La Poesia italiana del Secondo Novecento - The italian Poetry of the second half of the 20th century

Franco Buffoni


 

Franco Buffoni (Gallarate, 1948) ha pubblicato le raccolte di poesia Nell'acqua degli occhi (Guanda, 1979), I tre desideri (San Marco dei Giustiniani, 1984), Quaranta a quindici (Crocetti, 1987), Scuola di Atene (Arzanà, 1991), Suora carmelitana (Guanda, 1997), Songs of Spring (Marcos y Marcos, 1999), Il profilo del Rosa (Mondadori, 2000), Theios (Interlinea, 2001), Del Maestro in bottega (Empiria, 2002), Guerra (Mondadori, 2005), Noi e loro (Donzelli, 2008), Roma (Guanda, 2009). L’Oscar Mondadori Poesie 1975-2012 raccoglie tutta la sua opera poetica. Per Mondadori ha tradotto Poeti romantici inglesi (2005), per Marcos y Marcos Una piccola tabaccheria. Quaderno di traduzioni (2012). È autore dei romanzi Reperto 74 (Zona, 2008), Zamel (Marcos y Marcos, 2009), Il servo di Byron (Fazi, 2012), dei pamphlet Più luce, padre (Sossella, 2006) e Laico alfabeto (Transeuropa, 2010) e dei saggi Con il testo a fronte. Indagine sul tradurre e l’essere tradotti (Interlinea, 2007), L’ipotesi di Malin. Studio su Auden critico-poeta (Marcos y Marcos, 2007) e Mid Atlantic. Teatro e poesia nel Novecento angloamericano (Effigie, 2007).

Sito web: www.francobuffoni.it

Da “Il profilo del Rosa”

 

 

Porta Orientale

 

 

Porta Orientale Porta Ticinese Porta Genova

Porta Romana Porta Vercellina

Trionfano sopra Cristo in croce

Nell'allegoria della battaglia di Legnano

Conservata al museo del duomo di Vercelli.

E le alabarde frecce ed aste oblique

Paiono dipartite da corna intrecciate

Di buoi rossocrociati. Dall'altare un barbuto

Benedice solo eroi e qualche utopia

Almeno per quei popoli e ceti sociali

Che ne hanno ancora bisogno.

 

 

 

Tecniche di indagine criminale

 

Tecniche di indagine criminale

Ti vanno - Oetzi - applicando ai capelli

Gli analisti del Bundeskriminalamt di Wiesbaden.

Dopo cinquanta secoli di quiete

Nella ghiacciaia di Similaun

Di te si studia il messaggio genetico

E si analizzano i resti dei vestiti,

Quattro pelli imbottite di erbe

Che stringevi alla trachea nella tormenta.

Eri bruno, cominciavi a soffrire

Di un principio di artrosi

Nel tremiladuecento avanti Cristo

Avevi trentacinque anni.

Vorrei salvarti in tenda

Regalarti un po' di caldo

E tè e biscotti.

 

Dicono che forse eri bandito,

E a Monaco si lavora

Sui parassiti che ti portavi addosso,

E che nel retto ritenevi sperma:

Sei a Munster

E nei laboratori IBM di Magonza

Per le analisi di chimica organica.

Ti rivedo col triangolo rosa

Dietro il filo spinato.

 

E' stato chiamato "Oetzi" e "Uomo del Similaun" (dal nome della località del Tirolo e del ghiacciaio in cui fu rinvenuto all'inizio degli anni Novanta) l'individuo vissuto nell'eneolitico i cui resti - straordinariamente conservati - sono tutt'ora oggetto di studio.

 

 

 

Il gatto ferito

 

Quella mattina che trovai il gatto ferito

Dove perde l’asfalto la stradina

E diventa sentiero di una villa sola,

Vidi il bianco e il rosso respirava

Gonfiava il corpo ad ogni colpo di fiato

Dalla bocca aperta

Immobile tra un cartoccio di cibo

Un piattino di latte non toccato.

E’ lì da ieri disse una voce alle mie spalle

Con in mano altro cibo.

Mi voltai e quella faccia da cristiana

Mi vide raccogliere il mattone

Per lasciarlo cadere esattamente

Con due mani.

Smise il gonfiore urlava barbaro

Mentre scostavo la terra tra le felci.

 


 

Da “Del Maestro in bottega”

 

 

Del maestro in bottega

 

 

Del maestro in bottega senza voglia

Di disegnare oltre...

Ma gli aiutanti alle prese coi diciotto

Putti tutti uguali

E i garzoni apprendisti intorno ad imparare

A macinare colori a ripulire...

 

Lo avrebbe capito chiunque

Che sarebbe finita sul rogo

Coi suoi dentini aguzzi

E quei piedini agili sulla gradinata.

Anche da come le sorrideva la compagna

Riflessa in confessione alla vetrata

Dal labirinto della cattedrale.

 

 

 

Ultime cene

 

 

Siede a destra di Cristo

Giovanni

Nel Cenacolo del Franciabigio

Al Convento della Calza

Su per la Porta di San Pier Gattolino,

Non a sinistra come nelle Cene

Più note e visitate,

Ansiosamente ancella per Andrea del Sarto

Al Cenacolo di San Salvi,

Sleeping boy da Lullaby col Ghirlandaio

Alla Badia di Passignano

E ancora a Foligno il Perugino

O Andrea del Castagno a Sant'Apollonia

Con Giuda in primo piano

Concupiscente e nero.

Qui il Franciabigio pone Giovanni a destra

Ed a sinistra Pietro

Vecchio amministratore

Delegato al governo

Del Regno del Signore

Dalla parte del cuore,

Perché a destra il colore

Di Giovanni stordisce

Ben più della luce

Di finestra in cornice

Al grembo vòlto il rapito

Da postura con Giove

Ganimede imprigrito.

 



Da “Guerra”

 

 

Se il mondo è stato creato

 

Se il mondo è stato creato

Per l’uomo e le sue esigenze

Dio alla fine dei tempi

Premierà le vittime della storia.

 

 

Lager

 

La quercia all’entrata del campo

Schiantata nel vento dal fulmine

Del dio elettrico del cielo,

Qui la sola trascendenza

E’ il recupero in sei ore di altre forze,

Come pesci in una polla

Asfissianti sotto lo strato di ghiaccio

Tra la terra e il cielo.

 

 

La via dei topi – Rat Line

 

Perché sulla nave il berretto è floscio

Senza visiera oltre l’equatore

E un nuovo io che gli piace,

Con le rose da coltivare

Nella discreta villa suburbana.

Ciascuno scegliendosi la propria identità

Come un falco la sua preda

Dal chiostro della nunziatura.

 

 

Per il potere di sciogliere e legare

 

Fu impiccato a Ponte Sant’Angelo

Il compilatore di avvisi Annibale Cappello

Ma il boia prima gli mozzò una mano

E strappò all’uso vaticano

La lingua al gazzettiere.

 

Quando si riteneva che il mondo

Fosse stato creato per l’uomo

E le sue esigenze,

Il supplizio della veglia

Consisteva nella sospensione –

Funicelli, vebbia e cavalletto –

A braccia slogate

Per quaranta ore.

Durante le quali, come sveniva,

Il condannato era calato

Su un legno appuntito

E all’urlo sùbito risollevato.

 

 

Mostra vene sottopelle il condannato

Mentre abile un carnefice gli strappa

Il cuoio intero, reggendogli il tallone.

Era solo il rantolo, l’apposta,

Ancora nel suo banco

Mastro Titta boia papalino

Nella capitale solare

Le strade leggermente arrotondate.

E prima di cozzare a terra

Scorre all’ingiù il corpo-proiettile

A cielo nudo per le tre di luna

All’uscita da gabbia bruna

Di legno, dove era la prigione

Con gli strati di tortura.

 

Del garzone assegnato a girar l’aspo

Per tenere acceso il fornello

Le bretelline del grembiule

Segavano le scapole,

Due alucce nude. Nel magazzino

Surriscaldato dei chiodi intanto

Lame alte come princìpi

Scendevano

Su avanzi di carni policrome…

 

Quando è supino

Giù legato a terra

Vede solo gli stivali

Che gli girano attorno

Gli vengono vicino,

Un giro in più alle cordicelle,

Entrano gli altri due…

Non si riprende subito.

 

Fanno smorfie ad antichi monsignori

E magistrati, legati al collo e zavorrati,

La gorgiera ben riposta sotto ossa

Di mento e mascella,

I prigionieri scomodi che oscillano

Sul fondo del Tirreno

Affogati nei sacchi di damasco

Tra scheletri di schiavi rematori

Legati alla catena.

 

Non costa nulla chiedere perdono

Per archi trionfali popolati

Di allegorie screziate

Consustanziate in lame ed armature

Tasse sul miele al papa-re per S. Michele

Spade pugnali attrezzi di tortura

Non costa nulla chiedere perdono.

Per il potere di sciogliere e legare

Convertire reprimere annientare

Non è possibile chiedere perdono.

 



Da “Noi e loro”

 

Gay Pride

E il caffè dove lo prendiamo?”

Chiede quella più debole, più anziana

Stanca di camminare. Alla casa del cinema,

Là dietro piazza di Siena.

 

Non si erano accorte della mia presenza

Nel giardinetto del museo Canonica,

Si erano scambiate un’effusione

Un abbraccio stretto, un bacio sulle labbra.

Parlavano in francese, una da italiana

Mon amour” le diceva, che felicità

Di nuovo insieme qui.

 

Come mi videro si ricomposero

Distanziando sulla panchina i corpi.

Le scarpe da ginnastica,

Le caviglie gonfie dell’anziana.

 

Quella sera, come smollò il caldo,

Passeggiai fino a Campo de’ Fiori,

Pizzeria all’angolo, due al tavolo seduti di fronte,

Giovani puliti timidi e raggianti

Dritti sulle sedie col menù sfogliavano

E si scambiavano opinioni

Discretamente.

Lessi una dignità in quel gesto educato

Al cameriere, una felicità

Di esserci

Intensa, stabilita. Decisi li avrei pensati sempre

Così dritti sulle sedie col menù.

 

 

Via di Ripetta

 

Lo sguardo bovino dei due carabinieri

Al caldo in macchina

A dieci metri dall’attraversamento pedonale

Dove inginocchiata

Con un cartone logoro e la scritta

Di figli e di pietà

Smunta di orrori stava lei

Tra i piedi anche dei preti percorrenti

Il week end della Immacolata in tutta fretta.

 

 

Le lingue delle madri

Da tre anni qui a Roma ho un compagno

Turco, di etnia curda.

Comunista, torturato in galera,

Conosce gli uomini e la vita divora, quando può.

Qui a pranzo da me in giorno di Ramadan

Mangiò di tutto e con buon appetito.

Poi non so come fu ma gli chiesi

Di mamma e fratelli, di casa.

Li sente una volta al mese, quasi sempre chiamando lui:

Ieri sera ha chiamato mia madre,

Per dirmi di non mangiare di giorno e di pregare”.

E tu perché mangi? Perché ho fame.

Poi facemmo l’amore molto bene

E alle tre tornò ridendo a monte

Testaccio dai compagni.

 

Quella sera da solo a letto lessi Gwyneth Lewis

Che nel Cyfweliad a’r Bardd

- L’interrogatorio della poetessa -

Ricorda le sue letture di ragazza:

Leggevo storie di scrittori inglesi

Nascoste tra le copertine gallesi.

Funzionò per un po’, finché la mamma

Trovò Dick Francis dentro il Bardd Cwsg

Una sera dopo il tempio. Fui sgridata,

Picchiata. Era una donna pura:

Una lingua per tutta la vita.

 

Non doveva imparare l’inglese Gwyneth Lewis

Perché la mamma voleva il suo bene.

Ricordo che il venerdì santo

Non perché avessi fame

- In casa mia non si digiunava

Ma si osservava il magro - mi comprai

Un etto di prosciutto crudo

E lo mangiai ai giardini. Fui avvistato e la mamma

Ne ebbe tanto dispiacere:

Perché fai queste cose? Non vuoi bene a Gesù?

 

 

Anno giubilare 2000

 

Per quel povero ragazzo ebreo di bell'aspetto

Dall'eloquio affascinante

Coraggioso esaltato torturato

Vittima di un errore giudiziario,

Malgrado tutto nutro il più profondo rispetto.

 

 

Quattro date

 

Quattro date sono stato costretto a ripassare

Nell’aprile del 2005

Quattro date del mio calendario. Nel ’58

Avevo dieci anni e il televisore

Era entrato da poco in casa mia.

A dottrina mi avevano insegnato che la gravissima responsabilità

Avrebbe fatto tremare il designato: “Chissà come ha rifiutato…”, sussurrai.

La nonna Gina, che non ci credeva, al contrario dell’altra – la Pina,

Bigotta rosminiana - era vicino a me ad ascoltar l’Habemus.

In quella congrega di cattolici colsi il suo sussurro

Laico “Al gà par minga ver al panzun, sta’ sigür”,

Che sconvolse non poco le mie convinzioni vaticane.

Cinque anni dopo, a nonne morte, abitavamo di fronte a san Rocco,

L’ultima tappa di Montini in pastorale

Prima della partenza per la capitale.

Nel ’63 ero alto e bello, turbato nella carne e nel pensiero.

Mi trovai lì a passare proprio mentre un piccolo gruppo di inchinati

Attendeva di baciare l’anello. Non capii al momento,

Vidi la mano che si allungava, la strinsi

E mi trovai l’anello contro il naso. Poi la mano mi carezzò la guancia,

E l’indice sul lobo dell’orecchio nettamente percepii.

Io credo ancora di aver capito tutto nell’istante

In cui incrociai lo sguardo.

 

Nel ’78 ero un allenato agli uomini ed al mondo

Giovane ricercatore. Furono due le date,

La prima rassicurante. Voce da checca estatica, pensai.

Alla seconda restai perplesso. Dopo la costruzione

Della piscina a CastelGandolfo e le foto di Karol al picnic

Scrissi due settenari:

Ora che abbiamo un papa

Eterosessuale”,

Seguiti dalla annotazione (studiavo Adorno):

Rigidità fisica sostitutiva di rigidà fallica

Intervallata da icona tomistica,

Il bue muto.

Ma certo non pensavo che l’omofobia

Sarebbe stato il marchio del suo pontificato.

Dell’ultima elezione preferisco non dire,

Il ghigno è da incubo notturno. E “se penso

Alla Germania di sera, io

Non riesco a dormire”.

 

 

Un sampietro d'argento

 

Un sampietro d'argento al colonnato

Diverrà questa faccia rasata

Ideologica quanto basta e temeraria

Da vescovo armigero combattente

Pronta con la truppa a ricacciare

Nei cessi dei cinema

I-forse-perché-più-sensibili,

Misericordiosamente.

 

 

Protetto

 

Protetto come animale o pianta viva

Io frocio mi sento orchidea

Rettile scimmia cactus, protetto

Dalla sapientia cordis

Di papa Benedetto.

 

 

Una lunga sfilata di monti

 

Una lunga sfilata di monti

Mi separa dai diritti

Pensavo l’altro giorno osservando

Il lago Maggiore e le Alpi

Nel volo tra Roma e Parigi

(Dove dal 1966 un single può adottare un minore).

Da Barcellona a Berlino oggi in Europa

Ovunque mi sento rispettato

Tranne che tra Roma e Milano

Dove abito e sono nato.

 


 

Da “Roma”

 

 

Ho pensato a te, contino Giacomo

 

Ho pensato a te, contino Giacomo, vedendo

Su una rivista patinata

Le foto degli scavi in Siria a Urkish,

A te e ai tuoi imperi e popoli dell'Asia

Quando intuivi immensamente lunga

La storia dell'umanità.

Altro che i Greci il popolo giovane di Hegel

O il mondo solo di quattromila anni della Bibbia

Credendo di dir tanto, fino a ieri.

Tu lo sapevi che sotto sette strati stava Urkish

La regina coi fermagli

L'intero archivio su mille tavolette

Già indoeuropea nella parlata

L'accusativo in emme. Capitale urrita

Dai gioielli legati all'infinita pazienza

Dei ricami in oro. Tu lo sapevi che poi gli Hittiti

Sarebbero giunti a conquistarla,

Già loro vecchi e di vecchi archivi nutriti...

Sono stufo di preti e di poeti, conte Giacomo.

E di miti infantilmente riadattati.

 

 

Di Leopardi

 

La mia filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui

e in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro,

possono ancora e potranno eternamente tutto”.

 

Di Leopardi che ritorna col pensiero a Roma

Dalle pendici del Vesuvio: “Anco ti vidi /

de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade /

che cingon la cittade”. Desolazione per desolazione,

Naturale per intellettuale, deserto per deserto…

Di Leopardi suddito dello stato pontificio

Liberale clandestino in ideologico isolamento

- Il ridicolo e il grottesco delle Operette

Per eccellenza armi illuministiche

Contro antropocentriche metafisiche -

In quell’angusto regno del silenzio

Dalle mostruose tipologie censorie

Che fu il governo della

Reverenda Camera Apostolica.

Roma desertica.

 

 

 

La chiesa vaticana

 

La chiesa vaticana a riguardo

- Segreto secreto dalle sue labbra oscure -

Ripropone bromuro

Dato per secoli a’ soldati suoi, cavalli e collegiali,

Perché il cuore dei ragazzi

Brucia troppo selvaggiamente

Prima di aver riposo tra i cadaveri.

E libertà si smarrisce ancora

Per debiti al padrone,

La mala bestia da sonno a sonno passando,

Sogno a sogno piangendo al giudice bambino.

Per Grecia fin troppo chiara,

Lontana Grecia morta.

 

 

Dal muro di cemento

 

Dal muro di cemento

Che illumina le guglie al grande tempio

Islam-C.d.V. 1 a 1

Dunque ai rigori

Con braghe alle caviglie

Come prescrivono il Corano

E delle Guardie svizzere il manuale

Del giovane cristiano.

 

 

In via Marmorata

 

In via Marmorata perché lì sbarcavano

Per essere lavorati e rifiniti

I marmi colorati

- Graniti e porfidi d’Egitto

Marmi neri e verdi di Tessaglia

E Spagna, gialli di Simitto –

E i bianchi delle Cicladi e di Luni.

Se passi lentamente urlano ancora

Da colonnine tortili

Per le fruste d’allora: la metà posteriore di una testa

E un avambraccio

Sono inglobati in soglia a via Bodoni.

Poi Roma stessa diventò una cava,

Dalla Camera Capitolina fu sancita

La tariffa della spoliazione:

Dodici denari a blocco

Per trasformare in calce i marmi colorati

E ai ferri gli abusivi

Cavatori clandestini. Mentre i bianchi -

Colonne e capitelli - da via Mormorata ripartivano,

Con urli nuovi per le vie dell’acqua

Dietro ai Banchi in sul fiume del Tevero.

 

 

Cunicoli scale

 

Cunicoli scale passaggi inattesi

Stanze sovrapposte e alle pareti

Quadrangolari nicchie per il dio

Nato da roccia e destinato

Per ordine di Apollo

A redimere il genere umano.

A san Clemente lungo i quattro strati

Si trafora il tempo scendendone i gradini

Nel silenzio. Da un angolo nascosto tuttavia

Si può distinguere il latino biascicato

Dal greco canto nelle pause, mentre sopra

Agli originali volumi architettonici,

Sospeso a una sola sillaba,

Un ampio passaggio melismatico

Dei primi secoli fora l’aria,

Congiungendosi al canto femminile

Dei Santi Quattro Coronati.

 

 

Lontane su un mare piatto

 

 

Lontane su un mare piatto

Abbandonate navi in disarmo

Della marina vaticana.

 

E a dominare i prodigi

Che in quelle acque di palude

Operava la natura,

In un palazzo con loggia decorata

Da sette leoni passanti,

Accanto all’emblema accollato

Da palme fruttate di rosso,

Due papi in abito da giullare

Nel dipinto staccato attendono il giudizio

Senza nemmeno una striscia

Di cielo che li aspetti.

 

 

Galilei

 

Sono nere rotonde

Ben pressate le ombre della cornice

Alla parete: coppie di sante sulle trabeazioni

Bernini da par suo inseriva

Realizzando cantorie.

E quando guardo questa statua, il suo

Marmo debordante,

Vedo in ginocchio il vecchio Galilei

Dinanzi ai cardinali tronfi e bolsi.

 

 

La sera dei santi Abbondio e Procolo

 

E la sera dei santi Abbondio e Procolo

Il quattordici di aprile

Per osservare il cielo dalle Mura

Galileo salì col telescopio sul Gianicolo.

Proprio da sopra il Bosco Parrasio

- Vasca in marmo a quadrifoglio, con al centro

Due tritoni in travertino

Distesi sul fianco a sorreggere

Fiori e frutta, dal canestro

Fuoriesce uno zampillo -

Scoprì i satelliti di Giove dimostrando

Del sistema solare la struttura.

L’albero di Giuda cresce ancora lì attorno

Tra sempreverdi alloro e fillirea, e in aprile

Presenta un’intensa fioritura color porpora

Intonata alle vesti di Agesandro

Tesporide, al secolo Monsignor Ciccolini,

Arcade e custode del Bosco.

 

 

Alle tre del venerdì

 

Alle tre del venerdì per risentire

Anche in cripta di banca risuonare

Le campane delle basiliche,

Un massiccio capitello corinzio

Funge da altare a via de’ Pettinari

In San Salvatore in Onda

Dove esondava sotto il presbiterio

Fino alle volte a crociera

Il capo coronato di Adriano sesto.

Lo sguardo fisso all’ostensorio ornato

Di rubini tra paramenti a fiorami in seta

Intessuta d’argento e funebri drappi in oro,

Da uomo a uomo Gesù ti sto pregando

Ma tu dammi cenno di riscontro.

In the Pallottini Ecclesia Church. Onlus.

 

 

Con veste di giada

 

Con veste di giada verde pallida

La creatura alata in processione

Resta inanimata. E i chiodi insanguinati sono unti

Intorno al Cristo di San Marcello al Corso,

Ma il pittore è Van Eyck e la carne

Alla luce si schernisce

Nei più profondi chiodi conficcati

Coi ginocchi che giungono a toccarsi

E il respiro a chiudersi.

Nel deambulatorio gotico a cappelle radiali

Della chiesa dei tedeschi, invece

Netti reliquiari e croci processionali

Sono in luce alle persiane allineati

Verso gli stalli lignei del coro a crociera

Costolonata. E alle finestre è un ciclo

Di vetrate istoriate con la croce

In cristallo di rocca precisamente al centro.

I confratelli vestono un saccone

Bianco con cordone nero,

Sul petto l’emblema del santo sacramento,

Ma da vicino te ne accorgi

Che è cartaceo il tessuto la divisa è finta.

 

 

Il pervinca fiorito

 

Il pervinca fiorito entrando

Dalla disadorna porta laterale

Sbudella in un’arcata parietale

La statua di Michelangelo al lavoro,

Una cava a cielo aperto di profilo.

Colore forma linea movimento, se possiede

Un’estetica il cervello nella chiesa dell’Opus Dei

Ora reagisce la mia visione dall’interno

Al monumento di papa Clemente

Restaurato nei suoi ornamenti in stile

Con la temperanza appoggiata sull’urna

La mansuetudine in pensosa postura.

E a quelle braccia che squarciano il petto

Aperte sotto natiche puttesche.

 

 

Dove ancora si inventa

 

Dove ancora si inventa violenza alla campagna,

Desolati terreni di risulta

Dall’attività edilizia

Con vuoti urbani, tasche di degrado,

Gli occhi due carboni lustri nati a Fez

In via Paolo Stoppa seduto su un gradino

Dell’erigenda parrocchiale “San Pio da Pietralcina”.

 

 

 

Visita a Fabriano

 

I

 

La magia di questa

Terra che si sveglia

Respirando nuova

Aria tra le bare.

Al cimitero di Fabriano l’alba

E’ una cosa seria.

 

 

II

 

Quando alle confraternite del Santo Sacramento

E del Suffragio

Seguiva il gonfalone del Comune

E poi le Arti,

Lanaioli calzettai tessitori cartai

Con le insegne delle famiglie più importanti,

Nella piazza dell’amena cittadina

Coi colli intorno verdeggianti

Venivano messi alla berlina

E poi alla gogna

Quelli come me colti in flagrante.

 

 

III

 

Mi colpì nel 1982 una frase di mio cognato fabrianese

A mia sorella, madre di Stefano

- Poi dedicatario di Theios -

Che all’epoca soffriva di frequenti tonsilliti:

Mai, a mio figlio mai, una supposta in culo”.

 

 

IV

 

Nello Spedale di Santa Maria del Buon Gesù

Ha oggi sede la Civica Pinacoteca

Dove un arazzo campeggia coi seguaci

Degli apostoli che gettano

I libri eretici nel fuoco.

 

V

 

Ai libri come seguono

Gli eretici in persona

E a questi i non-conformi

Uomini e donne, in primis

Quelli delle supposte, poi le streghe.