La Poesia italiana del Secondo Novecento - The Italian Poetry of the second half of the 20th century

Alberto Mario Moriconi

Alberto Mario Moriconi, nato a Terni, vive a Napoli fin dalla fanciullezza. Penalista, poi docente di letteratura drammatica all’Accademia delle Belle Arti di Napoli, pubblicista: in particolare, critico e rubricista culturale de Il Mattino. La sua opera poetica: Vortici rupi mammole (Gastaldi, Milano 1952), Trittico fraterno (Ceschina, Milano ’55), Anno Mille (Rebellato, Padova ’58), Le torri mobili (Guanda, Parma ’63), Dibattito su amore (Laterza, Bari ’69), Un carico di mercurio (Laterza, ’75), Decreto sui duelli (Laterza, ’82), Il dente di Wels (Tullio Pironti, Napoli ’95), Io, Rapagnetta Gabriel - e altre sorti (Pironti, ’99) Sue opere sono state tradotte in più lingue. Un’ampia bibliografia della critica dal 1952 al 1987 sulla sua opera è consultabile nel volume La poesia di Moriconi di Franco Lanza, ed. Liguori, Napoli 1988, pp.137-153, preceduta da una rassegna della detta critica, pp.105-131; ed una bibliografia essenziale fino al 1998 segue una serie di saggi (di Marcello Carlino, Elio Gioanola, Giuliano Gramigna, Niva Lorenzini, Francesco Muzzioli, Raffaele Nigro, Tjuna Notarbartolo, Antonio Piromalli, Giorgio Patrizi, Giuseppina Scognamiglio) su La poesia di Moriconi pubblicati da Nord e Sud, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, aprile-maggio 1996 e agosto 1998.

 

VITA BECERA DEL POETA
Meno 
            la vita becera 
del poeta,
                 mi tengo il ceffone 
o mal lo rendo, 
                          tento 
schivare il briccone e m'industrio 
briccone, 
                 scendo 
nella mia stima, patteggio, mi 
                                                  svendo. 
		
Oh ma a quel nono patto 
mi rizzo, rilutto, m'impunto: 
strappo il contratto.
                                  Sì sì, riscalo
la china. 
Miserabile, porto 
quel mio gesto d'oro in regalo 
ai miei.
              Con gli occhi a una cima, 
rimbocco il mio sozzo angiporto.
(da "Un carico di mercurio")	
 
 
	                  
 URBANESIMO
Madre, tu hai sbagliato 
tu m'hai buttato fra i cementi lisci* 
ch'ero ancor gleba erbosa, senza
consentimento,
ch'ero ancor vento,		       
e per questi rigagnoli
- neve, ero, d'Appennino, -
ero aroma di pino, fra i miasmi
d'un addome di vicoli.
E non è a campo la tua sepoltura 
nemmeno.
M'hai scodellato nella città laida, 
che già ne aveva troppi, d'orfani, 
con padre e madre vivi, sì proclivi
al canto molle e allo spuntato	
lazzo e all'avvampo
e svampo immediato, gente	
che "tene 'o core" (riposto)
"e 'o ca..." (non so) ma
d'altro niente,
come me.
Volevo a campo
la mia sepoltura.	.
* Morto mio padre, quando avevo cinque anni, mia madre si trasferì e mi trasferì dall'Umbria nativa a Napoli.

(da "Decreto sui duelli")
 
 
 

 PESCE RONDINE
S'io fossi turchino 
e più corto 
sarei quel pesce rondine (celo 
due, forse, aluzze vertiginose),
del pari attratto 
da coste umane, e da oscuri 
venti interni distratto, ritratto.
                                                  Né è più
l'età per la mia sete d'alto 
mare.
            Balzo a tre o quattro
metri sul viscido pelo e per cento
metri anch'io volo:
                                 e il goffo 
rituffo, in vista d'un molo 
calcinato, in un liquido 
letame.
Non ho né squame né ali 
turchine, 
                 son tozzo non corto, 
pesce gregario sì, e solo,
nel fondo del tossico porto 
di Napoli.

(da "Decreto sui duelli")
 
 

 L'ETERNA RIMA IN ORE
(IL DISTACCO)
Solo chi non è amato 
muore senza dolore:
il solo desolato 
ch'ora si aspetta amore.
Ma io che ho amato e amato 
e sono stato amato 
e sono ancora amato
invidio il desolato 
che senza un cane muore
accanto, 
e sorride un compianto 
al mio schianto d'amore 
sognando amore, vita, 
all'uscita da questa 
sua vita camposanto.

(da "Io, Rapagnetta Gabriel")
 
 

 PRIMO PARTO
E urlò e urlò contro metalli e usci 
abbaglianti...
                       D'un tratto 
bisbigliò: "Salvate lui."
(da "Dibattito su amore")
 

 PRIMA GRAVIDANZA
(IL GIGLIO)
E Adamo ripeteva: 
"Ma tu partorirai con gran dolore, eh?"
Ed un turgore guaente, un fumido 
vermiglio lezzo 
                          espulse 
un giglio.
E ancora l'eiulìo, Caì Caì, 
dell'inesperta, Caì... "No, 
no, su!" 
Adamo lo levò - "carino!..." - a Dio. 
Caino, insomma.
(da "Dibattito su amore")
 
 
 

 LE NUOVE SOLUZIONI
(PER MANZONI )
"Vuoi tu, Lucia Mondella, per tuo legittimo sposo 
qui il signor don Rodrigo?" 
E poi il divorzio. Mutar di prospettive.
          - Mutatis mutandis... - 
"A te l'anello e la pillola 
anticoncezionale..."
          - ... omnia munda mundis -
(da "Dibattito su amore")
 
 

 FALLO
                                    Silvia, rimembri ancora
Ecco quel davanzale 
donde mi sorrideva gioventù 
donde la gioventù. 
E che fu il marmo tombale 
alla tua verde virtù.
Eccole quelle scale
per cui volavi tu,
e scivolasti male, 
dissero: e bello fu.
(da "Dibattito su amore")
 
 
 

 NO ALL'" INFERNO "
(PER FRANCESCA E PER GIANCIOTTO)
Virtù, anche tu fortuna.
Date a Gianciotto un vero stinco, o un arto 
d'alluminio, di pròtesi perfetta: poi, 
poi, menategli Francesca... 
la ravegnana, che ignora, cui,
in batticuore, al cospetto, e il pudica-
mente ostinato occhio al suolo, di lui 
primo apparì quel piè.
                                     Le sbalza 
l'occhio 
               le rotea... 
                                 e in quello 
di Paolo, a un canto, svolò batté.
Fate a Gianciotto un piè dritto:
e lui ci pesta 
peccato e delitto.
La trafiggeva (poi, trafitto...) il fresco
 occhio cognato, mordace audace: "Pace, 
ora, pace... 
o suora..."
L'occhio ferito esplora 
tutto in lui gaio e ritto.
Oh avesse, per bon'ora, 
prima di quel ch'è torto 
- nera virgineità! - lei scorto l'aspero 
austero pelo o quella dentatura 
guerrïera del Ciotto 
o mensurato la muscolatura...
Virtù, pur tu 
ventura.
(da "Decreto sui duelli") 
 
 
 

 MATTINATE DEL PADRE VEDOVO
Mezz'ora di sfizio, cent'anni di guai.
E voi mi vedete
                          sul mio cantone,
coi miei quattordici figli e figlie, ciascuno
alla sua magione.
Sfizio, mezz'ora: soffiavo "oh dimmi:
ma tu li conti?... "
"Certi momenti pure, coi conti?!..." lei, cara:
cara e così
di parto
se ne partì.
Facendo il pieno (sfizio) si va 
lontano: 
                e crescitene quattordici!...
E busso là, l'ospizio, mi dà 
una minestrina. 
C'è una suorina 
per chiamarmi 
                           papà.
(da "Dibattito su amore") 
 
 
 
 

 I VESPRI SICILIANI
La mano che toccò basso avvampò 
il vespro.
Non la mano militare prensile 
d'alture, che ha ghermito e serra spalti 
e guglie, il nocchieruto 
pugno che spiaccia e sgretola: 
                                                le nude 
e aperte dita, una mano 
smagrita, 
che convulsa ama, e che morbida 
corse da sé a un corpetto, e poi giù gonna 
tentò formicolò: nel vespro,
sul sacrato, 
la mano d'un soldato 
solitario. 
Non l'artiglio ferrato che ferisce
e arraffa, che brandisce 
i tetti come dadi e se gli cale 
all'aria scaglia e i campanili 
svelle ai vili
Panormiti:
                   una mano,
sì, maschia, ma sguantata
di ferro, calda madida... gelata...
forse una mano morta,
lungo una gonna,
che trasalì,
e toccò il basso d'una donna
e la bassura - il vespro era già cenere -
accese ed il pallore popolano
lo scorno e il corno contro l'armatura
e quella che sonava squilla l'Angelus
batte a martello e coltello e coltello
fuor degli stracci a ballo
contro armatura e armatura e armatura...
Talché la città vile
ribolle, il campanile
chiama e infollite folle
accozza e sciama
in turbini e straripa
da stretti a piazze dai lastrici a sabbia
a glebe a rupi
a creste...
Talché Palermo fu franca e l'isola,
miracolo! miracolo!
                                   Una mano...
l'ora che oscura, e in che prepara cena 
la tua donna... una mano 
innocente... la sera, 
e primavera, sul sacrato, 
e struggente 
l'estranea salmodia... 
                                   la mano 
del soldato desolato 
forse lambì la gonna 
di santa Rosalia.
(da "Un carico di mercurio")
 
 
 

 LA DISOCCUPATA E LA MERETRICE
Essa dice dice d'un posto,
è riccia mora, la pelle scabra 
[però avrebbe attratto 
(ancora?...)],
forse le spetta (il posto), 
confida, e l'amica nega, saputa, 
nel viscido scendere, un'ansa 
intestinale, della ventruta 
tonitruante città.
Che forse, può 
darsi, l'avrà, no?
"... Dio ssolo 'o 
sape." 
L'amica nega: "Con quelle cape!..."
"E nun sonco, vuò
dicere, mo, manco cchiù bella...
no?" 
"Tu non si' quella che 
si dà, cumm'io mi do,
 me donco."
Scendono per le budella 
della città (sfocianti 
al mare, all'Immacolatella).
"I' nun dico 'fai male:'
nu 'o saccio fa'!" 
"Porta l'onore - e cuntame -
a 'o monte di pietà. 
S'impara, impara." 
"E nun sonco cchiù chella 
 
ca 'mparà può... Tu credi, 
'cu cchelle ccape, 
niente da fare'...?"
"Tu sei un'Immacolatella 
che niente 
d' 'o mare 
sape."
(da "Un carico di mercurio")
 
 
 

 LA PROPRIETÀ
Il giorno in cui distinsi 
                                       il mio 
dal vostro, io persi tutto il nostro 
immenso tutto, 
il giorno in cui recinsi 
                                     andò distrutto 
quel confine che c'era l'orizzonte 
solo d'ogni vagare 
nostro leggero incantato.
                                         Così
io m'inibii con una 
                                 siepe 
ogni monte, ogni mare, 
per amor d'una zolla incondivisa,
su cui sol io picchiare,
friabilissima zolla.
                               E a chi tentò, 
per ruzzo, inconsapevole 
di barriere, saltare 
picchiai in fronte; e a chi bere 
poi volle alla mia polla, mia d'un tratto, 
e sete e vita estinsi.
Né uno m'abbruciò la siepe, risero 
i selvaggi di me, quel folle: 
                                            e il folle 
moltiplicò le sue 
zolle, le sue 
zolle, 
le sue... 
I miti selvaggi ridevano!
 
(da "Il dente di Wels") 
 
 
 

 ELOGIO DELL'ECONOMIA
Con sua tale ossessione del risparmio, andava 
spegnendo a sassate i fanali ai viali. 
S'attenuò anche il lume degli occhi, 
per la riserva al domani 
- e apposta udì anche di meno, -
e il lume ch'è nei medii cranii, 
e, ipoteso già, i pulsi minimi 
dei cuori sani (non seppe oh degl'insani
l'alte tensioni, gl'irraggi e il bruciare). 
Ovvio, ovvio, anzitempo defunse (consunse 
meno giorni). 
"Che sperpero di fiori..." 
Riemerso dalla cassa, soffiò su tre candele.
(da "Il dente di Wels")
 
 

 LE LIBERTÀ STATUTARIE
In pergamena è porta a noi la libertà... 
E allora, io taccio? e sto? perché? 
dilaga errore orrore il dolore 
dolore...
               Perché tace e pensa
su una petraia di secoli 
un saggio.
Le libertà... 
e oggi ecco ripensa lo slogan 
della Ford Motor Company: 
"Il modello T vien fornito
nel colore che desidera il cliente 
purché questo colore 
sia i1 nero."
                     - La prima auto costrutta, 
il T, con il sistema della
catena di montaggio, 
della catena... -
                           Sulla 
piramide 
si tace, forse 
chiuso alla pena, forse 
nemmeno cogita, 
il saggio.
(da "Decreto sui duelli")
 
 
 

 DI GARIBALDI SÌ
quell'una spada, di mano dolente, 
ch'io invocherei - sparita ov'è?... - di bisturi 
al mondo...
forse fu un sogno d'Italia e di Sud 
America, 
di peoni e cafoni
(da "Decreto sui duelli")
 
 

 CATONE E I DUE SCIPIONI
Catone è il Maggiore; Bruto, il Minore; 
Tullio, Cicerone; Publio, Scipione Mag-
giore; Lucio, suo fratello.
Stecchito e spiritato 
Cato, beve l'aceto, alfine Cato
respigne tra le sue vigne a Literno 
Scipio, non mai inebriato 
di possa e gloria.
                            "O Roma 
di me indegna, 
non avrai 
in più, da me, tu, le mie ossa."
Ma Tullio loda le virtù sterpigne
di Cato - e Tullio è 
uomo d'onore.
(Publio bruciato, Cato 
incalza e incarcera Lucio per mariuolo:
 il probo e povero.)
E piace a Dante più che Scipio Cesare, 
Bruto, poi, niente! - e sì, che Dante sa
e delli vizi umani e del valore.
(da "Decreto sui duelli")
 
 
 
 
 PINDARO E SERSE
Pindaro scelse l'attesa, l'ha sciolta 
vinti i Persiani, or verseggia per l'Attica. 
Mastro egli è d'epinici, gli epicedi 
lascia a Simonide.
(da "Io, Rapagnetta Gabriel")
 
 

 MIRACOLO PER COPERNICO

  Dove si sostiene che il Sole si sta e la Terra si
  muove solo a partire dalla prima metà del XVII
  secolo di nostro Signore.

  
Tolomeo non mentì. Mentì Copernico. 
L'enorme sfera stava, 
ab initio, 
                caduta all'Artefice 
fuor della danza universa
 e obliata.
"O Sole, statti, e tu, mite Luna, aspetta" 
ingiunse Giosuè con la colante 
spada: e il Sole,
è vero, ristette: mistero del suo servile, 
perenne, correre in tondo, soccorrer l'ignava
cosa, e senza di lui diaccia e per lui 
prolifica d'un moto 
di mostri.
Tolomeo con nud'occhio 
lodò l'alto giro amorevole 
ché al nudo piè sentiva il basso e tumido 
livido stare.
                     Mentì 
Copernico, e il telescopio 
di Galileo...
                      ma sul rugghiar dei roghi 
degli eretici, 
in orazione fissi a Lui torcendosi
- "Dio, confondi i fanatici gli atroci 
armigeri d'un vero... - che è, poi, il vero?" -
in orazione, fumanti, in faville, 
ed al Sole sbiancato, che sobbalza, 
che vacilla e devia dal suo percorrere 
eterno, 
e poi sui tizzi 
umani e la cinigia 
fetida in furia imporpora, e ogni nube 
cassa, ed i campi i greti 
brucia ai malvivi, 
ai ventri di città fermenta pèsti... 
l'"Eppur si muove," gemito sospiro
vile di Galileo, fu scherno e grido 
suo, di Dio, 
che squassò scagliò la Terra 
                                              a un frenetico 
prillìo, 
             bloccato il Sole: 
                                        ed al guinzaglio 
intorno al Sole, 
o come la ciuca alla noria, ella corre 
e corre, ché s'ella si ferma 
ella è persa.
                      "E si muove!" balzò, 
vi dico, Galileo, 
alla scossa d'abbrivo, 
cieco in Arcetri - non più telescopio... - 
e vide!... un attimo: il Sole, spossato 
quietato, ridergli misterïoso.
(da "Decreto sui duelli")
 
 

 IL LENTO MATRICIDIO
(II PALINODIA DI GIACOMO)
... ogni già selva, duna.
E il mare s'abbituma, si raggruma.
Per tutti i cieli fuma.
"... l'estrema estrema untura!" "o natura,
o natura,
                 te l'aspettavi, poi, 
tu, dai figliuoli tuoi...?"
("ma i nuovi impianti di ripulitura...
le 'docce' le 'docce' dei Lager!...")
"Chi ti chiamò 'matrigna'? 
Ah, sì, fui io: Leopardi. 
Anch'io ti disconobbi: 
madre fin troppo pia 
con gli eccelsi bastardi 
in apparenza simili 
a Giacomo Leopardi: 
e anzi da te fatti, 
madre mia, meno gobbi 
e più vivi: e ti fotti."
(da "Io, Rapagnetta Gabriel")
 
 
 

 BALLATA DEGL'IMPICCATI
VILLON:
"Pietà pietà di noi"
I COMPAGNI:
                              "e d'ogni altro 
appeso"
                "e ogni appendibile" 
"e degli appenditori"
"pietà diciamo del mondo che penzola 
da una corda invisibile."

(da "Decreto sui duelli")
 
 

 PAESAGGIO SENZA FIGURE
Tutto fuggente, sfuggente, nulla 
di un Vero: 
e in me nulla di statico, sì di labile,
no di torbido, d'insincero: 
cuore illanguente ché 
tropp'ha veramente battuto; 
laringe ardente per il troppo, insulso 
canto a un salso vento, fraterno 
canto, e per un fitto groppo 
di vario pianto. Per dedali, ad un falso 
di tramiti, morgane 
- ne rutilava, il deserto - e Utopie 
spente: da Arpie e Gòrgoni 
- o sol violente esse al pari parvenze? -
forse anch'esse poi spente.
	 E tradito e ferito,
anch'io spento... e qui, ritto.
	    Da chi? Perché? se sotto
e intorno a me,
nïente,
il brulicare d'un violento
niente.
(da "Il dente di Wels")
 
 

 LA GLORIA
Un po' di più conosciuti: la fama. 
Un po' di più complimenti: la gloria. 
Frustrata, irrisa brama 
pure del degno, spesso: 
e la laurea rama 
tu speri innestata a un cipresso, 
almeno: ti batti, ti sbatti, 
ti batti... 
trascuri, maltratti chi t'ama, 
ti perdi chi t'ama.
(da "Il dente di Wels")
 
 

 LA VITTIMA DEL SOR ME
Essa non ha il cuore di dirmi 
questa parola consolatrice: "Tanto, lì dietro 
è la morte. Lascia 
rovelli e zuffe: presto ogni ambascia..." No, 
finge la pia d'annuirmi, e mi segue 
ancora infelice alle porte 
cui busso e che forzo e s'impiglia 
e ne piglia anche lei negli estremi 
miei matti attacchi alla sorte. 
Consorte, verace con...sor...te.
Con Sor Me.
(da "Il dente di Wels")
 
 

 MIO SPORT

Chi si scalmanò "Forza, forza Binda!" 
né mai pigiò pedali 
e "Forza Nuvolari!" né mai girò un volante 
è quei che poi le ali tenta e ritenta 
del cosmonauta Dante.
(da "Il dente di Wels")
 
 

 POESIE  TRADOTTE
IN INGLESE
QUEEN BE
The young queen on her first and usually last flight couples with the 
first drone to reach her. The nuptial flight is broken tragically by the 
downward plunge of the mutilated male, almost eviscerated: the queen
 carries, fixed in her body, his genital organs, of which the waiting 
worker-bees will help her to rid herself. But she retains inside, in the 
sperm-case, his seminal fluid which will suffice to fertilize her periodically 
and copiously almost up to her death. All the other maies, now superfluous
 for procreative ends, voracious idlers will be massacred by the female 
workers destined to perpetual virginity.
 
 
Queen bee, 
Love: 
           a gold 
fleck in high blue, 
an illusion pursued by a carefree 
horde of the death-bound... and one one has reached 
the fugitive queen in heat. 
A leap 
            dance 
laugh 
           sob, 
the sky bed, the whole of 
nuptial life in one flight, 
                                         mad 
flight, that spiralling 
embrace
                that tracks the Sun to its nest, 
which a drunken death shatters... 
Fecund and widowed 
she glides languid.
Ave, regina... 
Are you hugging your spoils close?... Okay! Okay! 
What are your thoughts ? ... 
Love ...
Enough of love, wise one: a gold fleck 
sped to the Sun.... a nest inside the Sun!... -  a plunge,
terrible, a mad
chimera.
Pregnant, pale she glides.
                                         The others, a silent escort.
"Return... the best of him with me,
 in me... Pull it out of me, put it away... 
like a spent
standard... I am still on fire, 
still..."
            They extracted the standard.
DRONES:
"Ave regina, among the death-doomed
again choose and enjoy..."
QUEEN:
"O workers, those parasites,
break them, the drones, sweep them-
fat and slack-to the winds.
                                             I had my lover at the zenith:
intoxicated I shattered him."
DRONES: 
"Queen, the doomed 
wait chastely."
QUEEN: 
"Drunk I gelded and broke him. 
He fell from the height of me,-we almost touched the Sun-
he spun down gutted 
like Icarus without his feathers. He fainted 
with pain, fainted 
with pleasure.
                        And I 
did not faint? Did not 
empty myself, my wings never wavered? 
I am left to my perennial 
cloistered pregnancies."
WORKERS: 
"Left to her cloistering 
perennial pregnancies."
DRONES:
"Ave regina, those who are about to die..."
WORKERS: 
"They bustle on the honey: now they are bursting."
DRONES: 
"From each one's 26,000 eyes 
they long for a sign from you: to the sky the sky!"
WORKERS: 
"They gasp for breath: they mount no petal."
QUEEN:
"You drones..."
WORKERS: 
"Ssssss! they are growing drowsy, drowning in the honeycombs. 
The sky tomorrow, kind Majesty."
THE QUEEN MOTHER (unburdening herself):	
"The nuptial life,
don't speak of it to me, friend, it's a lightning-flash,
an instant's aberration,
a madman's torch on the Eiffel	
Tower, a whirling match-head
that dares the Sun. It is...
It is a soft looping down, of death.
And what does she have to show for it (the queen!)? My 
exploits! a downflow, a rush of eggs, friend,
that never go to market: daughters 
and daughters and daughters, more
than the hive can hold."
Thus 
the old Mother groans.
THE WORKERS' Invocation to the young queen:
"Procreate, great sovereign, 
with all the seed 
                            and the future 
of the hive. 
The panic and the prayer of us drudges 
weak, earthbound, inert 
tied to your leap 
                            on the Unknown."
She breaks the steep flight
and the cruel kiss: glides, 
the sperm-case gravid, our
sovereign.
Having soared that one time, 
she reigns
with what she brings back.
"Queen, the celibate 
and doomed 
await your new launching and the sky..."
                                                                   "I
gelded him shattered him.
He fell from the height of me-almost the Sun."
		
                                                                             She sees it again. 
Burns again?
                        Around the queen who 
trembles dazzled, 
they massacre the plump male virgins.
And having soared that one time 
she reigns
with what she brings back.
She weaves... 
after her blue vertigo
                                    shut in 
between wax walls, 
across the years, 
Spring does not pollinate her, 
no more glinting of wings,
                                            perennial 
claustral half-shadow, 
she weaves thousands of lives
WORKERS: 
                                                 "eggs" 

thousands thousands of lives she broods 
and counts, and re-counts them, and 
broods.
The one time she soars, and the kingdom lives.
Semichorus OF WORKERS: 
"Penelope of a dead 
Ulysses (dead with dishonor.)"
THE QUEEN'S Lament:
"All at once they even
threw away my standard."
Semichorus OF WORKERS:	-
 "A chaste Penelope of a dead..."
Second semichorus OF WORKERS: 
"Or was she Penthesilea in the real encounter 
with her Achilles?"
Love lifts to heaven, heavenly Love kills...
QUEEN: 
"... one is hardly revealed."
"One is never revealed..." 
                                           sigh from the hive.


(From the volume "Dibattito su Amore", Laterza)
Translated by Ruth Feldman and Briah Swann
 
 
 AIR MISHAP
Inquest opened 
                          on three 
safety-bolts, six 
locks
blown like cotton millipedes. 
Suddenly the door squirted 
into two metallic moths, they twirled 
at fifteen thousand feet, 
			              fluttered 
down towards lily-white clouds, 
                                                    to a ring 
a glistening viscous field 
of Baltic Sea.
The eddy sucked into the oval void 
a pillow a purse a shoe and she 
was all but ravished: the sparkling, motherly 
grey-eyed one.
                         Athletic arms flexed 
she gripped the oval trapdoor's side 
arched her supple belly terrified 
above those milky shrubs, steaming 
asphodels; a savage wind searched 
her flesh but all its fury could not drag her 
-vivid blood-down to that ephemeral bed 
of asphodels.
                       Her dear companions 
caught her. The wound resounded 
in the ample bird, 
                               which spiralled downward. 
Smith straightened out at six thousand 
feet that son of a ... Through heaven 
a wayward radio rattled 
'Save Our Souls".
                              And the four 
hostesses arose in song. 
Windblown, grey-eyed Pallas sang, 
but tremulous within; 
the three companions sang 
blue-robed with her, beat a martial 
Christmas air from Ireland's 
glens.
           Then, recovering in the chill, 
one by one a hoarse voice 
and a clear added to the chorus 
passengers, fresh from their brush 
with death. 
They wiped the frost 
from skin and eye, while little girls 
sang out, sang out to Christmas.

(From "Dibattito su amore", Laterza)
 
 

 POLLITURES
He who greased 
                          the seven seas, 
-squid and shark before they reached 
the pan, still in their recesses- 
he is upright,
                        more so than his ancestors, 
who were more than upright monkeys, 
more than seven sages.
He who gives extreme unctuousness 
to the wilderness 
is not that poor player, Will, 
who struts and frets his hour 
then collapses on the dusty boards 
-just one backdrop, no swing wings. 
Once he played the fool, small fry; 
now in his tracks 
flock and field expire; 
                                     he tars 
the springs, 
                     chars 
the sky, 
everywhere boring through the oily
global heart to baste and fire-waste 
the globe.
The son of the most upright 
is bent already, thigh and shin 
curtailed, at his perennial 
steering-wheel
                         -a fanciful 
tortoise-
 
and he moves along the limitless chalk of barren lands
but to the stars to the stars he heaves 
his putrid breath
which swells on the horizon in a multicoloured 
air-filled mushroom 
                                  like a mountain 
                                                            and below 
the northern ices burn and bubble 
craters sink in one same 
blaze.
He has beaten 
                        everything 
dinosaur and virus, 
twisted 
             everything 
in his dwelling-place 
this upright one. 
He pierced the global 
heart, oily throughout: extreme 
extreme unctuousness. Oh nature 
nature, 
did you expect this, 
did you, from your sons...?
                                            'polluture?' 
'What about new plants for disinfecture... 
the showers the showers in the Lager!....' 
'he made teeth from gold 
and melted the teeth of the showered to gold' 
'a tall human 
lampshade 
                   laughs at the latest 
news.'
The brook thirsts, 
                               the earth 
is hard.
What once was field, is dune.
Tar rots the sea in clots.
Above it all, the heavens fume.
Thus he manures, this black well
of learning, this cess,
                                   for its final 
flowering-the total 
graveyard.
While some, yes, towering steel 
shaft 
          stands ready for flight 
to another 
-already charred-
star.
(From "Un carico di mercurio", Laterza)
Translations by Margaret Straus
 
 
 IN FRANCESE
MORT DU MOINEAU
Un moineau dans mes mains 
est mort hier.
Il n'a pas éveillé de pensée 
dans le coeur de l'enfant qui l'a pris. 
"Il est tombé" dit-il, sans regret.
Le moineau a piaulé, piaulé... bondi de mes doigts 
il m'est tombé...
                           "Adieu!" 
le gamin commenta.
                                   Moi seul... 
Moi seul ai pleuré des cieux, des cimes, des tiges 
enfermées dans le pépiement de peur.
Pourtant, je souriais, moi seul, à cet enfant 
faisant un rire de son adieu.

(Du livre "Anno Mille", Rebellato)
Trad. Marcel Hennart
 
 

 LA MÈRE DE BALZAC
Laid, il fut
 renfermé en pensionnat 
par sa belle maman.
                                  "En sept ans, 
pour moi pas de vacances, 
deux visites 
tu m'as rendu. 
Je grandissais - moi laid, et toi belle, 
belle... - appréhendant 
ta ressemblance".
Mais les mères doivent-elles s'attendrir 
sur un fils laid, si d'autres 
fils jolis elles ont... et paresseux, 
irrégulier aussi, indocile, et fumeux, 
endetté gaspilleur, 
bon bachelier notaire manqué 
et qui puis noircit, la nuit, de fébriles 
registres démesurés, 
son propre état-civil, d'autres 
engeances enivré à jeter 
au monde de nous repu 
et bouillonnant et sot? 
Cou de taureau, un lutteur...
toujours en son froc blanc 
la nuit 
il est assis mais assis il lutte 
au dedans,
le débiteur chronique que pressent les effets, 
et chaque page l'enchevêtre, qui 
dix fois indomptée 
déforme sa vision,
il lutte avec la Dette comme avec l'Ange
Jacob jusqu'à l'aube,
 l'Ange la Dette, qui le hait et l'aime 
car elle exprime de lui le sang 
de mille créatures éternelles.
 À côté de lui 
agonisant, maman: 
"Oh mon pauvre fils, fou!... grand 
oh buveur 
de café la nuit".
(Du livre "Decreto sui duelli", Laterza)
Trad. Moriconi
 
 
 
 
 SYNTHÈSE
Seul, 
Seul encore... Personne 
ne m'a tendu la tasse 
de la consolation, 
pour ce que j'ai de vie, 
pour ce que
 j'aurai donc de mort d'ici peu.
Seul. Epaissis les ans, 
grossie la troupe des sots ennemis,
je survole la lutte 
entre nous, 
                    qui est notre vie, 
soupirant je survole: 
c'est donc déjà être mort.
Désarmé, vain, 
vers un port 
parmi les brouillards 
rame le coeur. 
Brouillards immenses... Mort,
seul...
           Parle, Seigneur...
(Du livre "Le torri mobili", Laterza)
Trad. Marcel Hennart
 
 
 IN SPAGNOLO
 
EL SAUCE
Rasgué a mi antojo esbozos 
frígidos y fértiles 
de victorias: he caído, consciente 
de los malos pasos, armas y venenos gratos 
al siglo 
descartando regiamente 
pobre. 
Desnudo jovencito, de ojos agudos, 
dado a los cachones precoz y arrojado 
feroz a la orilla. 
Goteando, jaspeado de luna 
helada, me estremecía y levanté el puño 
al halo de sangre, a las pitas 
negras, que acaso eran enredos 
de sierpes humanas, allá arriba, 
al aullido a las garras de la maleza 
negra, que me esperaba -
las oleadas galopaban a mis lomos. 
Serpiente y toro, el león y la zorra 
me vi alrededor a luz de relámpagos, 
o divisé en mí, en al abismo de mí, 
enardecido...
                      Y salió 
de las tinieblas una sombra, 
lenta, encorvada: 
que me acalló sumisa; me envolvió en paños, 
y cavó mi ira 
en un pesado sueño sobre la fina arena. 
Al alba 
hasta soñé dulcemente: un nido 
de hombre bueno, un comedor,
 los hijos... Abrí las cejas 
al sol alto: mamá me sonreía 
al lado, el mar 
un chapoteo de torrentito.
Sólo así disipados, 
a veces, enemigos y acechos.
Conocí los despiadados 
esbozos fértiles 
de las victorias vuestras. Sólo 
siempre escuchaba las elegías mías; 
peanes pero de niños, silencios
de amplias necrópolis, por las vías Apias.	-	
Aquí estoy. ¿Fuerte, flaco?
¡Oh, qué fácil es agredir, dilatarse grama, 
ortigas: abrirse flor, 
es éste, áspero milagro! 
Doblarse como el sauce...
¿De qué victorias rompí esbozos rígidos? 
¿Caí, después? ¿Me rendí o vencí? 
¿El sauce, llora, que tiembla 
al ajeno correr undoso, y en alto 
abriga tibieza de vuelos? 
De cabeza el torrente lo deshoja 
mugiendo, brinca, quiebra, roba, bulle... 
y feble se detiene, luego, se vacía 
en un gran campo de agua soñoliento.
(Del libro "Le torri mobili', Guanda)
 
 
 TODOS EN LA CRUJÍA
Hermana Muerte,
sí, como una hermanita 
que sierra los ojos al paciente, enfermo 
del mal de haber nacido, 
                                         y lentas húmedas 
pupilas vuelve a camas en que crujen 
pesadillas, gimen amores, 
lloriquean los primeros, adormilados, antojos 
de los chicuelos.
                             Pasa 
y suspira, 
y aquí y allí apaga, y a todos, poco 
a poco, de la 
delirante crujía, 
adormece.
Y Tú, Doctor, mañana nos visitas, 
desnudos nos llamas...
                                     ¡Sin enojo...!
(Del libro "Dibattito su amore", Laterza)
 
 
 
 
 DOS DEDOS
Da la mano a quien cae, y a quien se levanta, a quien sube
 también: 
y corra aéreo por la cuesta 
florida: 
hallará cumbre seca, desierta
la vida,
y a sí mismo alto en la nada 
(así en la cuna oscilaba). 
Y tú, dale la mano antes: 
la desdeñará: luego... 
Luego aquella frente dura, cera mojada, 
tendrá falta de dos trémulos dedos.
(Del libro "Dibattito su amore", Laterza)
Traducciones por Vincenzo Josía