La Poesia italiana del Novecento - The italian Poetry of the 20th century

Giovanni Parrini


 

Giovanni Parrini è nato a Firenze, dove vive e lavora. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Nel viaggio (Lietocolle, Faloppio, 2006), con prefazione di Neuro Bonifazi; Tra segni e sogni (Manni, Lecce, 2006), con prefazione di Maurizio Cucchi; Nell’oltre delle cose (Interlinea, Novara, 2011), con prefazione di Giovanna Ioli. Alcuni sue poesie sono presenti sull’Almanacco dello Specchio 2011 (Mondadori). Inoltre, l’autore ha pubblicato in molte riviste, fra cui Atelier, Bollettino ’900 (a cura del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna), Caffè Michelangiolo, Specchio (mensile del quotidiano La Stampa), oltre che in vari siti web.


E-mail: giovanniparrini@tin.it

da Nell’oltre delle cose

Parallela a noi

c’è una traccia che va,

se puoi, osservala,

accostati, ma con delicatezza,

con l’umiltà che non cancelli il suo tratto di luce,

quello che ci conduce,

quando ne disperiamo,

per strade impervie e malcerte presenze,

a sorprenderci se una stilla d’oro

si tiene al leno verde, che fa breccia

nel ciglio dell’asfalto,

oppure riconosci quella traccia,

nel qualunque procedere,

quando i cavi da migliaia di Volt

all’improvviso, sono uno spartito gigantesco,

da traliccio a traliccio,

con pause d’aria e per note fringuelli.

Al desco, circa un metro quadro, morto,

di plastica traslucida,

la fantasia riesce a sfuggire, a volte,

dai riti scoloriti della sosta,

sente un’allegoria

nel brulichio indistinto,

la vede nelle fionde dei convulsi carichi,

che sfrecciano nel vetro

affacciato allo scialbo scenario autostradale,

alla marcia obbligata, indifferente,

che a ciascuno significa un inizio preciso,

una data conclusione,

così come deve essere,

parziali,

non potendosi vedere i segnali

della direttrice estrema,

su cui partenza e arrivo sono identici.

Se sono plausibile,

e posso reperire ancora un mio significato,

svincolato magari da quello che c’è intorno,

non so: dovrei fidarmi

siccome ne discuto –

della mano divina, cosiddetta,

che autentica la gamma

estesa dalla blatta fino alla supernova,

(ivi semmai includendomi)

con un atto illeggibile. Si esiste?

non è ovvio,

latita a volte

il logos,

che disastra e classifica,

ordina. O si è?

È un’opinione, una domanda, alla fine

e dobbiamo tenercela,

frutto perenne d’una infausta parvenza

dagli aditi ingannevoli agli arcani

del congegno universale.

Il fasto del momento,

nel riflesso del fiume,

è una trasparenza,

un decoro di maglie lattescenti

tra le pietre degli archi, che sanno

quanto è passato, tornato,

immagine ondeggiante,

tuffata all’incontrario nell’azzurro,

al quale i rami si sono piegati,

e gli sguardi e le braccia,

tutto lo sperpero delle stagioni,

sfatte a un’increspatura,

spente piano nel cerchio che s’allarga

e tornate a raccontarsi

nella pioggia, una notte.

Al colmo di un ricordo,

tutto diventa uguale,

non ha senso,

o ce l’ha e non lo sai:

basta un sospiro, che ti si confondono

la rinuncia e il motivo,

tratti diversi a una stessa sembianza:

erano giochi sfrenati sul prato,

flanella appiccicata alla pelle sudata,

corsa, pallone, un due tre stella, alberi,

che dalla scorza assorbivano l’odore

del fiato e delle lappole,

sono fantasie di scarabocchi

e una macchia, il cielo,

caldo, tra foglio e gota.

Il nostro mondo,

un mappamondo logoro,

scolorito, pieno di botte micidiali

non quelle che gli tiri coi piedi grassottelli,

tenendotelo sulle ginocchia arrossate,

e poi fai nuovamente rotolare,

sbattere alle pareti –

se sapesse la tua manina morbida,

ombra sopra i deserti,

e quell’indice roseo che lo scorre, veloce,

puntando il luogo magico che cambia

sempre tutte le storie

brutte in favole per addormentarcisi,

allora, io la vorrei una terra così,

la gravità all’occorrenza zero,

l’orbita mezza storta sul tappeto,

e il cammino che riprende domani

dal segno a pennarello,

tanto la notte è dolce, tanto vegliano

sulla coperta il panda e il gatto blu.

Proprio quando è difficile

oramai sostenerla,

pure soltanto pensarla,

lei s’inerpica,

è vita,

io l’ho guardata

nel mix d’ansia e di ioni – un lago chiaro,

largo una bottiglietta,

profondo sì e no dieci centimetri –

fluire piano, attendere,

e quasi non ci credi,

se una mano ne cerca già un’altra,

un passo si affatica,

le labbra si dischiudono in un nome:

forse allora il motivo è davvero alto,

sta dappertutto: dentro i materassi, nelle lenzuola,

nella stoffa dei camici, nei grafici

verdi che, oscillando, copiano

i tracciati dell’anima, affidata

non a questo triage,

a uno differente, imperscrutabile.

Ora, mi avverte adulto nelle sue fibre rugginose,

sembra mi riconosca,

il cancello che faccio sbandierare,

due, tre, volte con me sopra: è domenica

intrisa di voci che mi chiamano ancora,

di campane d’allora, che spandevano

onde di bronzo, rituali paesani.

Sarò un bambino,

lo so, ma il vento porta le parole

che per me gli lasciasti

e il tuo volto è una trama

di trasparenze azzurre.

da Tra segni e sogni

Cada cosa (la luna del espejo, digamos)

era infinitas cosas, porque yo claramente

la veía desde todos los puntos del universo

Jorge Luis Borges, El Aleph

Senza un dove,

né un quando,

ma dappertutto, al termine di questo

appuntamento al buio,

ci deve essere un volto,

estremo, unico ai volti, un solo intreccio

di materia e di forma,

un punto in cui anche l’ultimo diaframma

tra verità ed errore,

tra nome e cosa, infine, si disintegra.

Che vocativo umile

il silenzio del gelo nel rifarsi

la vita strenuamente!

Il nonnulla passato negli amplessi

delle vane occasioni

crocevia di formiche, d’api, d’uomini –

è l’arpeggio dei rami denudati,

la mistica scintilla senza meta:

per una cruna occulta

filerà trasparente

l’oscura meraviglia del soqquadro.

L’invenzione del mondo non è limpida,

c’è qualcosa di storto,

un atomo scordato

dal conto, se la lotta non s’estingue,

non volge al peggio, al meglio,

e tutte le mattine, da capo si apparecchiano

attrazioni pungenti,

e correnti sensuali,

cui a malapena tiene testa un ethos,

che ci porta più in alto,

sopra la messinscena, l’impostura

d’arcobaleni o baci,

ci inertizza – ma solo un po’ – al comando

di codici sentiti,

nel fondo delle vene.

Che catastrofe eterna, l’immanenza,

essenza fatta schema

ritmo, attesa!

Nel fondale superbo

tutto è così sfrontatamente vero

tremendamente falso,

o, peggio ancora, né l’uno, né l’altro.

Da mille chicchi d’oro alla farina,

amori e guerre.

E fu sudore e polvere,

fu tomba sigillata sotto il fuoco

di numeri perfetti, senza scopo.

Meglio fermarsi un poco

dove la penna indugia, e lascia correre

il pensiero più avanti,

fino ad un punto intatto, immaginato

dove riposa quello che sarà

tutt’uno, volo ed ala, nido e nuvole.

Se non che nel periodo,

stremata la “e” fantastica,

la copula mancò tra il segno e il sogno,

tra il passo ed il trapasso: era già solco,

il rigo, era memoria

che andò, precipitando, in una bianca

voragine, con me.