La Poesia italiana del Novecento - The italian Poetry of the 20th century

Roberto Pazzi



Roberto Pazzi è nato ad Ameglia (Sp) nel 1946, vive a Ferrara. Laureatosi in lettere classiche a Bologna, con Luciano Anceschi, ha insegnato nella scuola superiore e nell’università a Ferrara e a Urbino. Tradotto in ventisei lingue, ha esordito in poesia con una silloge apparsa sulla rivista Arte e poesia nel 1970, prefata da Vittorio Sereni. Le sue raccolte di versi sono: L’esperienza anteriore (I dispari, 1973), Versi occidentali (Rebellato, 1976), Il re, le parole (Lacaita, 1980), Calma di vento (Garzanti, premio Montale, tradotto in francese nelle Editions de la Différence), Il filo delle bugie (Corbo, 1994), La gravità dei corpi (Palomar, 1998, tradotto in tedesco da Tropen e in turco da Estetik Us), Talismani (Marietti, 2003) e Felicità di perdersi 1998-2013 (Barbera, 2013), nella nuova collana di Poesia Nike da lui stesso diretta. Il suo esordio narrativo è avvenuto nel 1985 con Cercando l’Imperatore, prefato da Giovanni Raboni (Marietti 1985, Garzanti 1988, Tea 1997, Marietti 2004, tradotto in dodici lingue). Sono poi seguiti alcuni romanzi dove la storia si fa pretesto di reinvenzione fantastica su una linea di pensiero antistoricistica: La principessa e il drago (Garzanti, 1986), La malattia del tempo (Marietti 1987, Garzanti 1991), Vangelo di Giuda (Garzanti 1989, Baldini&Castaldi 1999, Sperling e Kupfer 2006), La stanza sull’acqua (Garzanti 1991, Bompiani 2012). Con Le città del dottor Malaguti (Garzanti, 1993) la sua narrativa, pur rimanendo di ispirazione visionaria, approda al presente, alla cronaca italiana di questi anni, alla città dove vive: Incerti di viaggio (Longanesi, 1996), Domani sarò re (Longanesi, 1997), La città volante (Baldini & Castaldi 1999, Frassinelli 2013), Conclave (Frassinelli 2001, Barbera 2010), L’Erede (Frassinelli 2002, Bompiani 2013), IL signore degli occhi (Frassinelli, 2004), L’ombra del padre (Frassinelli, 2005), Qualcuno mi insegue (Frassinelli, 2007) Le forbici di Solingen (Corbo 2007), Dopo primavera (Frassinelli, 2008), Mi spiacerà morire per non vederti più (Corbo, 2010) e D’amore non esistono peccati (Barbera, 2012). Ha collaborato e collabora al Corriere della Sera, Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno, The New York Times. Dirige per Corbo, a Ferrara, la collana di narrativa “L’isola bianca”.

Wikipedia    http://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Pazzi



INEDITI

I campanili pendenti di Ferrara

 

Mi guardo allo specchio e cede

qualche crepa del suo congegno,

passo un panno sulla superficie

ma non è una macchia,

non va via,

è davvero una vena del vetro

sorella di alcune crepe del pavimento

nel salotto, di tanti piccoli terremoti

mai percepiti

che hanno assestato la città

fondata sull’acqua.

I campanili qui pendono tutti,

il Po ha lasciato un letto

sotterraneo

che non può sostenerli

e li invidia e se li mangia.

Opera vana e coraggiosa

alzarsi in questa città.

 

 

 

In viaggio verso Ancona

 

Quando sono con te non servono

più gli occhiali,

la vita mi bacia

ad occhi chiusi,

non vedo più

chi m’ inghiotte,

dente e boccone insieme,

amato e amante,

rima più baciata

del tuo nome

non si scrive.

 


 

Il treno ritarda

 

Il treno delle quindici e cinquantasei

partirà in ritardo, di venti minuti,

qualcuno stasera in una stazione

sotto i colli Euganei,

bestemmierà l’attesa,

qualcuno invece grazie al ritardo,

prima del Po,

riuscirà a prenderlo, quel treno,

e salirà trafelato e contento.

 

Per molti amati prima dei trent’anni

sono già defunto,

non li rivedrò mai più.

Per molti che mi vedranno fragile

vecchio non sono ancora nato,

devo ancora spuntare all’orizzonte.

 

Per altri, e sono i più,

non c’è nessuna linea,

nessuno orario da consultare.

Quel non essere per loro

è già la mia eternità.

 

 

 

Donne scalze

 

Degli uomini mi piace apprendere

il numero delle scarpe,

i vini preferiti,

gli anni che avevano

quando han fatto l’amore

la prima volta e se ricordano a che ora,

la posa in cui s’ addormentano da soli,

dove rammentano di essere stati felici

tanto da non voler più uscire dalla stanza,

che eroe della Storia vorrebbero essere

recitando una parte,

che nome darebbero al loro cane,

se temono di rompere gli specchi,

se quando guidano troppo forte

e passano col rosso,

ricordano mai se hanno lasciato istruzioni

per mettere o non mettere

alla loro salma le scarpe

di cui mi hanno rivelato il numero.

Delle donne invece mi piace sapere,

se cantano volentieri da sole,

che cosa cantano di solito,

se ricordano gli oggetti della stanza

dove hanno fatto l’amore la prima volta,

con quale attore della storia del cinema

avrebbero voluto passare una notte,

se la bugia che le ha salvate da un guaio

ora me la potrebbero raccontare,

se amano il loro nome

e come avrebbero voluto chiamarsi,

se a loro non è mai piaciuto.

E se vorrebbero la borsetta nella bara

delle scarpe non chiederei nulla,

non mi parrebbero necessarie

come agli uomini, per frenarne l’impeto

di correre nella morte,

le scalze farebbero meno rumore e meno paura

tornando una notte a casa,

dove le amano ancora,

senza semafori e limiti da violare.


Il mio niente

Oggi verrei a casa tua,
farei questo lungo viaggio
solo per infilare questi versi
nella fessura sotto la porta,
non potrei rompere
il divieto di rivederci.
Niente, vorrei dirti,
solo questo niente.
Fu detto già tutto.
Da quando ci siamo separati
sopravviviamo,
siamo la rovina di quel tempo.
Ma questo mio niente dopo di te
mi sostiene e si rafforza,
cresce bene con gli anni,
si fa grande, muta la voce,
non vuole più stare con me,
esce sempre più spesso
a cercare altro niente,
inutilmente bello come fui.
I nostri occhi han fissato il sole,
non guardano più,
ricordano di aver visto.
A che servirebbe rivederti ?
Perderei il mio niente.
Di tutte le cose che potevo fare
ho sempre scelto una sola,
monco di troppe vite non fatte
tu sei il Niente che mi ha scelto.
E ti appartengo sempre.




L'eretico

Non ero nato per vivere nell'ombra,
ho dovuto subirla,
ma di quali doni ricompensa
splendere nell'oscurità !
La gioia della meraviglia
se qualcuno mi scopre
e si prende il merito della scoperta,
il sollievo di aver già in partenza
deposto l'affanno di salire,
la risorsa di uno spreco delle ore
da gran signore del tempo,
la libertà di camminar fra chi corre,
la leggerezza di saltare corsia
non appena scorgo la fila
del buon senso,
lo spettacolo della vita
da fuori campo, fuori linea,
eretico da niente,
che gioca coi segnali delle parole,
e inaugura mondi
con gli alberi dalla chioma
sotto terra e le radici per aria,
a prendere confidenza
con gli errori del vecchio Dio,
che non ci vede più bene
e si lascia suggerire
dal diavolo le forme che non vede,
( il diavolo sono io ).





Nevicata dal treno sulla pianura padana

Sotto la terra bianca come il cielo
c'è il mio pane della gratitudine
per la via percorsa, per i temuti pericoli,
le paure e le lunghe attese che svanirono
consumate tutte a poco a poco,
le carte del mazzo tenute nelle mani,
ormai già tutte in ordine sul tavolo,
una mano già nuda.
Quel paesaggio sono io,
assaporo la panoramica dall'alto
di me così piccolo diventato grande,
restano solo poche stazioni,
posso guardarmi attorno con calma,
perdere tempo, ne ho vissuto tanto,
a ripensare tutto quel bianco
che oggi mi abbacina gli occhi:
il mondo con la mia vita dentro
mi aspettava a occhi chiusi.
E chiudendoli così s'assapora
d'un nuovo amore il bacio,
da una bocca bella e tremante.


Ritorno al mare

Il tuo tempo è diventato
il va e vieni del prigioniero nella cella,
l'attesa del pendolare
che ogni giorno spia la fuga
nell'orologio grande
allo stesso marciapiede.
Ritorna sui numeri dei binari
un'antica matematica di arrivi e partenze,
è ancora un gioco
contare i minuti per le coincidenze,
da bambino sempre sognavi di fuggire
da Ferrara per tornare al mare.
Era la via della felicità
il viale della stazione.
Nato sull'acqua
oggi ti parrebbe di tornare laggiù
ma non sai se i ritardi
siano fame di arrivare
o paura di scoprire
che tutto quell'azzurro è evaporato
e il mare non c'è più.


Specchi e specchiere

Sempre mi tremano le mani
quando curo la barba allo specchio.
Non solo per la difficoltà di guardarmi
capovolto e spingere le forbici
a medicare il cedimento all'informe
oltre i luoghi possibili,
dove non sarò mai,
ma per il gesto che di nuovo mi tradirà,
perché la guancia che a destra m'appare
la ritroverò con la barba curata a sinistra.
Allo specchio non serve la memoria,
si cura di un altro volto
che non è più questo.
Il viso che fu amato per sempre una volta
lui lo sa, lui lo è,
e non lo rivelerà,
in ogni luogo della terra
porta male romperlo.
La sua strenue fedeltà prepara la mente
all'ultimo ritratto,
dolce vendetta delle specchiere
- avran mutato sesso intanto quegli specchi
per meglio amare il volto amato -


Vecchi e nuovi specchi

Specchi dove non mi stanco
di guardarmi sono
le stazioni di provincia,
i vagoni di seconda classe,
i vecchi che trascinano sporte a rotelle,
i depositi di biciclette incatenate a pali,
la gente che aspetta in coda un autobus
e intanto scruta lontano
e non vede nessuno arrivare.
Ma a volte mi sorprendo a guardarmi
in specchi diversi e più antichi
quando rileggo un verso
che mi folgorava trent'anni fa,
"Felicità raggiunta si cammina
per te sul fil di lama"…
Ecco, a cinquantasette anni

la vecchia voglia d'incanto mi riprende
di chiamare e dirteli quei versi
che mi fanno ancora tremare,
ma sarebbe lo stesso errore
anche con te,
non aver ancora imparato
che fugge la gioia dal tuo nome
e non si cattura la tua ombra.


Vecchio Dio

Dio, oggi non ho nessuna voglia
di sentirti scorrere nel sangue,
e faccio di tutto per non sentire
come pulsi alle orecchie,
vecchio sangue del mio Dio che s'attempa,
e si fa sempre più stanco e lento
finché un giorno cadremo insieme.
Levarsi la mattina e levarti con me,
accudirti, rivestirti, profumarti,
questi gesti di antica confidenza
di carcerati in così poco spazio,
lisi come abiti, frusti come parole
d'auguri ai compleanni,
le stesse che useremo capovolte
come stoffe per condoglianze,
che fatica si fa a tenerti in piedi,
mio vecchio Dio incolpevole, viziato,
capriccioso, sempre più sordo,
che non s'accorge di ripetersi
o forse finge e a volte riesce
a farsi credere unico e fedele,
deciso a restarmi accanto
per amore solo per amore,
e non perché non sa dove andare.
Ma intanto mi lasci qui a ricordare
il giovane Dio che eri,
che non aveva caldo né sete
e pattinava leggero sul ghiaccio
del Nulla cantando senz'ombra,
senza colpe da temere,
né premi da attendere,
il bel niente che eri
senza eco di me,
immune da questa leucemia
dell'eternità che mi beve il sangue.
Sei la mia subdola malattia, Dio mio,
febbre e nebbia che sale
dall'argine consumato del mio tempo.






DA L'ESPERIENZA ANTERIORE


Da un belvedere della val di Magra


Una volta, io lo so,

qui c'è stata la gioia.

L'aria ne trema ancora.

Ancora non si è spento lo stupore

della valle

a vedersela un giorno andar via.



DA VERSI OCCIDENTALI



La visita


Quando venivi a casa mia

dimenticavi spesso qualcosa

- un pettine degli orecchini due anelli -

Ma mi mentivi sempre,

la tua non era volontà di rimanere:

tu volevi andartene sì,

ma tenendomi nel giro del tuo corpo.

Eri eterna allora.

Se aprivo un cassetto

o spostavo una sedia

Mi volevi circondato dalle tue apparenze.

Solo così potevi correre dall'altro,

dirgli "amo solo te".

Fu così che la tua menzogna

santificò questa casa,

perché ora che sei come morta

tutto cambia,

tu che mentivi ora sei

quella che ha sempre detto la verità:

per gli oggetti si passa da questo mondo

al nulla, a colui che ora

porta alle dita i tuoi anelli,

che ha nei capelli il tuo pettine

ai lobi i tuoi orecchini spaiati.

Giocavo poco fa coi tuoi oggetti:

stavano in una mano,

non hai più altezza misura

non sanno più dire dove sei.

Per loro saresti l'aria il vuoto

se non ci fossi io a tradirne la fiducia

per trafugare un giorno

la sua immagine per te.

Perché tu allora romperai

l'incantesimo,

restituirai te stessa

agli oggetti a questa casa a me.



Da IL RE, LE PAROLE



Il filo delle bugie


A me la mia vita non piace

e non posso cambiarla.

Mi sforzo allora di farmela piacere

e qualche volta mi dimentico,

dico che la vita è bella.

Ma la vita degli altri

mi sta sempre davanti

e mi viene una gran malinconia

perché nessuno riesce a mentire

davanti ame che so mentire qualche volta

così bene da dimenticare

che mi sto inventando la vita.

Andrà a finire che perderò

il filo delle bugie, delle verità

e una cosa nascerà simile

alla necessità di odiare qualcuno che amo

nella speranza che male e bene

non mentano più e smettano

di sembrare diversi.



La coperta del letto


Il mio amico Bruno se n'andava

da bambino in bicicletta cantando

in una lingua che non c'è.

Gli piaceva che la gente che passava

lo credesse sempre uno straniero.

Io, con la gran coperta del letto dei miei

sulle spalle, da bambino mi credevo re,

in cucina ricevevo personaggi,

decidevo le guerre e le paci,

facevo politica mondiale.

Questa storia è andata a finir bene

perché non è finita: non abbiamo

più smesso di giocare.



L'acqua


Quando ho sete faccio scorrere

a lungo l'acqua, vorrei poterla

bere più fresca, sempre più fresca.

Mi è capitato di non potermi decidere

e rimanere col bicchiere vuoto in mano,

pensando all'acqua che berrei

se attendessi ancora un po'.

E' una differenza così leggera,

da riempire il mare nell'attesa:

c'è qualcosa di così mortale

nell'acqua, che ieri ho tremato

sentendo un bambino dire "ho sete".



La cella


Signore - se credessi in Dio direi -

Signore, fammi il mondo

una cella così perfetta

che possa starci solo

la mia anima.

Signore, allarga la mia anima

al mondo,

fa ch'io ne esca solo il giorno

in cui non potrò

più incontrare altri che te.

Signore, prendi il mio sesso,

fa che né femmina né maschio

possa più capire,

nascondimi, fammi solo

parola di Dio.



I capelli


A sera a me la barba

è diventata dura e nera,

i tuoi capelli di zucchero filato

invece non si sono mossi,

non li spettina il vento,

chi sei?



Poeti e peccati


Tante sono le lingue del mondo,

solo il silenzio non c'è;

tu sai che poeti e peccati

saranno rimessi,

sono io, aprimi!



"Dio non parla"


Dio non parla,

è un poco divino

dimenticare una lingua.



Da CALMA DI VENTO



Folle


Pane. Chiamami pane,

pane, pane, molte volte

dimmi pane.

Perché tu sia a folle in me

la moltiplicazione

dei pani.



Astrologica


Se fossi donna non amerei che me stessa

nell'acqua,

se fossi uomo non amerei che la donna

che si ama nell'acqua,

se fossi acqua sarei l'acqua dlla donna

che si ama.

Ma l'uomo è fuoco e soffre,

non è amare d'acqua il suo che basti,

non è l'Oceano che abbraccia la Terra,

alito delle foglie marcite

che nutre le foglie vive.

La donna saprebbe non morire,

non può compiere la sua volontà

perché l'uomo la vide bagnarsi

con le sue compagne, scherzare,

non aver fretta, non percepire il tempo,

non aver bisogno di niente,

non chiedere altro che quello che ha;

e l'uomo fu sbranato dai cani

per averla vista nuda giocare

un giorno sull'acqua.

Perché l'occhio che guarda e s'interroga?

L'uomo è un intruso,

venne con lui il desiderio,

l'acqua e la terra non lo sapevano

quando venne sul vento il fuoco.



L'anima


Alcune volte ho pensato all'anima

che trattengo come la sabbia

nel risvolto dei pantaloni,

come la terra che non si stacca

dalla suola delle scarpe,

come una macchia di frutta

di stagione: la fragola

non va più via, nemmeno le ciliegie,

ma la più terribile è la pesca.

Anche i cachi, le mele e le pere

facevano impazzire mia madre,

ma solo l'erba era come la pesca.

Ci si può macchiare anche di pioggia,

rimane l'ombra dell'acqua,

una piccola zona più scura.

Dei colori solo l'acqua

diventa odore di muffa:

le stagioni non laciano odore.

Ho cercato d'immaginare

quale parte del viso porteremo,

come sarà fatta l'anima,

se avrà un naso, degli occhi, una bocca.

A che serviranno gli altri sensi,

se restano solo colori?



I nomi


Metteva nome Stanley a fiumi

che nessuno conosceva.

E sulle carte vergini dell'Africa

città e cascate apparivano

evocate da quell'esperto di nomi.

L'esploratore non rivelò mai

la formula delle sue evocazioni,

ma a volte, alzando il capo

in città a leggere i nomi

delle vie, in me rivive

quell'amore per gli sconociuti

prigionieri nel sonno delle pietre,

nell'incoerenza dell'acqua.



Sono qui, Signore, qui


Sono qui, Signore, qui,

mi troverà il tuo coltello?



Gli occhi


Gli occhi invecchiano

prima delle mani,

le ambizioni dinastiche

dei sensi cedono

alla signoria della notte

come se materia e forma

trovassero l'araldica

conciliazione di uno stemma.

Così negli occhi Dio governa

il mondo, motore immobile,

tregua fra oppositori e fedeli

alla signoria di Amore,

alto sulla vetta

dei corpi che vanno già

vestiti di cenere.



L'eleganza


Gli stili delle epoche, i sovrani

che non mutano nome ma numero

nella successione al trono,

sono gli anni del corpo.

Le prove del sarto ritagliano,

su stoffe che non copriranno

per sempre, il disegno d'una

figura incapace di pose

per l'artigiano severo

che fascia e cuce e rammenda

i guasti del tempo.

C'è, dentro quell'irrequietezza

davanti allo specchio, il sogno di un'eleganza

definitiva,

liberata dalla civetteria

della storia.



Il ritardo


Per otto anni il mio orologio

ritardava un minuto e mezzo

ogni sette giorni.

Poi una mano lo aprì, e ora

anticipa di un minuto e mezzo

ogni sette giorni.

Risanato cammino, operato

invece che al cuore, al tempo.

E' una convalescenza da tutti

i ritardi sommati nelle mie arterie,

gli antipodi forse camminano così.

Si è spostato l'asse celeste del

cervello, di qualche grado in meno

inclinato sul piano della morte,

gioca con orbite di stelle più lontane.

Per fare i conti di quanto

debbo restituire di anni rubati,

scrivo queste operazioni.



Le stanze


Quanti sonni consumati

in queste stanze...

Poi un giorno le stanze

passeranno, ne costruiranno

altre, ma solo i sogni resteranno.



Il ciliegio giapponese


C'è il mandorlo,

l'albero che fiorisce

appena qualche giorno

e poi si spoglia del colore

per i frutti,

come tutti gli amori mortali.

C'è l'albero del fico

che non mette mai fiore,

è subito frutto,

come la madre di Dio.

C'è il ciliegio giapponese

che quasi non conosce frutto, è solo fiore,

come l'amore di Dio.



Il canto


Quando canti sento il mondo

Tutto aperto entrarmi dentro:

minacciato da un dolcissimo male

si rifugia intero nel mio corpo.

"Vattene, vattene via..."

gridano gli anni,

ma è tardi, il canto è entrato

dentro fino al cuore.



L'amore fiore


Tu sei i miei occhi,

io sono la tua voce,

oscura è la storia dei corpi

fioco rumore di anime

sfogliate come pagine,

non successivi capitoli d'una leggenda

di giorni nell'orbita

del sole e della luna,

ch'io non sono ancora

e che più tu non sei,

nomi di lingue morte e spente letterature,

voci di pastori d'Asia e di angeli

in lotta nell'oscurità per venire alla luce

della mia e della tua volontà

di stringersi a questo tempo

nell'attimo in cui lo sguardo del sole

e della luna in eclisse

si amarono e irruppe ladra

la morte sulla pelle

per il nostro vagabondaggio

in questo giardino dove nessuno

coglierà frutti, amore fiore,

desiderio perpetuo

di Adamo che dorme e Dio lo guarda

e pensa alla donna.



Lettera da Ferrara a un amico romano


Mi hai chiesto al telefono

perché non vengo ad abitare a Roma,

che ci sto a fare qui.

Ma qui si guarisce più in fretta,

si vede la vita calare a vista d'occhio.

Sapessi come occorre poco, un niente,

per una così lunga malattia,

sapessi come passa presto una giornata di nulla

davanti a un cortile dove non passa mai nessuno,

con le acacie i colombi i camini le statue ...

(vivere è superare un esame,

accumulare giorni bianchi,

le prove dell'innocenza).



DA LA GRAVITA' DEI CORPI



Silenzio


Santo santo santo è il silenzio

amore tre volte purificato

dal fuoco dal vento,

frutto del deserto

maturato dalle tenebre

per mani chiuse in cerca dell'alba.



Gli orologi di Ferrara


Due orologi battono dalle torri

le stesse ore a prudente distanza.

L'inutile ripetizione cerca

l'orecchio più duro

per convincerlo che il tempo

passa davvero

o è l'orecchio

che distorce il tempo e ripete

l'ora nella camera vuota della mente?



La mattina


La mattina non è ingrata,

difficile è la sera

addormentarsi senza qualcuno

che racconti e negli occhi

risusciti il risveglio

della mattina.



La voglia


E questa voglia antica

che mai si spegne

col passare degli anni,

come farò come farò domani?

Chi di un vecchio ancora ragazzo

perdonerà l'antica brama?



Il fiume


E nasce un tempo nuovo

Di quest'amore nascosto

come un pesce sotto i ciottoll

nelle pozze d'acqua fino a sparire.

Là sotto la voglia di tradirti

è solo la forza di saltare

da una pozza d'acqua

a un'altra, verso la perduta

corrente, nel fiume grande

dove c'eravamo trovati.



Paura del mare


Potessi risalire la corrente

riuscire a una sorgente...

Sono un pesce di fiume

che teme di perdersi nel mare

e ne ode lontanissimo il destino.



In volo verso la Sicilia


O vita mia che ti vuoi restituita

Solo a forze consumate,

vita che mi conduci veloce al finale,

alla rovina del mio corpo,

vita che mi hai chiuso in questa carne,

ti guardo da questi occhi,

nel mio odore di uomo

che occupa un'aria leggera

e lascia nel vuoto la forma

di un desiderio.

Passo dove passarono i corpi

Che formano quel vuoto,

aspiro l'aria che fu loro,

sono io, ora, il loro deposito

da consegnare

a chi non conoscerò.

Così intimo è il contatto,

così impudica la successione

negli atti, testamento mai scritto

di beni che non rimarranno

a nessuno. Perché alla fine

nessuno mi erediterà, nessuno

avrà i beni del primo

di questa catena di lasciti,

tutto ritornerà al primo possessore.

Siano rese grazie agli dèi

Che mi vollero sterile,

ma brucia la volontà di consistenza,

la fame di porti e di ospitalità

in enciclopedie dove i nomi

scorrono in successione diversa,

come re di Francia spossessati

del nome per un numero,

come l'aria che si sposta

al mio passaggio, ma non mi tiene,

non mi lega, non mi stringe,

mi lascia al male e al bene

del mio svanire.



La stretta


Impara da me, così veloce

A catturare la preda;

vivi due volte,

il sogno della cosa

e il gesto della presa

- all'atto di stringere però,

avrai già un principio

di affanno, lasciala... –



Al risveglio


Mi sveglio e dall'altra parte

del mondo se ne vanno a dormire.

C'è sempre qualcuno in viaggio

per entrare dove sto uscendo,

come la compagnia di musicanti

che ho sognato, dal Nord

in cammino verso il Sud.

Appena li ho salutati

la dolcezza della lingua

mi ha tradito:

ero il paese dov'erano

felici di svegliarsi

insieme a tutti i paesi

addormentati di questa

metà del mondo.

Sono una cava di sogni

ancora da sfruttare

per i lavoratori della notte,

un campo di grano

per chi questa notte

ha fatto il pane.



Alla morte


Se la morte fosse la mano gentile

che chiude gli occhi,

la coperta che avvolge un corpo

e lo protegge dal freddo,

un gesto rubato di assenso,

un sì lasciato cadere

a una muta domanda,

un patto privato, un passaggio

segreto, una tregua

rinnovata di anno in anno

fino a dimenticare l'esattore

distratto che non s'accorge

se convenga risvegliare la creatura

che gli si era affidata,

se la morte fosse un visita,

un viaggio, una vacanza,

traditi da un'amnesia

delle parole per tornare a casa,

un passaporto scaduto,

un'autorità che non firma

permessi, né rinnova visti

per una rivoluzione che ha sospeso

la legge, se la morte non fosse

cattiva, se fosse buona,

la morte?



Il campanello suona


Chi mi cerca, chi?

Corro su e giù verso la porta

Ma non c'è nessuno.

Eppure suona ancora,

lascio che si tradisca

in una voce, non mi muovo.

Chi sei?

Avevo paura di saperti

Di là dalla parete sveglio,

a spiarmi, da bambino.

Oggi sono io quel che eri tu,

mi sono messo una barba

bianca al collo,

un bambino truccato da vecchio

ti aspetta,

ma non resta molto tempo,

spegni il mio orgoglio.

Ho passato la vita a sognare

L'incontro che la spezza in due,

ecco che suoni ancora alla porta,

cosa faccio?

Se ti corro incontro non ci sei,

se attendo qui fermo

non ti accorgi di me,

Dio, apri la porta,

non tardare

(tanto so che sei tu)

Roma, giugno 1997.



Le ali


Mi mancano le ali

eppure l'ansia di riaprirle

m'accompagna notte e giorno.

M'insidia il desiderio,

mi cattura sul ramo più basso

dove matura la mia vista.

Sogno il nido laggiù,

l'uscita, il varco, il ritorno.

Le parole sono piume disperse,

antiche prove di volo,

invidia delle creature terrestri.

Qualcuno le spaventò,

disse che il canto le caccerà

non appena mi ricresceranno

le mie ali.



L'osso del numero


Ho nostalgia dei numeri dimenticati

nei conti minuti della spesa

da conservare nelle tombe dei vivi,

delicati deperibili segnali,

meridiani e paralleli della sete,

geografie della fame,

proiezioni di Mercatore

e linee di data del caldo,

fine del freddo,

calcoli di sonno e veglia,

temperature di febbre,

metrica di accenti e sillabe

da togliere alla carne

per darla al numero,

osso spolpato che rimane

ma posso dimenticare

il suo colore degli occhi,

il suo timbro della voce,

lassù in alto

dove i capelli scherzavano

al vento sulla testa.

Roma '97.



L'allegria della fine


Se la vita sta finendo

è una strana allegria

che mi cattura,

le cose da fare saranno

ancora per oggi infinite,

già domani si conteranno,

poi, dopo domani verrà

dato l'orario delle partenze.

L'ansia di fare la valigia

la conosco dagli inizi

del viaggio, quando si partiva

per il mare,

combacia la valva che s'aprì

col coperchio solo un poco consumato,

e forse troverò due parole

in rima per chiudere la mia vita.

Ah, preziosa calma

di questi giorni,

ci si può riposare

guardando la via percorsa

e far somme e sottrazioni

di anni, e godere

delle date misteriose stelle

di un cielo che ruotava

senza che sentissimo il vento

degli astri.

Girando con la terra,

senza sosta, occupati a riempire

la durata del viaggio,

non porgevamo orecchio

alla musica e al silenzio,

del cosmo non avevamo sentimento.