerca uno sbocco alle sue voglie confuse.

 

Certo in mezzo agli ulivi vigila un dio

dietro i limoni e le palme, oltre i vigneti,

se questo è il luogo dove torna chi parte,

 

se dopo il crepuscolo Arturo ancora riappare

perché questo è l'approdo, questa la meta

dopo l'andare, dopo lo strenuo cercarsi.

 

 

 

 

Infanzia

 

 

 

Forse fu solo sciatta, solo confusa

(il paradiso prossimo-toccato

nei gigli d'oro del parato azzurro;

al di là della porta chiusa a chiave

la strada buia e un passo affannato)

forse là, in quella stanza,

il tracciato-l'abbaglio

e vale ancora se cerchi l'uscita

dove t'attenda il gallo dei risvegli

e una stagione tutta di mattini

lievi sospesi chiari interminati.

 

Forse già allora sapesti la pena

(un angelo paziente vigilava

contro quel buio, contro quell'affanno;

se in quel recinto durava l'esilio

partirne era la perdita, l'assenza)

e seguiti ad andare in quella stanza

e vi cerchi l'abbaglio e la paura

la stagione che dura

oltre le chiarità, oltre i mattini,

e resisti e sei quello e questo ancora

che si chiama-ti chiama fratello:

 

come il tramonto all'aurora.

 

 

 

 

 

 

 

Giovedì santo

 

 

Divisa in due, avvolta dai lini in un cesto,

la Vergine dell'Afflizione con il cuore d'argento

esce una volta l'anno dalla stanza in penombra.

In chiesa, ricomposta, a fianco del figlio piagato,

dietro gli ori del grano fiorito nel buio,

andrà per le vie fino alle rupi e al Calvario;

dopo i petardi e le campane a distesa

tornerà con la veste trapunta nell'armadio di noce.

 

S'abbuiano i colli, fra i castagni e gli ulivi

nel gregge ammassato il pastore cerca l'agnello,

chiama, bestemmia, l'afferra - in quel belato

il pianto estremo che non conosce il morire.

Latrano i cani, poi l'usignuolo per gli orti

scioglie il suo canto, lo svolge, lo lancia nel vento

lieve che muove i gracili rami del melo

piantato a novembre in un mattino piovoso.

 

Il pero, il loto, il tiglio, l'ippocastano,

appronta ciascuno a suo modo la fioritura

(foglie si svolgono tenere come ferite

nei verdi che variano dove il gelo riarse),

cava la talpa i suoi ciechi percorsi

scansando il pruno e il velenoso oleandro,

il motore in salita segnala un ritorno

nella casa di pietra con le serrande abbassate.

 

Eccidi a Gaza, tregua di un giorno in Rhodesia,

sparisce la nave stracolma di schiavi bambini,

un uomo, occhi grigi e giacca a quadri,

dice che ha scannato stanotte sua madre,

nella galassia sfocata s'accende una stella

- lesta si slarga nel telegiornale la mappa

dove su Nord e Sud scurano nubi,

i mari intorno sono un sobbalzo di accenti.

 

Scende il Cristo straziato dentro gli inferni

per riapparire, sabato a mezzanotte,

biancovestito dietro il sipario viola.

Tante e più volte anche tu sei disceso

nei luoghi stretti presieduti dall'ansia

sgomento ogni volta di non più ritornare

all'orto da coltivare, alle stanze in penombra,

sempre ogni volta tornando senza risposta.

 

Orfeo salì spossato i cupi viadotti

portando in petto il seme della sconfitta

- ne venne al canto un intoppo, una sprezzatura:

a cui s'accorda la voce breve e delusa

di chi s'aggira in uno spazio inconcluso

e vuole restarvi come se quello spazio

fosse l'unico luogo dove gli è dato abitare,

dove compie ognuno il suo oscuro percorso.

 

 

 

 

Libertà

 

Sta forse solo in questo:

dal fondo di un dirupo

accennare un saluto,

sorvolare radente

un avviso di morte,

spalancare le porte

dell'assenza,

cercare seguitando

nel suo nome accentato

il passaggio obbligato.