La Poesia italiana del Secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century

Mario Luzi

 

Mario Luzi è nato a Castello (allora frazione di Sesto Fiorentino) nel 1914 ed è morto nel 2005 a Firenze, città centrale nella sua vita e dove si era laureato in letteratura francese con una tesi su François Mauriac. A Firenze, aveva stretto amicizia con Piero Bigongiari, Alessandro Parronchi, Carlo Bo, Leone Traverso, Oreste Macrì, nell’avventura ermetica. Collaborava alle riviste d'avanguardia come Frontespizio, Campo di Marte, Paragone e Letteratura. Uscì nel 1935 la sua prima raccolta poetica La barca. Nel 1938 iniziò l'insegnamento alle scuole superiori che lo portò a Parma, a San Miniato e infine a Roma dove lavorava alla Sovrintendenza bibliografica. Pubblicò nel frattempo Avvento notturno (1940). Nel 1945 poté tornare a Firenze a insegnare al liceo scientifico. Di questo periodo alcune importanti raccolte poetiche: nel 1946 Un brindisi e Quaderno gotico (nel n. 1 di Inventario), nel 1952 Onore del vero, Primizie del deserto e Studio su Mallarmé. Nel 1955 gli venne assegnata la cattedra di letteratura francese alla Facoltà di Scienze Politiche di Firenze. Nel 1963 pubblicò Nel magma, nel 1965 Dal fondo delle campagne e nel 1971 Su fondamenti invisibili ai quali fecero seguito Al fuoco della controversia nel 1978, Semiserie nel 1979, Reportage, un poemetto seguito dal Taccuino di viaggio in Cina nel 1985 e nello stesso anno Per il battesimo dei nostri frammenti. Nel 1978, per l'opera Al fuoco della controversia, gli venne assegnato il Premio Viareggio. Il 1983 vide la pubblicazione de La cordigliera delle Ande e altri versi tradotti, e in seguito: Frasi e incisi di un canto salutare (1990), Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994), Sotto specie umana (1999), Opus florentinum (2000), Dottrina dell'estremo principiante (2004). Lasciami non trattenermi del 2008 è l'ultima raccolta edita postuma dopo Tutte le poesie. Vanno aggiunti i poemetti drammatici inclusi in Teatro e i testi teatrali Ipazia, Rosales, Hystrio, Il Purgatorio-La notte lava la mente, Io Paola la commediante, Ceneri e ardori, 11 settembre 2001, Il fiore del dolore, Essere rondine. È inoltre autore di importanti saggi e curatore di numerose antologie tra cui L'idea simbolista (1959), Vicissitudine e forma (1974), Dante e Leopardi o della modernità (1992), Naturalezza del Poeta (1995).

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Link                http://www.treccani.it/enciclopedia/mario-luzi_(Dizionario-Biografico)/



da Su fondamenti invisibili


Vita fedele alla vita


La città di domenica

sul tardi

quando c'è pace

ma una radio geme

tra le sue moli cieche

dalle sue viscere interite

e a chi va nel crepaccio di una via

tagliata netta tra le banche arriva

dolce fino allo spasimo l'umano

appiattato nelle sue chiaviche

e nei suoi ammezzati,

tregua, sì, eppure

uno, la fronte sull'asfalto, muore

tra poca gente stranita

che indugia e si fa attorno all'infortunio,

e noi si è qui o per destino

o casualmente insieme

tu ed io, mia compagna di poche ore,

in questa sfera impazzita

sotto la spada a doppio filo

del giudizio o della remissione,

vita fedele alla vita

tutto questo che le è cresciuto in seno

dove va, mi chiedo,

discende o sale a sbalzi verso il suo principio...

sebbene non importi, sebbene

sia la nostra vita e basta.



Non andartene


Non andartene,

non lasciare

l'eclisse di te

nella mia stanza.

Chi ti cerca è il sole,

non ha pietà della tua assenza

il sole, ti trova anche nei luoghi

casuali

dove sei passata,

nei posti che hai lasciato

e in quelli dove sei

inavvertitamente andata

brucia

ed equipara

al nulla tutta quanta

la tua fervida giornata.

Eppure è stata,

è stata,

nessuna ora

sua è vanificata.




da Onore del vero


La notte lava la mente


Poco dopo si è qui come sai bene,

fila d'anime lungo la cornice,

chi pronto al balzo, chi quasi in catene.


Qualcuno sulla pagina del mare

traccia un segno di vita, figge un punto.

Raramente qualche gabbiano appare.



Come tu vuoi


La tramontana screpola le argille,

stringe, assoda le terre di lavoro,

irrita l'acqua nelle conche; lascia

zappe confitte, aratri inerti

nel campo. Se qualcuno esce per legna,

o si sposta a fatica o si sofferma

rattrappito in cappucci e pellegrine,

serra i denti. Che regna nella stanza

è il silenzio del testimone muto

della neve, della pioggia, del fumo,

dell'immobilità del mutamento.


Son qui che metto pigne

sul fuoco, porgo orecchio

al fremere dei vetri, non ho calma

né ansia. Tu che per lunga promessa

vieni ed occupi il posto

lasciato dalla sofferenza

non disperare o di me o di te,

fruga nelle adiacenze della casa,

cerca i battenti grigi della porta.

A poco a poco la misura è colma,

a poco a poco, a poco a poco, come

tu vuoi, la solitudine trabocca,

vieni ed entra, attingi a mani basse.


È un giorno dell'inverno di quest'anno,

un giorno, un giorno della nostra vita.




da Tutte le poesie



Prima di Sera


"Credi, credi di conoscermi"

recita lei quasi parlando al vento

e osserva controsole la polvere

strisciare sullo stradone deserto.

"Appartieni troppo a te stesso"

insiste ad accusarmi

prolungando la pena dell'indugio

quella parte di lei che ancora combatte

avvilita e altera nella macchina ferma.

Ma le suona falso l'argomento

e ne scorgo sul cristallo la larva

che spenge d'un sorriso

dimesso le parole appena dette.

"Oh di questo hai anche troppo sofferto"

aggiunge poi quasi portando fiori

sul luogo, un'orticaia, dove mi ha crocifisso.

"Vanamente" mormoro più che dal rimorso

toccato da quel tono

di persistente, doloroso affetto;

e ora vorrei non le sembrasse indegno

cercare in altri la causa

del suo male, fosse pure il mio torto.

"Vanamente" e mi viene non so se dal ricordo

o dal sogno un'immagine di lei

gracile, impalata nella sua altezza, che guarda un fiume

dall'argine e, poco oltre la foce,

la lacca grigia del mare oscurarsi.

"Lascia perdere" dice lei con la voce di chi torna

dopo un'assenza di anni sul luogo stesso

e raduna le spoglie lasciate in altri tempi, dopo lo scacco.

"Perché non è in nostro potere richiamarci"

mi chiedo io sorpreso che sia lì,

ferma, sul sedile accanto.

"Che intesa può darsi senza luce di speranza?

Perché la speranza è irreversibile" commenta

il suo silenzio rigido senza più lotta

mentre abbassa risoluta la maniglia

e getta un'occhiata di squincio al casamento,

alto, che tra poco la inghiotte.



Nell'imminenza dei quarant'anni


Il pensiero m'insegue in questo borgo

cupo ove corre un vento d'altipiano

e il tuffo del rondone taglia il filo

sottile in lontananza dei monti.

Sono tra poco quarant'anni d'ansia,

d'uggia, d'ilarità improvvise, rapide

com'è rapida a marzo la ventata

che sparge luce e pioggia, son gli indugi,

lo strappo a mani tese dai miei cari,

dai miei luoghi, abitudini di anni

rotte a un tratto che devo ora comprendere.

L'albero di dolore scuote i rami...

Si sollevano gli anni alle mie spalle

a sciami. Non fu vano, è questa l'opera

che si compie ciascuno e tutti insieme

i vivi i morti, penetrare il mondo

opaco lungo vie chiare e cunicoli

fitti d'incontri effimeri e di perdite

o d'amore in amore o in uno solo

di padre in figlio fino a che sia limpido.

E detto questo posso incamminarmi

spedito tra l'eterna compresenza

del tutto nella vita nella morte,

sparire nella polvere o nel fuoco

se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.




Questa felicità


Questa felicità promessa o data

m'è dolore, dolore senza causa

o la causa se esiste è questo brivido

che sommuove il molteplice nell'unico

come il liquido scosso nella sfera

di vetro che interpreta il fachiro.

Eppure dico: salva anche per oggi.

Torno torno le fanno guerra cose

e immagini su cui cala o si leva

o la notte o la neve

uniforme del ricordo



Vola alta parola


Vola alta, parola, cresci in profondità,

tocca nadir e zenith della tua significazione,

giacché talvolta lo puoi

sogno che la cosa esclami

nel buio della mente

però non separarti

da me, non arrivare,

ti prego, a quel celestiale appuntamento

da sola, senza il caldo di me

o almeno il mio ricordo sii

luce, non disabitata trasparenza...

La cosa e la sua anima?

O la mia e la sua sofferenza?

Vola alta, parola.




Il giudice


"Credi che il tuo sia vero amore? Esamina

a fondo il tuo passato" insiste lui

saettando ben addentro

la sua occhiata di presbite tra beffarda e strana.

E aspetta. Mentre io guardo lontano

ed altro non mi viene in mente

che il mare fermo sotto il volo dei gabbiani

sfrangiato appena tra gli scogli dell'isola,

dove una terra nuda si fa ombra

con le sue gobbe o un'altra preparata a semina

si fa ombra con le sue zolle e con pochi fili.

"Certo, posso aver molto peccato"

rispondo infine aggrappandomi a qualcosa,

sia pure alle mie colpe, in quella luce di brughiera.

"Piangere, piangere dovresti sul tuo amore male inteso"

riprende la sua voce con un fischio

di raffica sopra quella landa passando alta.

L'ascolto e neppure mi domando

perché sia lui e non io di là da questo banco

occupato a giudicare i mali del mondo.

"Può darsi" replico io mentre già penso ad altro,

mentre la via s'accende scaglia a scaglia

e qui nel bar il giorno ancora pieno

sfolgora in due pupille di giovinetta che si sfila il grembio

per le ore di libertà e l'uomo che le ha dato il cambio

indossa la gabbana bianca e viene

verso di noi con due bicchieri colmi,

freschi, da porre uno di qua uno di là sopra il nostro tavolo




Natura


La terra e a lei concorde il mare

e sopra ovunque un mare più giocondo

per la veloce fiamma dei passeri

e la via

della riposante luna e del sonno

dei dolci corpi socchiusi alla vita

e alla morte su un campo;

e per quelle voci che scendono

sfuggendo a misteriose porte e balzano

sopra noi come uccelli folli di tornare

sopra le isole originali cantando:

qui si prepara

un giaciglio di porpora e un canto che culla

per chi non ha potuto dormire

sì dura era la pietra,

sì acuminato l'amore.




Donna in Pisa


Non sempre fosti sola con me, spesso guardavi

lunghe feste appassite nei canali

scorrere sotto i ponti inseguite dal tempo,

tra i pampini, tra i prati languidi e il lume

della sera discendere i fondali

e le spire del fiume.

E talvolta era incerto tra noi chi fosse assente:

spesso vedevi i limpidi tornei

snodarsi nelle vie sotto i soli d'inverno,

tra logge, tra fiori fumidi e il gelo

delle mura sospingere i trofei

nella luce d'Averno.

Donna altrimenti -e niente più simile alla vita-

calda d'impercettibili passioni

velata da un vapore di lagrime ideali

nel vento, sui ponti ultimi al fuoco

delle stelle apparivi dai portali,

dietro i vetri di croco.




Ah tu non resti


Ah tu non resti inerte nel tuo cielo

e la via si ripopola d'allarmi

poiché la tua imminenza respira contenuta

dal silenzio di lucide pareti

e dai vetri che fissano l'inverno.

Camminare è venirti incontro, vivere

è progredire a te, tutto è fuoco e sgomento.

E quante volte prossimo a svelarti

ho tremato d'un viso repentino

dietro i battenti d'una antica porta

nella penombra, o a capo delle scale.




Sulla riva


I pontili deserti scavalcano le ondate,

anche il lupo di mare si fa cupo.

Che fai? Aggiungo olio alla lucerna,

tengo desta la stanza in cui mi trovo

all'oscuro di te e dei tuoi cari.

La brigata dispersa si raccoglie,

si conta dopo queste mareggiate.

Tu dove sei? ti spero in qualche porto...

L'uomo del faro esce con la barca,

scruta, perlustra, va verso l'aperto.

Il tempo e il mare hanno di queste pause.




Ménage


La rivedo ora non più sola, diversa,

nella stanza più interna della casa,

nella luce unita, senza colore né tempo,

filtrata dalle tende,

con le gambe tirate sul divano, accoccolata

accanto al giradischi tenuto basso.

"Non in questa vita, in un'altra"

folgora il suo sguardo gioioso

eppure più evasivo e come offeso

dalla presenza dell'uomo che

la limita e la schiaccia.

"Non in questa vita, in un'altra"

le leggo bene in fondo alle pupille.

È donna non solo da pensarlo,

da esserne fieramente certa.

E non è questa l'ultima sua grazia.

in un tempo come il nostro che pure

non le è estraneo né avverso.

"Conosci mio marito, mi sembra" e

lui sciorina un sorriso importunato,

pronto quanto fuggevole, quasi voglia

scrollarsela di dosso e ricacciarla indietro,

di là da una parete di nebbia e d'anni;

e mentre mi s'accosta ha l'aria di chi viene

da solo a solo, tra uomini, al dunque.

"C'è qualcosa da cavare dai sogni?"

mi chiede fissando su di me i suoi occhi vuoti

e bianchi, non so se di seviziatore,

in qualche "villa triste", o di guru.

"Qualcosa di che genere?" e guardo lei

che raggia tenerezza verso di me

dal biondo del suo sguardo fluido e arguto

e un poco mi compiange, credo,

d'essere sotto quelle grinfie.

"I sogni di un'anima matura

ad accogliere il divino

sono sogni che fanno luce;

ma a un livello più basso

sono indegni, espressione dell'animale

e basta" aggiunge e punta i suoi occhi

impenetrabili che non so se guardano e dove.

Ancora non intendo se m'interroga

o continua per conto suo un discorso

senza origine né fine

e neppure se parla con orgoglio

o qualcosa buio e inconsolabile gli piange dentro.

"Ma perché parlare di sogni" penso

e cerco per la mia mente un nido

in lei che è qui, presente in questo attimo del mondo.

"E lei non sta facendo un sogno?"

riprende mentre sale dalla strada

un grido di bambini, vitreo, che agghiaccia il sangue.

"Forse, il confine tra il reale e il sogno..." mormoro.